Calcio

L’uomo che volle essere Re

La carriera di Cristiano Ronaldo è stata una vertiginosa ricerca della perfezione. In questa intervista parla di successo, di superbia, di talento.

Cristiano Ronaldo

PARIS, FRANCE - JULY 10: Cristiano Ronaldo of Portugal applauds the supporters after his team's 1-0 win against France in the UEFA EURO 2016 Final match between Portugal and France at Stade de France on July 10, 2016 in Paris, France. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Quando pensiamo a Cristiano Ronaldo, ne immaginiamo il corpo crudo e levigato di robot, la massima espressione della fisicità applicata al calcio. Il madridista si è modellato adattandosi alle evoluzioni del gioco, mutualmente l’uno ha subito le trasformazioni dell’altro. Molti lo accusano di un’eccessiva protervia – che pure sarebbe legittima in chi ha superato per 6 volte le cinquanta reti in una stagione – e di ostentare continuamente il suo strapotere muscolare. Eppure, la storia di Ronaldo non è costruita su una hybris tracotante e boriosa: non vuole sfidare gli dei irridendoli, né abbatterli. La sua storia è più simile a quella di chi, attraverso un estremo sacrificio, vuole soltanto arrivare a specchiarsi in loro. Partito da Funchal, in quel paradiso scarno e luminoso che è Madeira, ha costruito la propria epica attraverso il superamento di quegli ostacoli che lo separavano dall’Olimpo. Non per potersi semplicemente vantare di essere unico e solo. Il primato che interessa a Cristiano è soltanto quello morale, edificato rispetto a ciò che era quando tutto è cominciato. In un’intervista di qualche tempo fa lo si sente parlare di quanto ami essere parte di un team, di aver sempre intuito di avere qualcosa in più degli altri. Dice di aver giocato solo per divertirsi. L’ultima frase è una piccola falsità, che nasconde una verità enorme: Ronaldo, pur sapendo di mentire, tenta di diradare quell’aura di presunzione che gli è stata appiccicata addosso.

Ronaldo giovane
Lui davanti, tutti gli altri dietro. È il 2003 e il Portogallo ha vinto una partita contro l'Italia a Tolone, Francia (Gerard Julien/Afp/Getty Images)

Se è vero che per lui il calcio è gioia, l’agonismo, la disfida, il miglioramento del proprio gioco, a ogni livello, hanno sempre rappresentato una frazione di quella competitività che lo ha portato a diventare il migliore al mondo. La costruzione del calciatore perfetto, che molti vorrebbero dissezionare per carpirne ogni minimo segreto, non è arrivata per caso, ma solo grazie all’ossessione e «alla forza di volontà che è un muscolo da allenare», in maniera costante, come scritto su un’effigie negli uffici dello Sporting, dove Ronaldo è unito idealmente a Balzac. Cristiano è sempre più un automa che mostra tutte le proprie debolezze, nascondendole dietro una patina di esasperata convinzione. Le sue qualità sono una mescolanza di velocità, tecnica e forza, perché: «Non c’è una componente più importante dell’altra. Ti servono tutte se vuoi arrivare in alto». A poche settimane dall’inizio di Euro 2016, se gli si domanda cosa ci sia di diverso nel difendere i colori della sua Nazione, lui che viene da un’isola e da sempre è stato abituato a essere lontano dalla terraferma, risponde che non c’è differenza: «Ho sempre lo stesso approccio e massima abnegazione, che giochi per il mio club o in Nazionale. È così che sono e che sono sempre stato», e si può essere sicuri che sia vero se si conosce la storia del ragazzino dal corpo esile che è divenuto uomo con un lavoro costante nel tempo, qualunque fosse il contesto. «Chiaramente, giocare in Nazionale per me è speciale, in quanto ho un popolo intero a sostenermi. Ci sono tantissimi portoghesi che vivono fuori dal Portogallo e sentiamo tutto il loro entusiasmo. Sono sicuro che sarà lo stesso in Francia, dove c’è una comunità portoghese molto ampia».

Ronaldo Ricardo Quaresma
Con Ricardo Quaresma (Lars Baron/Getty Images)

 

Alla luce di quanto dice, si capisce perché, dopo un Mondiale 2014 giocato rischiando la propria carriera, la delusione per l’eliminazione fosse talmente bruciante da diventare ossessione. Ronaldo è cresciuto nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico, rodeado do mare, è stato portoghese per la prima parte della propria vita, ma ha imparato presto cosa significhi fare i conti con la solitudine. Quando parla della propria terra ricorda: «Ho vissuto in tre Paesi differenti, Portogallo, Inghilterra e Spagna, e ci sono cose che amo in ognuno di loro. Ma certo, il luogo in cui sei nato e cresciuto rappresenta sempre qualcosa di speciale per quanto riguarda i ricordi e le esperienze vissute. Fortunatamente sono nato in una parte molto bella del Portogallo». Oggi Ronaldo ha percorso molti chilometri lontano dal Portogallo: «Mi sento un cittadino del mondo, ma anche un portoghese che ama la propria terra e che è fiero di poterla rappresentare ai massimi livelli per molti anni ancora». Il primo torneo importante con la Nazionale portoghese, di cui è il recordman di reti e presenze, arriva con gli Europei del 2004. La sua classe è talmente superiore che lo porta a vestire la maglia rossoverde dopo sole 10 presenze con quella dell’Under 21. È l’Europeo della frustrazione, del disinganno, della grande amarezza che è riassumibile nella diapositiva di Cristiano in lacrime, distrutto dopo la sconfitta in finale contro la Grecia. Quella del 2004 era anche la Selecção das Quinas con il maggior numero di talenti in epoca moderna. Chiedersi quanto emblemi del calcio lusitano come Figo, Rui Costa e Deco abbiano influenzato la carriera di Ronaldo è quasi pleonastico, «mi sono trovato a giocare con alcuni dei miei idoli. Gente che guardavo in Tv e che ho sempre ammirato, ho sempre avuto la consapevolezza che un giorno avrei raggiunto il loro livello». Per quanto scontato possa sembrare, dice che «giocare con loro è stato come un sogno che diviene realtà. Ho cominciato a giocare al loro fianco, diventando a mia volta un calciatore importante per la Nazionale. Io ero molto giovane, mentre loro avevano già una grande esperienza, è stata una grande opportunità per me». Chiaramente, per quanto angosciante possa essere stata, ha rappresentato un momento di transito: «Poco dopo, mi sono sentito in qualche modo responsabile di trasportare la loro eredità a un’altra generazione. Conosco un sacco di ragazzi e ragazze che vedono me, oggi, come un’ispirazione e sono molto felice di poterli aiutare in qualche modo a raggiungere i loro obiettivi, che siano nel calcio o in qualsiasi altra attività».

Ronaldo 2004
Tra Dabizas e Vryzas, durante la finale dell'Europeo 2004 (Franck Fife/Afp/Getty Images)

 

E in questa risposta viene fuori il Ronaldo trainante, un leader che si occupa di un’intera famiglia, tirandola fuori dal terreno limaccioso in cui era arenata dopo la scomparsa del padre. Sin da piccolo, alcuni talent scout e dirigenti dello Sporting Lisbona, tra cui Aurelio Pereira e Carlos Freitas, capiscono di avere fra le mani un talento adamantino capace di piegare al proprio volere i compagni di squadra. Una personalità totalizzante che fa il paio con la classe mostrata in campo. La sovraesposizione mediatica subìta a 12 anni, quando per molti erano già visibili i prodromi di un fenomeno in divenire, sembra non avergli mai causato grossi problemi. A riguardo glissa con la consueta patina di modestia posticcia: «Dire che fossi già famoso a 12 anni, probabilmente, è un’esagerazione. Venivo considerato come uno dei talenti più promettenti della mia generazione nella comunità calcistica ma non ero realmente famoso. Lo divenni qualche anno più tardi, quando diventai professionista e poi mi trasferii al Manchester United. Con la fama ho imparato a convivere».

In un passaggio di Making of Ronaldo, la pellicola che ne ripercorre carriera e gesta, ancora Carlos Freitas – ex direttore sportivo dei leões che ne sponsorizzerà l’inserimento in prima squadra durante la stagione 2002/03 – rivela come non solo gli addetti ai lavori, ma Cristiano stesso fosse sempre stato certo di poter diventare il migliore al mondo. Cr7 rappresenta qualcosa che i nostri occhi vergini non erano stati ancora abituati a vedere. Allora viene da chiedersi se sia consapevole di quanto stia segnando la storia di questo gioco negli ultimi anni. La risposta rispecchia fedelmente l’immagine restituitaci da una narrazione standard: «Sì, credo di avere un’idea a riguardo. E devo ammettere che questa cosa mi rende estremamente felice di dove e cosa sono oggi. So che sarò nei libri di storia del calcio e questo è semplicemente fantastico». La lista dei premi che Ronaldo ha ottenuto durante gli anni più luminosi della carriera non basta a farlo sentire sereno e appagato. Continua a vivere il calcio con una tensione crudele. «Ho lavorato molto duramente per arrivare al livello più alto e continuo a farlo per rimanere dove sono. Mantengo la stessa attitudine e dedizione in ogni singolo allenamento, in ogni gara. Mi prendo cura di me stesso per continuare a fare la storia di questo gioco per molti anni ancora».

Portogallo Francia Europei
(Alex Livesey/Getty Images)

In parallelo alla crescita di Ronaldo calciatore abbiamo vissuto lo sviluppo dell’icona, del giocatore stiloso, conosciuto per la propria coolness in campo e per le abilità mostrate in gara. Ma Cr7 ha anche mostrato, piuttosto di frequente, il suo lato umano ed emotivo. Le lacrime versate dopo la vittoria del secondo Pallone d’Oro ne sono testimonianza. Le smorfie di disapprovazione e i suoi pianti fanno da contraltare all’uber-atleta a cui ci ha abituato il calcio fisico di oggi. «Sono una persona profondamente emozionale. Anche in campo, credo. Non nascondo mai cosa sono o quello che sto provando. È per questo che festeggio i goal in maniera così entusiasta o mi mostro infelice quando le cose non vanno come io vorrei. Sono così durante le partite, in allenamento, ma anche fuori dal calcio. Non preparo mai i momenti importanti, non fingo, agisco spontaneamente». Nell’evoluzione di Cristiano da fenomeno giovane a futuro Pallone d’Oro in molti si sono arrogati meriti che in realtà sembrano spettare soltanto a lui. Un allenatore ai tempi del Nacional ne parla come di un ragazzo con il 20-30% di potenziale, ma su cui hanno influito coloro che hanno saputo modellarne il carattere, rendendolo qualcosa di simile a quello che oggi ammiriamo.

Come Ferguson, che fece di tutto per portarlo al Manchester United prima del tempo. Sul suo rapporto con i tecnici dice: «Un allenatore può essere un’influenza positiva per un calciatore, a qualsiasi età. Sono sempre pronto a imparare qualcosa da chi mi allena. Ovviamente questo è successo e mi succede ancora oggi. Amo avere un rapporto schietto con loro. Sono stato fortunato ad aver lavorato con i migliori al mondo, quindi so esattamente di cosa parlo», aggiunge. «Certo, sono nato con del talento, ma ho lavorato duramente per farlo fruttare al meglio». Il fisico di Ronaldo è oggi uno standard di perfezione, uno standard da raggiungere. Lui, a proposito, dice: «Credo che i migliori influenzino sempre il proprio sport, quindi credo di aver avuto un certo impatto. Non posso ancora dire in che misura, questo potrà dirlo soltanto il tempo; ma se puoi correre rapidamente, saltare più in alto degli altri, essere forte e agile al tempo stesso, puoi fare in modo che il tuo talento sia ancora più efficace».

Fernando Santos e Cristiano Ronaldo
Fernando Santos e Cristiano Ronaldo, praticamente i due allenatori del Portogallo in finale (Matthias Hangst/Getty Images)

 

Non importa come i media amino descriverlo, se ne abbiano mostrato solo una variante egocentrica e arrogante. A Cristiano piace vedersi come «uno con sogni e ambizioni, che ha lottato per ottenerli». Ma anche «una persona allegra, che ama stare bene con sé e con chi gli sta intorno». Un uomo orgoglioso di quanto ha raggiunto, che se gli si chiede dove si inserirebbe in una classifica immaginaria degli ultimi vent’anni, risponde con confidenza: «L’ho già detto altre volte. Non è soltanto un’opinione, è un modo per affrontare la vita. Abbiamo bisogno di pensare positivo e credo che con i risultati che sto avendo possa pensare di essere il migliore».

 

L’articolo è uscito originariamente sul numero 10 di Undici


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