Calcio

91 volte addio

Una lettera di addio, senza troppo rancore, per ora, giusto un po' ma solo perché siamo all'inizio.

Napoli's Argentinian-French forward Gonzalo Higuain celebrates at the end of the Italian Serie A football match SSC Napoli vs Inter Milan on November 30, 2015 at the San Paolo stadium in Naples. Napoli won 2-1. AFP PHOTO / CARLO HERMANN / AFP / CARLO HERMANN (Photo credit should read CARLO HERMANN/AFP/Getty Images)

Lunedì (o forse martedì) della settimana scorsa ho fatto una cosa: ho guardato, su Youtube, un video che conteneva tutti e novantuno gol segnati da Higuaín con la maglia del Napoli. In quei giorni non si sapeva ancora che il Pipita sarebbe passato alla Juventus (mentre scrivo, sono le 6 del mattino di lunedì 25 luglio, non c’è ancora l’ufficialità); io ero quasi convinto che sarebbe finito in Inghilterra, al Chelsea o al Manchester, anche se speravo che rimanesse a Napoli ancora un altro anno. Il tifoso che è in me credeva fosse giusto che la prossima Champions League la si disputasse insieme. Vittorio, un caro amico e grande tifoso del Napoli, di quelli tosti da curva, quando gli ho detto quello che avevo fatto, mi ha scritto in una chat: «Maronna, Gianni, e che coraggio che tieni». Quando ho cominciato a guardare il video non sapevo perché lo stessi facendo, ho tolto l’audio, si trattava comunque di una questione personale. Non lo è sempre? Il video dura circa quindici minuti, ed è uno spettacolo.

Il primo gol, in assoluto, al Chievo, dopo una respinta del portiere, e via così, azione dopo azione, tutti gli altri. Quelli in Champions, col Borussia Dortmund e con l’Arsenal, la serie infinita di doppiette e triplette fatte alla Lazio (una specie di accanimento). Moltissimi sono i gol di Higuaín segnati con l’orribile maglia gialla che il Napoli usava un paio di stagioni fa. La seconda stagione, il bellissimo e inutile gol all’Athletic Bilbao, i gol In Europa League, la doppietta nella finale di Supercoppa alla Juventus. Almeno una decina di gol che non ricordavo. Quello strepitoso in semirovesciata alla Roma. Gol di destro, di sinistro, di testa, di potenza, d’astuzia. Quelli splendidi, col tiro a giro sul palo lungo, come quello segnato al Genoa, al San Paolo nello scorso campionato, uno dei miei preferiti; e il più bello di tutti, quello al Legia Varsavia in Europa League, un gol perfetto, e via via, ancora via, fino ad arrivare alla tripletta del 14 maggio scorso, al Frosinone, con la rovesciata del record. Fine del video.

La mia settimana è proseguita, qualche giorno dopo ho capito quello che il mio inconscio sapeva già: lo stavo salutando. Non ho fatto altro che guardare le vecchie foto prima di dirgli addio. Tutto qui? No, non è tutto qui. Higuaín se ne è andato di notte, mentre tutti dormivano, con le scarpe in mano, come gli amanti, come i ladri; in ogni caso, come a uno a cui non puoi telefonare la mattina dopo per chiedere spiegazioni. E quali spiegazioni potrebbe (o dovrebbe) dare Higuaín? Ogni cosa è sotto gli occhi di tutti (anche se non propriamente “luminosa”). Esiste una clausola rescissoria, di elevatissima consistenza economica, esiste qualcuno che decide di pagarla, il giocatore va via e tanti saluti; ma perché quella clausola si attivi bisogna che il calciatore abbia voglia di andare a giocare per il club che la pagherà. Voglia che, a quanto pare, il Pipita ha, eccome. Higuaín è due volte venduto. La prima volta è perché è stato venduto a qualcuno che l’ha comprato (spiegazione letterale); la seconda volta è perché ha scelto la Juventus (spiegazione sentimental-popolare).

È chiaro, fin troppo ovvio, che i tifosi del Napoli non potranno perdonare (mai o quasi mai) a Higuaín il fatto di aver scelto proprio i bianconeri. Fosse andato al Chelesa o al Psg, ce la saremmo messa via in poche settimane, ma la Juventus rende tutto più complicato. Intanto, si rinforza un avversario che è già, in Italia, è più forte di tutti, con uno degli attaccanti più forti del mondo, e uno pensa: “Vabbè, giocate da soli”. In più, la Juventus è un nemico, seppur sportivo. No, non sarà perdonato, ma di questo a Higuaín non importerà nulla, è un professionista, bla, bla, bla.

SSC Napoli v Frosinone Calcio - Serie A
L'ultima partita, l'ultima tripletta (Maurizio Lagana/Getty Images)

I tifosi del Napoli, in questi giorni, si stanno dividendo in due sottocategorie, derivate dall’unica categoria madre che è quella della delusione: la sottocategoria dei ragionatori e quella dei superincazzati. Si soffre in entrambi i reparti, anche se i ragionatori dissimulano meglio. I ragionatori assorbono il colpo trasformandosi in provetti analisti finanziari e spiegandoci perché vendere Higuaín a quella cifra sia un affare colossale, come se questo aspetto non fosse già del tutto evidente a ciascuno di noi; ma per diventare un vero affare (non solo per la società ma anche per i tifosi) quei soldi devono trasformarsi in acquisti come si deve, e di giocatori come si deve, in giro, ce ne sono pochi. Si fa, per esempio, il nome di Icardi, staremo a vedere. I superincazzati (che pure conoscono i vantaggi dell’aspetto economico) si stanno sfogando con gli insulti o con gesti plateali, tipo la maglia numero 9 incendiata o buttata nel water. Azioni che non condivido ma che capisco perfettamente nel sentimento che le origina.

Sia i ragionatori sia i superincazzati stentano a credere che sia tutto vero, pochi lo ammettono. Io a quale sottocategoria appartengo? Non lo so, certo non brucerei mai la maglia di Higuaín, anche perché non ho mai comprato la sua maglia. Rivendico però il diritto di essere arrabbiato e deluso per qualche giorno, preferisco. Tutti ricordano Higuaín che canta sotto la curva «E oggi come allora difendo la città». Il giornalista Vittorio Zambardino (che è anche un grande tifoso del Napoli), persona di cui ho grande stima, ieri sera, in un dibattito pubblico tenutosi a Dimaro (sede del ritiro estivo del Napoli), ha affermato riferendosi proprio al Pipita che canta sotto la curva: «E che doveva fare? Doveva piangere?». Belle domande, e Zambardino in fondo ha ragione, e poi chi lo sa cosa avrebbe dovuto fare Higuaín quel giorno, e poi quest’estate, e poi il prossimo inverno. Higuaín ha fatto una scelta e, scegliendo la Juventus, ha preferito non essere amato per sempre dai napoletani. Non che questo sia grave, ma è così che stanno le cose, registriamo il dato.

Qualcuno sostiene che non sia più il tempo di amare i calciatori, io non sono d’accordo (se lo fossi non guarderei più una partita). I fuoriclasse o, meglio ancora, i calciatori che danno tutto in campo, saranno sempre amati dai tifosi. Quello che è cambiato rispetto a venti o trent’anni fa è che queste delusioni sono smaltibili in fretta. Diciamo che quando comincerà il campionato Higuaín sarà solo uno di loro, degli altri. Uno che non sarà perdonato. Spero lo dimentichino in fretta i bambini tifosi che in questi giorni stanno piangendo perché il loro idolo se ne va.

Ho guardato quei 91 gol, e sono stato contento di averlo fatto, così come sono stato contento di aver avuto Gonzalo Higuaín in squadra per tre anni, l’ho sempre difeso, soprattutto il primo anno (ma anche un po’ il secondo) quando molti lo attaccavano dicendo che segnava meno di Cavani, dimenticando il numero considerevole di assist che faceva; tutto questo ora è storia. Ammetto una debolezza, non sono ancora pronto ad augurargli buona fortuna. Ma una cosa la so e De André la dice meglio di chiunque altro: «È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati».

 

Nell'immagine in testata, Gonzalo dopo aver battuto l'Inter al San Paolo (Carlo Hermann/Afp/Getty Images)


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