Cos’è successo nella Nfl con il caso Kaepernick

Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, si è rifiutato di alzarsi durante l'esecuzione dell'inno statunitense, causando reazioni scomposte.
di Redazione Undici 30 Agosto 2016 alle 12:08

Lo scorso venerdì Colin Kaepernick, quaterback dei San Francisco 49ers, si è rifiutato di alzarsi durante l’esecuzione dell’inno statunitense prima di una match di preseason tra i suoi San Francisco 49ers e i Green Bay Packers. Un gesto di attivismo raro all’interno del mondo Nfl che arriva circa sei settimane dopo l’appello condiviso da LeBron James, Dwyane Wade, Chris Paul e Carmelo Anthony durante gli Espy Awards. Ma con risultato diverso. Al termine della gara Kaepernick ha spiegato a Steve Wyche di Nfl Media i motivi di quel comportamento: «Non posso alzarmi in piedi e mostrarmi orgoglioso di ciò che rappresenta la bandiera di una nazione che opprime gli afroamericani e la gente di colore», aggiungendo «per me questo è più importante del football e sarebbe egoista da parte mia guardare dall’altra parte. Ci sono corpi per le strade e gente che viene pagata per lasciare il proprio lavoro facendola franca». L’interesse di Kaepernick per i diritti civili, in particolare le violenze della polizia nei confronti delle minoranze, è evidente se si guarda la sua timeline di Twitter, con un continuo supporto al movimento Black Lives Matter e una serie di stati riguardanti il razzismo. Non è la prima volta che il quarterback si rifiuta di alzarsi in piedi, lo aveva già fatto nelle tre amichevoli precedenti, ma questa volta il gesto ha avuto una maggiore eco data la presenza di nome e numero di maglia sulla schiena dell’atleta.

La scelta di Kaepernick ha scatenato una serie di reazioni difformi, dal sostegno di alcuni colleghi all’indignazione di personaggi come il modello Cloyd Rivers, che ha sottolineato come il gesto rappresenti una mancanza di rispetto verso gli uomini che hanno lottato perché quella bandiera potesse esistere. Altre risposte sono state decisamente più isteriche, come quella di alcuni tifosi che hanno deciso di bruciare le maglie di Kaepernick. Uno dei tweet che è girato maggiormente ritrae Zachary Stinson – un veterano che ha perso l’uso delle gambe durante un’esplosione in Afghanistan nel 2010 – che si alza sulle proprie braccia durante un match della Nazionale statunitense di basket. Anche colleghi di Kaepernick come Victor Cruz, wide receiver dei New York Giants, pur rispettando il diritto del quaterback a protestare, hanno detto di non essere d’accordo con il messaggio lanciato.

Savage 49ers fan burns a Kaep jersey while playing the national anthem. #Kaepernick #NationalAnthem #49ers #HouseofHighlights

Un video pubblicato da The Fumble (@thefumblesports) in data:


È arrivata, immancabile, la dichiarazione di Donald Trump: il politico repubblicano ha suggerito a Kaepernick di cercarsi una “patria” che gli sia più congeniale. Una sorta di refrain del if you don’t like it, get out comune durante le proteste politiche dell’era Bush. Cosa accadrà ora alla carriera del quarterback? Alcuni contestatori considerano quell’atto un estremo tentativo di attirare attenzione a una settimana dal suo possibile taglio per scarso rendimento: il gioco del quarterback afroamericano è calato in maniera continua dal 2012, anno in cui portò i 49ers al Super Bowl, e ben prima dell’anthem gate c’erano state ben poche indicazioni sul fatto che Chip Kelly, l’allenatore, volesse puntare ancora sul numero 7 come titolare. In tutto questo Kaepernick sta cercando di far sentire ancora la propria voce come atleta, anche se non più di primo piano.

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