Cosa resta della Romania

Un viaggio nel declino del calcio rumeno, che da Euro 2000 in avanti non ha più avuto talenti o squadre capaci di incidere in Europa.

Qualche cinefilo italiano si sarà imbattuto in Andy Kaufman attraverso il film Man on the Moon, con tutta la probabilità la miglior interpretazione nella carriera di Jim Carrey. Molto noto negli Stati Uniti, ma pressoché sconosciuto oltre oceano, Kaufman aveva spinto la sua arte in una dimensione in cui verità e menzogna si fondevano in un gigantesco blob dal quale risultava impossibile districarsi. La bugia come stile di vita, provocazione, intrattenimento e arte. Kaufman non c’entra niente con la Romania e il calcio rumeno, eppure nel settembre 2015, quando è stata diffusa la notizia che la Nazionale allora guidata da Anghel Iordanescu si trovava al settimo posto del ranking Fifa, più di un commentatore (tra cui Jonathan Wilson del Guardian) ha pensato si trattasse di uno scherzo. Una situazione assurda divenuta ancora più paradossale, e pertanto entrata nella dimensione “kaufmaniana”, di fronte alle dichiarazioni del presidente della Federcalcio rumena Razvan Burleanu, secondo cui il proprio progetto di portare stabilmente la Romania nella top ten del calcio mondiale era in anticipo sui tempi. Stava parlando di una Nazionale che, prima di Euro 2016, nei precedenti quindici anni aveva partecipato a un solo grande torneo internazionale, Euro 2008, mancando 4 Mondiali e 2 Europei. Stava parlando di un movimento calcistico sprofondato nel ranking Uefa per club dalla settima posizione nel 2008 alla sedicesima nel 2014. Stava parlando di una selezione nella quale solo il 9% di giocatori erano sotto contratto con un club appartenente a uno dei cinque principali campionati europei, contro il 41% di quelli presenti a Euro 2000, torneo che ha rappresentato il canto del cigno della generazione d’oro del calcio rumeno.

RUMANIAN FANS
Tifosi romeni negli anni Ottanta (Allsport Uk/Allsport)

«Le nostre squadre escono prima dalle coppe europee rispetto a dieci anni fa», ha commentato Iordanescu in merito all’anomalia del ranking, «e di nostri giocatori nelle grandi leghe ce ne sempre meno, quasi tutti poi in squadre di fascia medio-bassa. No, non siamo settimi al mondo». L’ex Steaua – subentrò nella finale di Coppa Campioni vinta nell’86 ai rigori contro il Barcellona – è poi riuscito a qualificare la Nazionale a Euro 2016, ma l’avventura in Francia appare più come una casualità piuttosto che un primo passo verso una rinascita per la quale non esistono i presupposti minimi. Rispetto agli altri paesi dell’ex Cortina di Ferro, quasi tutti alle prese con un passato tanto glorioso quanto oggettivamente non più replicabile (l’Aranycsapat ungherese, la Polonia dei ’70, l’Urss di Lobanovsky, la Bulgaria di Stoichkov), la Romania è quello messo peggio, scavalcata anche da realtà che solo dieci anni prima non sarebbero nemmeno state prese in considerazione. Ogni riferimento all’Albania è voluto. «Infatti all’Europeo gli albanesi ci hanno battuto», commenta Dominique Antognoni, giornalista di Gazeta Sporturilor. «Nelle qualificazioni la Romania ha puntato tutto sul non prendere gol, giocando malissimo e spuntandola grazie a una serie di circostanze favorevoli, in primo luogo un sorteggio che l’ha inserita in un girone di grande modestia, quindi per l’inaspettato crollo della Grecia, che ha liberato un posto per il passaggio diretto del turno. Così però di strada se ne fa poca. Adesso c’è Christophe Daum, che dice di volere una squadra più propensa a creare gioco e maggiormente orientata ad attaccare. Ma se mancano i giocatori, nemmeno Guardiola potrebbe combinare molto».

Il gol di Sadiku che ha deciso la sfida tra Romania e Albania a Euro 2016.

Nessuno è così folle da pretendere un ritorno all’età dell’oro degli anni ’90, con il picco massimo raggiunto a Usa ’94 quando la Romania di Hagi, Popescu, Belodedici, Dumitrescu e Petrescu arrivò fino ai quarti di finale, arrendendosi alla Svezia solamente ai rigori. Però nella fase appena successiva alla chiusura del ciclo, come detto conclusosi a Euro 2000 – torneo nel quale la Romania riuscì comunque a battere l’Inghilterra e accedere ai quarti – pur in un generale declino della qualità media della selezione, qualche stella riusciva comunque a brillare: Mutu, Chivu, Lobont. «In Francia invece il nostro top player era Vlad Chiriches», riprende Antognoni, «un miracolato dall’operazione Real Madrid-Bale, perché gli bastarono due gol dalla distanza contro Ajax e Chelsea nell’Europa League 2012/13 per convincere il Tottenham, ritrovatosi improvvisamente coperto di oro dal Real Madrid, a portarlo a Londra. Oggi fa panchina in Serie A, come prima la faceva in Premier. Panchina alla quale altri nemmeno sono arrivati, e ora giocano in Turchia, Bulgaria, Belgio. Miglior fotografia del movimento attuale non potrebbe esserci».

Un depauperamento che non riguarda solo l’ambito calcistico, ma si estende a tutto lo sport rumeno, come dimostrato dalla recente storia olimpica. A Los Angeles 1984 la Romania finì seconda nel medagliere (anche grazie alla defezione dell’Urss, che però non inficia l’eccezionale valore della prestazione) conquistando 53 medaglie; nel ’96 ad Atlanta era 14esima (20 medaglie), nel 2008 a Pechino 17esima (8), nel 2012 a Londra 27esima (9), la scorsa estate a Rio de Janeiro 47esima (5). Il giornalista Razvan Boldis ha equiparato lo sport moderno a un business nel quale la Romania, anche a causa della crisi economica che ha colpito tutta Europa, può solo limitarsi a sopravvivere, senza possibilità di andare oltre. «Pochi soldi significa assenza di infrastrutture adeguate, scarsa motivazione degli atleti, modesto livello di allenatori e staff tecnico. Tuttavia non è solo una questione monetaria. Manca una strategia politica a livello nazionale».

ROMANIA V SWITZERLAN
Prodan, Hagi e altri compagni di squadra a Usa 1994 (Jonathan Daniel/Allsport)

La scarsità di risorse economiche è un elemento comune a molteplici realtà calcistiche minori, e nessuno può negare che rivesta un ruolo primario nel progressivo disequilibrio a livello continentale tra haves e have-nots. Nel caso rumeno però le radici del malessere sono ancora più profonde. Negli ultimi anni il calcio è finito in prima pagina quasi esclusivamente per scandali e fallimenti: la carcerazione di George Becali e Ioan Niculae, rispettivamente patron di Steaua Bucarest e Astra Giurgiu; la battaglia in tribunale tra Cluj e Federcalcio rumena per le inadempienze del club della Transilvania; la recente squalifica di 14 giocatori del Gloria Buzau, seconda divisione, per match fixing; il crollo dell’Otetul Galati, passato in un quinquennio dalla Champions League alla quarta divisione; la scomparsa dell’Unirea Urziceni. Quest’ultimo caso rappresenta l’emblema di come in Romania nella grande maggioranza dei casi che investe soldi in una squadra lo fa esclusivamente per proprio tornaconto personale, senza alcuna programmazione a medio termine per il club. L’Unirea è stata l’ultima squadra rumena a essere competitiva in una fase a gironi di Champions League, ottenendo 8 punti nell’edizione 2009/10 e chiudendo con un più che dignitoso terzo posto. La classica piccola favola di calcio minore, con un club passato nel giro di poco tempo dalla terza divisione al massimo palcoscenico europeo grazie al tecnico giusto nel momento giusto, ovvero l’ex Chelsea, Foggia e Genoa Dan Petrescu. Una volta però incassati i soldi dalla Uefa, il patron Dumitru Bucsaru è passato all’incasso e ha salutato la compagnia, destinandola a un fallimento puntualmente arrivato al termine dell’annata successiva. L’unico denaro che entra nelle casse dei club rumeni proviene da chi siede in cabina di comando, autentico demiurgo non solo delle fortune, ma proprio della sopravvivenza del club.

RaShaun Botterill/ALLSPORT
Raducioiu ha appena segnato alla Colombia (Shaun Botterill/Allsport)

In un simile contesto, dove anche le rare società che gravitano al di sopra della soglia di sopravvivenza (la Steaua su tutte) non investono nel settore giovanile, optando per una politica del tutto-e-subito attraverso l’importazione di giocatori stranieri e l’ingaggio di qualche veterano, è davvero difficile per un talento in erba trovare adeguate condizioni di crescita professionale. La mancanza di politiche federali degne di queste nome chiude questo circolo divenuto anno dopo anno sempre più vizioso. Ma era solo questione di tempo, come riportato da These Football Times in un bel reportage, nel quale venivano riprese le parole pronunciate da George Hagi nel post-partita di un’amichevole persa dalla Romania a Bucarest contro il Paraguay pochi giorni prima dell’inizio del Mondiale francese del 1998. «Per dieci anni», disse il miglior giocatore rumeno della storia, «abbiamo nascosto con le nostre prestazioni le pessime condizioni nelle quali si trova il calcio del nostro paese. Dovrebbero dedicarci un monumento per quanto abbiamo fatto, perché tra due-tre anni il calcio rumeno sarà uguale a zero».

Una previsione errata solo nella tempistica, non nella sostanza. Eppure se oggi ancora esiste per la Romania una speranza di cominciare a ricostruire qualcosa in un ambiente coventrizzato da malaffare, incompetenza e degrado sportivo, questa proviene proprio da Hagi, che nel 2009 ha investito il proprio denaro nella creazione di una scuola calcio, la Gheorge Hagi Football Academy, alla quale ha affiancato un club nuovo di zecca, il Viitorul Costanta, partito dalla terza divisione dopo aver acquistato la licenza dal Cso Ovidiu. La Football Academy  è dotato di otto campi da gioco e di moderne infrastrutture che possono accogliere circa 280 ragazzi, dei quali circa una sessantina può essere inserito in uno specifico programma formativo che prevede alloggio, scuola e allenamenti. La seconda fase del progetto riguarda il passaggio in prima squadra, mentre lo step conclusivo arriva con la cessione, e conseguente generazione di risorse da re-investire nel vivaio e nella società. L’operazione sta funzionando, con il Viitorul che in tre anni è salito nella Liga I, e che in estate ha debuttato in Europa League (uscendo subito contro i belgi del Gent) dopo il quinto posto della passata stagione, suo miglior piazzamento di sempre. Hagi e Burleanu – è quasi superfluo dirlo – si detestano.

 

Nell’immagine in evidenza, la formazione che si qualificò a Usa94, vincendo facilmente il Gruppo di qualificazione (Getty Images)