Calcio

Gary Speed, l'ispirazione

Il Galles approdato in semifinale degli Europei ricorda nella filosofia, nel coraggio e nello spirito il suo vecchio ct: l'indimenticato Gary Speed.

CARDIFF, WALES - FEBRUARY 29: The teams line up for the national anthems during the Gary Speed Memorial International Match between Wales and Costa Rica at the Cardiff City Stadium on February 29, 2012 in Cardiff, Wales. The international friendly match is being held in honour of Wales former manager Gary Speed, the nation's first international match played by Wales since his death on November 27, 2011. (Photo by Clive Mason/Getty Images)

Il 2 settembre 2015, alla vigilia del doppio impegno contro Cipro e Israele, il solitamente pacato ct del Galles Chris Coleman era sbottato. «Anche con la squadra nella top 10 del ranking FIFA, e con 6 punti da conquistare nelle prossime quattro partite per qualificarci direttamente a Euro 2016, continuo a sentire persone che si attribuiscono la paternità della rinascita del Galles, nonostante con esso non abbiano più niente a che fare da molto tempo. Allora mi chiedo: dov’era questa gente quando la Serbia ci umiliava 6-1? C’è mai stato qualcuno che, dopo il quinto posto alle qualificazioni per il Mondiale 2014, si sia alzato per dire: “Signori, sono io il responsabile”? È ironico vedere la rapidità con la quale certa gente sale sul carro armato dei vincitori dopo che per anni si è debitamente tenuta fuori dai radar». Uno sfogo che raccoglieva anni di fatica, sudore e lacrime. Le cinque sconfitte consecutive al debutto, peggior inizio di sempre per un allenatore della Nazionale gallese. L’ostilità manifesta di buona parte dei tifosi, perché Coleman aveva giocato nello Swansea e per il popolo di fede Cardiff quella era una macchia indelebile («In certi posti dove andavamo a giocare», ha dichiarato il ct al Guardian, «la gente mi guardava come se avessi ucciso loro figlio»). L’inizio stentato della campagna per Euro 2016 sul campo di Andorra, con i Dragoni inchiodati sull’1-1 fino a 9 minuti dalla fine, quando Gareth Bale riuscì a centrare il sette su un calcio di punizione fatto da ripetere dall’arbitro. Coleman aveva vissuto tutto questo sulla propria pelle, e non era disposto a condividerlo con nessun altro, ad eccezione dell’amico ed ex compagno di nazionale Gary Speed. Perché se il Galles attuale (definizione che non comprende solo Euro 2016, ma l’intero biennio conclusosi con il viaggio dei Dragoni in Francia) è tutta farina del sacco di Coleman, quel sacco gli era stato preparato da Speed, morto suicida il 27 novembre 2011.

LONDON, ENGLAND - SEPTEMBER 06: Gary Speed (R) the Wales manager and Fabio Capello (L) the England manager watch from the touchline during the UEFA EURO 2012 group G qualifying match between England and Wales at Wembley Stadium on September 6, 2011 in London, England. (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)
Gary Speed, ct del Galles, e Fabio Capello, alla guida dell'Inghilterra, in un match di qualificazione del settembre 2011 (Ross Kinnaird/Getty Images)

Gary Speed ha guidato il Galles in appena dieci incontri, dall’8 febbraio al 12 novembre 2011, lasciando però un’impronta indelebile sui destini calcistici del proprio paese, a testimonianza di come la storia il più delle volte venga scritta dalla qualità (e dalle idee) piuttosto che dalla quantità. Fin dai primi anni di una carriera da calciatore durata 22 stagioni, era chiaro come Speed fosse destinato a passare dall’altra parte della barricata una volta appese le scarpe al chiodo. A Leeds fu inserito nell’undici ideale della Premier League 1992/93 in qualità di football brain di una mediana a quattro comprendente Paul Ince, (Manchester United), Roy Keane (Nottingham Forest) e Ryan Giggs (Manchester United); nell’Everton divenne capitano alla seconda stagione, dopo una prima chiusa da capocannoniere del club – in coabitazione con Duncan Ferguson – e da miglior giocatore di Toffees; nel 2007 al Bolton (dove diventò il primo giocatore a raggiungere le 500 presenze in Premier League) sostituì il dimissionario Sam Allardyce e per cinque mesi fu player-manager del club, per poi tornare a dedicarsi al calcio giocato a tempo pieno. Due anni dopo, nel Championship con lo Sheffield United, si trovò nella stessa situazione, ma complice un fisico minato dagli infortuni – nonostante una condotta professionale impeccabile – e una carta d’identità che gli aveva già notificato l’ingresso negli “anta”, Speed si trovò costretto a compiere la scelta opposta. Dopo 535 partite in Premier League e 762 complessive (nazionale inclusa) da pro.

6 Oct 2001: Gary Speed of Wales on the ball during the FIFA 2002 World Cup Qualifier against Belarus played at the Millennium Stadium in Cardiff, Wales. Wales won the match 1 - 0. Mandatory Credit: Phil Cole /Allsport
Speed con la fascia da capitano al braccio, in un Galles-Bielorussia del 2001 (Phil Cole /Allsport)

Per un leader by example, come dicono gli inglesi, la panchina era lo sbocco più naturale. Nel caso di Speed, alle doti universalmente riconosciutegli di stakanovista del pallone capace di costruirsi la carriera attraverso il duro lavoro quotidiano, e che ne avevano fatto una bandiera trasversale del calcio britannico, si univa l’aspetto umano. Il nick Mr. Nice Guy dice tutto. In un’intervista al The National di Abu Dhabi, Hugo Viana ricordava il suo sbarco a Newcastle a 19 anni da enfant prodige, e di come si aggrappò a Speed per imparare a reggere «una pressione spaventosa al quale non ero abituato. Lui non diceva “si fa così”, lui lo faceva. Non era il più forte, ma quello con più cose da insegnare». Sedersi sulla panchina del Galles, la cui maglia Speed l’aveva indossata 85 volte, 44 delle quali da capitano, era solo una questione di tempo. 18 partite per la precisione, tanto erano state quelle alla guida dello Sheffield United prima che il club avallò la sua richiesta di svincolo per permettergli di rispondere alla chiamata della FAW, la Federcalcio dei Dragoni. Sostituiva John Toshack, quindi un’altra icona del calcio gallese, sprofondata però ai minimi termini per popolarità dopo una gestione turbolenta, tormentata e povera di risultati. Toshack – non si sa se per disperazione o reale convinzione – aveva buttato nella mischia un nutrito gruppo di giovani, da Bale a Ramsey, da Ledley ad Allen, da Vokes a Gunter, e in un match contro l’Estonia era arrivato a schierare un undici titolare dall’età media di 21 anni. Ma non era la materia prima a essere deprimente, quanto il contesto d’insieme: squadra scollata, i big che si facevano i fatti propri («i tifosi», ricorda il giornalista Chris Wathan, autore del libro Together Stronger, «erano convinti che molti di loro preferivano essere infortunati piuttosto che rispondere alla convocazione in Nazionale e andare incontro all’ennesima figuraccia»), l’idea che sfortuna e fallimento fossero componenti insite nel dna del calcio gallese.

Alla prima conferenza stampa, all’hotel Vale of Glamorgan di Cardiff, Speed presentò le linee guida della propria filosofia e, nonostante la scarsissima esperienza da allenatore, si ritrovò subito l’opinione pubblica dalla propria parte. I gallesi avevano bisogno di qualcosa in cui credere, ma ancora di più in qualcuno dotato della credibilità necessaria per poterlo fare. Quando Speed disse che il Galles avrebbe dovuto diventare una squadra in grado di competere costantemente a livello internazionale, e non di giocarsi la qualificazione a grandi tornei solo in occasioni sporadiche, la gente gli credette. Lo fece semplicemente perché lui era Gary Speed, simbolo di una lealtà sportiva che gli aveva concesso rispetto ovunque, uomo di poche parole ma che quando parlava non lo faceva mai caso, e soprattutto infaticabile lavoratore che avrebbe dato tutto sé stesso per raggiungere l’obiettivo. Speed aveva un piano. Ian Rush, tutt’oggi il massimo marcatore gallese nella storia della nazionale, una volta disse che per il Galles il piano B consisteva unicamente nel lavorare in maniera più intensa al piano A. Quei tempi stavano finendo. «In Nazionale c’è un gruppo di giocatori», aveva proseguito Speed, «con un’età tale da poter giocare e crescere assieme per lungo tempo». Parole che, rilette cinque anni dopo con il Galles arrivato fino alla semifinale di un Europeo, non necessitano di ulteriori commenti.

CARDIFF, WALES - FEBRUARY 29: The Wales team applaud for the Gary Speed Memorial International Match between Wales and Costa Rica at the Cardiff City Stadium on February 29, 2012 in Cardiff, Wales. The international friendly match is being held in honour of Wales former manager Gary Speed, the nation's first international match played by Wales since his death on November 27, 2011. (Photo by Julian Finney/Getty Images)
2012: i giocatori del Galles commossi durante il match in memoria di Gary Speed (Julian Finney/Getty Images)

La prima mossa di Speed fu quella di ridefinire lo staff della nazionale. Vennero ingaggiati Jeff Roden in qualità di Head of Performance e Ray Verheijnen quale preparatore atletico, che andarono a completare un triumvirato al cui vertice c’era Osian Roberts, dal 2007 direttore tecnico dei Dragoni (nel 2015 è diventato vice ct) e considerato l’uomo più influente all’interno del calcio gallese. Un’enciclopedia vivente che ne ha viste di tutti i colori e che gode di infinita stima dell’ambiente, non solo gallese, dal momento che ex giocatori quali Henry, Vieira, Lehmann, Desailly e Ginola hanno tutti conseguito il patentino UEFA A di allenatori scegliendo il corso di Roberts e della FAW anziché quello delle rispettive Federazioni. «Ci fu un planning strategico per modernizzare il calcio gallese», ha ricordato Roberts in più occasioni. «Eliminare la discontinuità delle prestazioni era un chiodo fisso di Gary. Lui voleva una struttura che garantisse continuità tra nazionali giovanili e quella maggiore in termini di metodologie tecnico-tattiche, stile di gioco, sviluppo dei giocatori, ma anche il modo di relazionarsi con essi, di gestire l’aspetto umano, non solo quello sportivo. Uniformità, coerenza e professionalità erano le parole chiave. Chiamammo la nostra riforma The Welsh Way». Il Galles entrò finalmente nel 21esimo secolo. Nonostante Speed perse le prime tre partite, tifosi e squadra reagirono positivamente. «Vedevo carattere, autostima, personalità», dice Roberts, «e percepivo tra la gente un ottimismo prima sconosciuto». Il Galles che il 26 marzo 2011 perse 2-0 a Cardiff contro l’Inghilterra schierava, nell’undici titolare, Hennessey, Gunter, Ashley Williams, Ramsey (con la fascia di capitano a 20 anni), Ledley. Bale non c’era perché ko per infortunio, altrimenti sarebbero stati sei i giocatori che cinque anni dopo avrebbero nuovamente affrontato gli inglesi, questa volta però nella fase finale di un Europeo.

NOTTINGHAM, ENGLAND - NOVEMBER 29: Leeds fans show their respects for the late Gary Speed during the npower Championship match between Nottingham Forest and Leeds United at the City Ground on November 29, 2011 in Nottingham, England. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)
Un tifoso del Leeds espone la maglia di Gary Speed (Laurence Griffiths/Getty Images)

Tra settembre e novembre 2011 il Galles centrò quattro vittorie su cinque partite, e Speed portò in pari il proprio bilancio: 10 match equamente divisi tra successi e sconfitte. Colpiva soprattutto la manovra fluida e la coesione della squadra, due novità pressoché assolute a quelle latitudini, tanto che, all’indomani del 4-1 contro la Norvegia del 12 novembre, un giornale locale uscì con il titolo “Tiki-taka from the valleys”. Quella sera il Galles festeggiava la 45esima posizione nel ranking FIFA. Al momento dell’insediamento di Speed, i Dragoni erano al 116esimo posto, stretti tra Haiti e Grenada. Nel 2011 avevano totalizzato 330 punti, più di ogni altra nazionale. Due settimane dopo, Speed si tolse la vita. Soffriva di depressione, tenuta nascosta per lungo tempo anche agli amici più cari e alla famiglia. Together stronger è un libro, una canzone, un motto. Soprattutto, è l’eredità di Gary Speed.

 

Nell'immagine in evidenza, i tifosi del Galles omaggiano Gary Speed durante il match in sua memoria, nel febbraio 2012. (Clive Mason/Getty Images)

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