Calcio

Il giorno in cui un derby basco fece la rivoluzione

Il 5 dicembre di quarant'anni fa l'ikurriña, allora bandita, fu portata in campo in un derby tra Athletic e Real Sociedad. Un gesto che cambiò la storia.

Athletic Bilbao's forward Iker Muniain (R) is congratulated by midfielder David Lopez (L) teammate after scoring during a Spanish league football match Athletic Bilbao vs Real Sociedad on April 23, 2011 at San Mames stadium in Bilbao. AFP PHOTO / ANDER GILLENEA (Photo credit should read ANDER GILLENEA/AFP/Getty Images)

Ane Miren de la Hoz Uranga era una brava sarta e una donna molto disponibile, così amici e parenti finivano spesso per approfittarsene. Eppure la richiesta del fratello José Antonio la colse impreparata. Doveva cucirgli una bandiera e doveva farlo in fretta, entro domenica mattina. Per portarsi avanti le aveva procurato della stoffa bianca, verde e rossa: voleva una ikurriña, il vessillo basco messo fuori legge nel 1938. Il ragazzo non fornì maggiori dettagli, come avrebbe raccontato tempo dopo la signora in un documentario, ma era chiaro che si stava di nuovo mettendo nei guai.

Negli anni Settanta, quando l'ikurriña era bandita

Josean era nato a Getaria, un villaggio affacciato sull’Atlantico, non distante dal confine francese. Il padre lo voleva pescatore e solo nel 1972, quando il figlio ricevette la chiamata della Real Sociedad, si arrese all’idea che il calcio fosse un lavoro. Non di meno in famiglia erano turbati dall’altra attività del giovane: quella di abertzale, patriota. Alcuni mesi prima, poco dopo la morte di Francisco Franco, era stato beccato nella zona vecchia di San Sebastián a distribuire volantini a favore dell’amnistia per i prigionieri dell’Eta. Fu arrestato e portato nella sede del governo civile, dove, racconta nel libro Calciatori di sinistra Quique Peinado, la polizia gli dimostrò con le nocche quanto apprezzava il suo attivismo.

Era il 5 dicembre 1976, Ane Miren aveva fatto un ottimo lavoro e Uranga uscì di casa per salire a bordo della sua Fiat 128. Il drappo era nascosto nella cavità della ruota di scorta: ad un posto di blocco perse un paio di anni di vita, ma tutto filò liscio. Uranga fermò l’auto davanti allo stadio Atocha, che allora ospitava le partite dei biancoblu. Quella non era una domenica qualunque: era in programma il derby con l’Athletic Bilbao. Josean non era convocato, ma sarebbe entrato nella storia. Mise la bandiera in una borsa e, come da accordo con un complice, la lanciò all’interno dello spogliatoio da una finestra che dava su calle Duque de Mandas. Pulito e indubitabile, fece il suo ingresso al campo e si riprese l’ikurriña.

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Kortabarria della Real Sociedad e Iribar dell'Athletic Bilbao portano in campo l'ikurriña

Era giunto il momento delle ambasciate, toccava a Inaxio Kortabarria. Era da tempo uno dei migliori difensori di Spagna, eppure la sua carriera in Nazionale si era interrotta dopo quattro apparizioni, perché lui con quei colori addosso proprio non si vedeva. Vantava invece 49 presenze e la vittoria dell’Europeo 1964 Josè Angel Iribar, oggi presidente onorario dell’Athletic Bilbao. El Chopo era considerato lo Zoff spagnolo, al contempo era un militante del partito indipendentista Herri Batasuna. Kortabarria lo contattò a un’ora e mezza da fischio d’inizio e gli chiese se fosse d’accordo a entrare in campo assieme a lui con la bandiera cucita da Ane Mirem. «Lo faccio solo se tutti i miei compagni sono favorevoli», rispose il portiere dell’Athletic. Tutti acconsentirono. Persino Daniel Ruiz Bazán, che era figlio di una Guardia Civil.

Elusi anche gli ultimi controlli, Josean, che oggi fa l’avvocato a San Sebastián e si è occupato di alcuni casi tra i più complessi negli anni del terrorismo, si ritrovò sul terreno di gioco tra le due file dei giocatori che procedevano verso il centrocampo. Davanti a tutti, alla sua destra e alla sua sinistra, Kortabarria e Iribar tenevano i lembi della bandiera, che per la prima volta dai tempi della Guerra civile sventolava in pubblico senza che ci fossero rappresaglie. Poco tempo prima, l’allora ministro dell’Interno e vicepresidente del governo spagnolo Manuel Fraga Iribarne aveva ribadito che «quella specie di Union Jack» era un insulto agli spagnoli. «Prima di esibire questa bandiera dovranno passare sul mio cadavere» aveva sentenziato.

Athletic Bilbao's players wave an ikurrina (Basque flag) and hold their trophy as they celebrate after winning the the Spanish Supercup match during the Spanish Supercup second-leg football match FC Barcelona vs Athletic club Bilbao at the Camp Nou stadium in Barcelona on August 17, 2015. AFP PHOTO / JOSEP LAGO (Photo credit should read JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)
I giocatori dell'Athletic festeggiano la vittoria della Supercoppa spagnola nel 2015 sventolando l'ikurriña (Josep Lago/AFP/Getty Images)

La partita finì 5 a 0 per la Real Sociedad. Eppure, come racconta un articolo di Marca, nei due giorni successivi nessun giornale nazionale parve essersi accorto che a Donostia, il nome basco del ventoso capoluogo di Gipuzkoa, si era giocato un derby. La censura non servì a molto, le immagini presero a girare. Nelle città basche furono organizzati cortei per chiedere di legalizzare l’ikurriña. Madrid cedette alle pressioni. Il 25 gennaio 1977, per la prima volta, spuntò sul balcone di un palazzo istituzionale di Pamplona. Nel 1979 lo Statuto la riconobbe come bandiera ufficiale della Comunità autonoma basca.

«Il 5 dicembre è una data iconica per i Paesi Baschi: è il giorno della legittimazione dopo quaranta anni di repressione dell’identità» dice Beñat Zarrabeitia. Classe 1983, è uno tra i più noti giornalisti sportivi di Bilbao. Per meglio intendere quanto accaduto, ritiene importante spiegare cosa il calcio abbia rappresentato durante la longeva dittatura di Franco. «Durante la Guerra civile la storia dell’Athletic si legò indissolubilmente a quella della selezione basca in esilio, sorta per volontà del governo locale per giocare amichevoli internazionali e raccogliere fondi per la lotta politica. Sotto il regime la squadra, che militava con successo nella Liga, si pose come primo obiettivo quello di unire la atomizzata società basca. Sul territorio convivevano persone con idee e origini molto diverse, unificate dalla fede calcistica: il club diventò un referente fondamentale, in grado di definire l’essere basco». Con la transizione alla democrazia anche la Real Sociedad, che si affacciò stabilmente alla massima serie solo sul finire degli anni Sessanta, acquistò un ruolo centrale. «Più volte i giocatori delle due squadre usarono la loro popolarità per veicolare messaggi extrasportivi» ricorda Zarrabeitia. «Il 26 di settembre del 1975, data dell'ultima fucilazione franchista, gli undici dell’Athletic scesero in campo con dei braccialetti neri a Granada in segno di lutto, fino al clamoroso episodio del dicembre ’76».

Athletic Club v RC Celta de Vigo - La Liga

Oggi l’ikurriña è ovunque negli eventi sportivi in terra basca: sugli spalti è usata per disegnare spettacolari coreografie, è raffigurata sulle fasce da capitano e sul retro delle magliette, disegnata sull’asfalto ogni volta che il Tour de France o la Vuelta si avvicinano ai Pirenei. La battaglia per l’indipendenza procede a strattoni. L’Eta, dopo tanto sangue sparso, ha abbandonato le armi nel 2011, alle recenti elezioni per il rinnovo del parlamento locale si è confermato primo partito il partito nazionalista Pnv. Mediaticamente offuscata dalla questione catalana, la lotta prosegue lungo i binari della politica. Lo spirito secessionista rimane intatto e, dimostrano le urne, largamente maggioritario.

Dopo un secolo di storia, nel 2013, il tempio del pallone di Euskadi, la Cattedrale San Mamés, è stato abbattuto e ricostruito lì accanto. Lo stadio di Atocha, quello in cui Uranga dribblò la sicurezza, non esiste più. Dal 1993 è stato sostituito dall’Anoeta, dove dieci anni dopo la Real Sociedad di Kovacevic e Nihat sfiorò una clamorosa vittoria nella Liga. Qui, in una teca del museo dell’arena, è esposta la bandiera cucita da Ane Mirem. Gli anni più crudi dello scontro separatista presentano ancora il conto. Nel 2011 l’ex portiere della Real Sociedad Enaut Zubikarai fu costretto a rinunciare al trasferimento all’Hercules Alicante perché i sostenitori del club non volevano in rosa un abertzale, per di più figlio di due militanti condannati come fiancheggiatori dell’Eta.

A cyclist fills a bottle with water of a fountain next to a mural painting reading in Basque "Ours, is Ikurrina" (Basque Country flag) in the main square of the Spanish Basque village of Larrabetzu during the Basque regional elections day on September 25, 2016. Spain's Basque country and Galicia went to the polls today in regional elections that may help unblock the long-lasting national political paralysis. / AFP / ANDER GILLENEA (Photo credit should read ANDER GILLENEA/AFP/Getty Images)
Larrabetzu, a 16 chilometri da Bilbao (Ander Gillenea/AFP/Getty Images)

Quest’anno in Primera División ci sono cinque squadre che provengono dalle province basche: ai due club storici si sono uniti l’Alavés di Vitoria, l’Osasuna di Pamplona e l’Eibar. Lontani sono i fasti degli anni Ottanta, quelli dei trionfi di un nucleo di talenti allevati in casa nel periodo della transizione alla democrazia. La Real Sociedad, con Kortabarria capitano, vinse il titolo nel 1981 e nell’82, i due successivi tornei furono appannaggio degli zurigorri (biancorossi in euskera, la lingua basca). Se i rivali hanno abbandonato la filosofia autarchica nel 1989, con la firma dell’irlandese John Aldridge, l’Athletic continua a schierare solo giocatori baschi. Una scelta che oggi, dopo anni difficili caratterizzati da carenza di talento, non è più in discussione. Per gli evidenti benefici per il vivaio e le casse della società e per il ritorno di immagine dato dall’unicità di una simile politica.

Quarant’anni dopo, le ikurriñe sui campi da calcio continuano a non prendersi le pagine di giornale, ma perché oggi non fanno più notizia. Mutati tempi e contesto, il ruolo sociale, culturale e identitario del pallone a quelle latitudini rimane vivo e immutato. «La Spagna ha archiviato la dittatura, il Paese che abitiamo non è più quello degli anni Settanta», conclude Beñat Zarrabeitia. «I nostri club e i loro atleti sono ancora gli ambasciatori del Paese Basco nel mondo e ciò che fanno e dicono ha un peso enorme sulla comunità. Sono contento di stupirmi della capacità delle società di adattarsi ai tempi. Oggi uno dei giocatori più rappresentativi dell’Athletic è Iñaki Williams, i cui genitori sono arrivati 25 anni fa dalla Liberia. Il primo giocatore nero della storia del Bilbao, come tutti i suoi compagni, è un basco fiero di esserlo».

 

 

Nell'immagine in evidenza, giocatori dell'Athletic festeggiano un gol con un'ikurriña che sventola sugli spalti (Ander Gillenea/AFP/Getty Images)


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