Calcio

Ritornare Cavani

Un gol ogni 77 minuti, nessuno segna quanto lui in Europa: Edinson Cavani si è evoluto, grazie a Emery e a una consapevolezza diversa.

TOPSHOT - Paris Saint-Germain's Uruguayan forward Edinson Cavani celebrates after scoring a goal during the French L1 football match between Paris Saint-Germain and Nice at the Parc des Princes stadium in Paris on Deecmber 11, 2016. / AFP / FRANCK FIFE (Photo credit should read FRANCK FIFE/AFP/Getty Images)

Edinson Cavani è un paradosso. Lui, la sua carriera, questa stagione, che promette di essere la migliore in assoluto dal punto di vista realizzativo: 23 gol in 22 partite disputate (17 in 16 gare di campionato, 6 in altrettante di Champions League), 1789 minuti giocati sui 2080 a disposizione, la media di una rete ogni 77’. Nessuno come lui in Europa nei cinque principali campionati. Eppure, nonostante questi numeri mostruosi, a Parigi continuano a storcere il naso per un inizio d’annata un po’ così (i primi squilli di tromba sono arrivati solo a metà settembre con il poker in 45 minuti al Caen) e, soprattutto, per gli errori nella gara al Parco dei Principi contro l’Arsenal.

Si tratta dell’ennesimo capitolo del libro di un giocatore indecifrabile e difficile da collocare all’interno del sistema di un top club. Numeri alla mano, siamo certamente di fronte a uno dei migliori attaccanti del mondo (81 gol realizzati nei tre anni in cui, sostanzialmente, ha giocato al servizio di Ibrahimovic): eppure il Real ha cercato in tutti i modi di arrivare a Lewandovski prima di puntare Aubameyang, il Barça è andato su Suárez e allo stesso Psg non sarebbe dispiaciuto far posto per poter arrivare a Karim Benzema. Qualcosa di inspiegabile per qualsiasi altro attaccante che non rientri nella categoria sui generis dell’“accentratore generoso”: uno che non manca mai di sacrificarsi per la squadra (quest’anno quasi due azioni difensive di media a partita, con otto intercetti e sei recuperi decisivi) ma che, per incidere al massimo, non deve dividere con nessuno oneri e onori della fase offensiva.

Un po' di reti dall'inizio di stagione di Cavani

L’evoluzione calcistica del Cavani parigino è la perfetta rappresentazione di questo concetto. Quello che arriva alla corte di Laurent Blanc nell’estate del 2013 è un centravanti di 26 anni, fisicamente straripante, reduce da 104 gol in tre stagioni con il Napoli, con il picco dei 28 centri in 33 presenze nella Serie A 2012/2013. Sarebbe naturale fare di lui la punta di diamante di una squadra dalle grandi ambizioni. Nel ruolo, però, c’è già Ibra e, quindi, Blanc si vede quasi costretto a schierare l’uruguaiano come terzo di sinistra del tridente offensivo. In teoria, l’idea sarebbe quella di facilitare la convivenza tra i due riportando Cavani in una posizione già occupata agli inizi della carriera a Palermo (quando, però, era ancora alla ricerca del ruolo ideale e non un giocatore fatto e finito); in pratica, invece, le caratteristiche dell’uomo da 64 milioni di euro vengono ben presto a snaturarsi all’interno di un sistema in cui non è lui il principale terminale dell’azione.

Il Psg di Blanc è una squadra indiscutibilmente Ibra-centrica, con lo svedese che occupa, tanto in ampiezza quanto in profondità, l’ultimo terzo di campo: la manovra passa dai suoi piedi, tanto in fase di costruzione che di finalizzazione, con il risultato che agli altri restano solo le briciole. Cavani è quello che soffre di più questa situazione per due motivi: non è più il braccio armato di una squadra che va in porta con tre tocchi in non più di cinque secondi, come il Napoli mazzarriano; in un sistema in cui, oltre ad essere sempre il giocatore a dover portare il pressing sul giocatore avversario di prima costruzione (in aggiunto a un lavoro massacrante in ripiegamento in fase di non possesso), è chiamato a continui tagli dalla sinistra verso il centro, le sue possibilità di andare in rete sono subordinate ai movimenti a uscire di Ibrahimovic per lasciargli sufficienti metri di campo da aggredire partendo dal lato debole. Un concetto sublimato dalla rete realizzata negli ottavi di finale della scorsa Champions League contro il Chelsea: con lo svedese in possesso palla ai trenta metri, Edinson legge perfettamente lo spazio alle spalle del duo Ivanovic-Cahill, facendosi trovare pronto sul perfetto assist di Di María.

Siamo di fronte, comunque, alla classica eccezione che conferma la regola. Normalmente, infatti, è lo stesso Cavani a dover portare via uomini e ad aprire spazio ad Ibra, con i numeri che riflettono una difficoltà di adattamento non indifferente: fino ad oggi, infatti, il picco realizzativo di Edinson in Ligue 1 sono stati i 19 gol della scorsa stagione (sette dei quali arrivati a titolo già vinto), dopo i 16 del primo anno e i 18 del secondo. Impensabile per uno abituato a superare quota 20 quasi senza accorgersene, anche grazie ad una squadra che giocava con e per lui.

Blanc, nello scorso gennaio, ha fatto capire chiaramente da che parte stare: «Ho sempre difeso Cavani, in campo è generoso, ma nella vita di un gruppo non ha agito pensando collettivamente. Nella vita di un gruppo, Cavani non ha fatto quello che doveva». Alle parole non hanno tardato a far seguito i fatti, con l’esclusione dall’undici titolare del Matador (sarebbe entrato solo a otto minuti dalla fine al posto di Di María) nel ritorno degli ottavi a Stamford Bridge in favore di Lucas Moura: «Perché Lucas titolare invece di Cavani? Perché Cavani ha perso un po’ di fiducia ultimamente», ha giustificato Blanc la sua scelta. Il malessere, dentro e fuori dal campo, viene ad accentuarsi fino a esplodere definitivamente dopo il 2-2 interno contro il Manchester City che, di fatto, pregiudica il passaggio del Psg alle semifinali di Champions: «Ibra e Cavani non si cercano. Sappiamo che Cavani vuole giocare centravanti, ma anche in Nazionale gioca defilato e segna comunque. Questa sera ha avuto delle possibilità ma non le ha concretizzate, così come altri giocatori: questo è il mio rimpianto», dichiarerà il tecnico francese. Parole che certificano il fallimento della sua idea di calcio e che dimostrano come Cavani soffra terribilmente, più che l’ingombrante personalità dello svedese, il dover dividere con lui spazio dell’area di rigore: due attaccanti diversi, per caratteristiche tecniche e fisiche, eppure ugualmente accentratori e incompatibili l’uno con l’altro.

Le 24 reti di Cavani nella scorsa stagione

La sensazione è che, non avesse Ibrahimovic un contratto in scadenza, a lasciare Parigi a fine stagione sarebbe proprio Cavani. E nemmeno la permanenza certificata dalle parole di Emery nella conferenza stampa di insediamento («Punto fortemente su di lui, non vedo l’ora di allenarlo») contribuisce ad alleviare il profondo senso di precarietà della situazione del giocatore. Tanto più dopo un inizio di campionato difficile, culminato nella sconcertante prestazione contro il Metz che ha portato in dote la consueta dose di critiche.

Partita dopo partita, però, al netto di qualche difficoltà di troppo da parte del Psg (terzo posto in classifica a -7 dal Nizza capolista, già quattro sconfitte a fronte delle appena 2 della scorsa stagione), il rendimento del Matador è cresciuto in maniera esponenziale: merito di un sistema in cui è tornato ad essere l’unico riferimento offensivo di una squadra che sembra costruita per esaltarne le caratteristiche. Non è un caso, infatti, che nel 4-3-3/4-2-3-1 di Emery l’inamovibilità sembra essere prerogativa solo del numero 9, con i vari Di María, Ben Arfa, Matuidi, Pastore, Lucas Moura, Jesé Rodriguez ad alternarsi nella giostra offensiva che ha il compito di innescare il centravanti uruguagio, la cui centralità è ribadita da un ulteriore dato: dei 49 gol stagionali, 23 portano la firma di Cavani che, rispetto alla scorsa stagione sta tirando molto di più (già 75 le conclusioni rispetto alle 101 totali del 2015/2016) con una shot accuracy molto vicina al precedente 50% (al momento siamo al 47).

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Dati statistici a parte, a essere totalmente nuovo è l’approccio e il modo di stare in campo di Cavani: Emery ha restituito al suo giocatore la dimensione di attaccante a tutto campo. La stessa che aveva a Napoli, pur in una squadra che aveva un modo di stare in campo totalmente diverso. C’è un gol realizzato al Lione che dimostra questo assunto. L’azione si sviluppa sulla destra, nel più classico dei contropiede susseguenti a un calcio di punizione a sfavore: completamente perso dalla difesa avversaria, Cavani si fa tutto il campo di corsa dalla parte opposta per attaccare il lato debole e raccogliere di testa un cross che chiede solo di essere spedito in porta. Una rete che ne ricorda una molto simile al Siena in Coppa Italia in cui è lui ad avviare la transizione per poi percorrere la traccia centrale e raccogliere l’assist di Hamsik dopo il cambio di gioco da parte di Lavezzi.

Anche quando si tratta di attaccare a difesa schierata, sembra di essere ritornati ai fasti partenopei: quando, cioè, Cavani era il solo padrone dell’area di rigore. In questo primo scorcio di 2016/2017, 16 dei 17 centri in campionato sono arrivati all’interno degli ultimi 16 metri: segnali inequivocabili di un giocatore tornato padrone di se stesso, più lucido in fase conclusiva perché più libero da eccessivi compiti di copertura (per quanto l’apporto in fase passiva non manchi mai, coma da tradizione) e decisivo come mai prima d’ora, sfruttando la consueta completezza del repertorio e senza disdegnare il colpo ad effetto. Come contro il Ludogorets.

La differenza con il recente passato è evidente. Affrancato dallo sfiancante compito di correre per sé e per gli altri, Cavani non ha avuto difficoltà a ritrovare la continuità sotto rete che gli è propria. I tempi in cui era lui a dover aprire spazi per qualcun altro, giocando troppo lontano dalla porta per poter incidere come ci si aspettava, sono un ricordo: oggi sono gli altri ad aprire spazi e a portar via avversari per lui, mettendolo in condizione di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto più e più volte, anche nel corso della stessa partita. E i dividendi stanno ampiamente ripagando l’investimento tattico di Emery.

Non si deve, però, pervenire alla semplicistica conclusione di un giocatore tornato decisivo perché riportato nella posizione in cui si è consacrato come uno tra gli attaccanti più forti del mondo. Difficilmente, infatti, rivedremo il Cavani di Napoli (quello, per intenderci dei tre gol in due partite al Manchester City, nelle gare manifesto dell’efficacia del 3-5-2 mazzarriano), abituato a giocare quasi esclusivamente di rimessa e con dieci compagni che si muovevano in funzione dei suoi scatti. Oggi siamo al cospetto di un attaccante più completo, temprato dalle difficoltà delle ultime stagioni e maggiormente calato in un contesto di squadra che preveda diversi modi di arrivare in porta, senza che il rendimento del finalizzatore principale ne risenta.

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Certo, resta il paradosso di un giocatore fortissimo che non è ancora in grado (e, con 30 anni da compiere il prossimo 14 febbraio, difficilmente lo sarà in futuro) di integrarsi con un partner offensivo di caratura uguale o superiore (ne siano un esempio le non sempre positive esibizioni in Nazionale al fianco di Suárez) e che tende a farsi ricordare per i pochi gol che sbaglia piuttosto che per quelli (tanti, tantissimi) che segna. Ma in Emery, Cavani ha trovato un allenatore che nutre molta fiducia e che è consapevole del fatto che uno così rende al meglio solo quando non deve dividersi tempo, spazi e gol con nessuno: «Vogliamo aiutarlo a raggiungere e superare il record di reti di Ibrahimovic con la maglia del Paris Saint Germain: sta lavorando duro per questo e noi cercheremo di metterlo in condizione di riuscirci», ha dichiarato il tecnico dopo la vittoria per 2-0 sull’Angers. Al momento siamo 156 a 101: la caccia (trofei compresi) è aperta.


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