Diario Francese – 2: catastrofi e lezioni di storia

Dal dramma francese sfiorato all'esultanza finale. I "se" che modificano i racconti e come sarebbe stato un Europeo se la storia fosse stata diversa.
di Andrea De Benedetti 17 Giugno 2016 alle 10:17

«La Francia sta cercando d’inventare un nuovo stile di gioco, che consiste nel proporre uno spettacolo penoso per 89 minuti prima di fare la differenza a partire dal ‘90». Così le Monde sulla prestazione dei bleus a Marsiglia contro l’Albania, efficace ed eufemistica sintesi dei commenti che giravano nei pub d’Oltralpe a ogni controllo sbagliato di Giroud e a ogni palla persa di Martial. Nel mentre, a Tirana, la Gazeta Squiptare parlava di “spettacolo” dell’Albania, reso vano dai cinque minuti finali. Cinque minuti in cui la Storia ha perso la sua sfida con la cronaca, senza la prospettiva realistica di potersi prendere una rivincita, almeno a breve. Eppure la cronaca le ha voluto rendere omaggio ugualmente, raccontando la partita nello stesso modo in cui l’avrebbe raccontata se fosse finita cinque minuti prima: uno “spettacolo”, per gli albanesi; una “pena” (Libération ha parlato addirittura di una prestazione “catastrophique”) per i francesi.

Il gol di Griezmann all’Albania

A volte vale la pena di regalare alla Storia l’assist di qualche “se” per riscattarla dalla sua prevedibilità e delle sue miserie e per ottenerne in cambio nuove storie, con l’iniziale minuscola e la desinenza di un infinito plurale. Tre giorni fa, l’Equipe dedicava il corsivo dell’ultima pagina a un bellissimo libro scritto dal giornalista de l’Espresso Gigi Riva e uscito un mese fa per Sellerio. Si intitola L’ultimo rigore di Faruk, ed è un racconto che prende le mosse dalla sconfitta della Jugoslavia contro l’Argentina ai quarti di Italia ’90 di cui si immagina un finale alternativo: che cosa sarebbe successo, cioè, se Faruk Hadzibegic, il capitano bosniaco di quella squadra multietnica, avesse realizzato il tiro decisivo e fosse toccato dunque alla Jugoslavia eliminare l’Italia in semifinale e affrontare la Germania in finale? Una vittoria contro i tedeschi sarebbe riuscita a tenere insieme i cocci di un paese che decenni di rivalità e revanscismi stavano per sparpagliare per sempre? La risposta razionale è ovviamente no, e anzi neanche due mesi prima di quel rigore, un’altra partita, tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa, aveva di fatto sancito l’apertura delle ostilità tra serbi e croati. Di fondo resta però l’idea, ingenua ma irriducibile, che il calcio, dacché esiste, abbia unito assai più di quanto abbia diviso e che un rigore fallito in una partita decisiva (o un pareggio schiodato all’89) possa incidere sui destini degli uomini assai più di quando immaginiamo.


Il rigore decisivo fallito da Faruk Hadzibegic

E naturalmente resta anche la domanda che ci facciamo da 25 anni: quanto sarebbe forte, oggi, la Jugoslavia unita? E l’Urss? Certo un po’ meglio di quella roba triste e scombiccherata che è la nazionale russa, ma infinitamente peggio di un’ipotetica nazionale austro-ungarica (pensate a una Croazia integrata da Alaba, Hamsik e Handanovic), se mai esistesse ancora l’Impero di Francesco Giuseppe. A quel punto, antistoricismo per antistoricismo, naturalmente ognuno può riavvolgere il nastro fino al suo secolo preferito e immaginare ad esempio una selezione del Sacro Romano Impero (Francia+Germania+Nord Italia), che verosimilmente farebbe il mazzo a tutti. Per non parlare di quella dell’Impero Romano, che però sarebbe talmente grosso che probabilmente gli Europei non avrebbe nemmeno avuto senso farli. Meglio, piuttosto, tornare indietro ancora di qualche secolo ai tempi della Gallia e dell’Illiria, lontane antenate di Francia e Albania. Forse, se ieri sera fosse toccato a loro, magari quei cinque minuti finali non sarebbero stati così decisivi.

 

Nell’immagine in evidenza, il Velodrome di Marsiglia (Franck Fife/AFP/Getty Images)
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