Vienna 31–10–70

Austria-Italia, qualificazioni europee: l'infortunio di Gigi Riva, colpito da Hof, la vittoria dell'Italia, nonostante tutto, l'importanza dell'organismo-squadra.
di Marco Bucciantini 10 Marzo 2017 alle 13:04

Fu un momento tragico che spezzò ossa e destini. Chi era lì, intorno al difensore e all’attaccante, braccato da dietro con impeto vile, ricorda ancora il rumore delle ossa che si rompono (due: la tibia e il perone). Il sangue italiano di Norbert Hof subiva le accelerazioni della fatica, e verso il 75esimo minuto l’atleta mancò di lucidità e non solo di stile. Il padre era viennese e qui crebbe il difensore, la madre italiana dell’altipiano di Asiago. Austriaci e italiani, tanti anni dopo. Gigi Riva è nato a Leggiuno, sulla riva varesotta del lago Maggiore, ma ha preferito l’acqua salata dell’Isola.

La gamba destra offesa, disarticolata, rovinata, è sua. «Ancor oggi», ecco Gianni Brera, che il campione autorizzò all’intimità, alla biografia e ne raccolse il soprannome: Rombo di tuono, «lo vedo sollevarsi da un bulicame confuso e informe di vittime predestinate alla fame e all’umiliazione. Si è ribellato come usano i romantici e gli eroi, troppo facilmente apparentati con quelli. Nel suo viso incavato erano scritti infiniti ricordi di dolore. Nessun pericolo ha mai potuto arrestarlo. Ha sempre considerato possibili le acrobazie più temerarie, tanto più temibili e pericolose in quanto più vicine all’arcigna durezza della terra».

42 Le presenze di Gigi Riva con la maglia della Nazionale italiana Pochi mesi prima Riva aveva allargato la geografia del calcio, portando lo scudetto a Cagliari. Pochi calciatori hanno inciso sui destini di un territorio, fino a modificarne la cultura (aggiungendo fierezza, di sicuro) come riuscì a Riva. Sei giorni prima della partita, il Cagliari di Scopigno aveva umiliato l’Inter a San Siro, doppietta dell’eroe e gol di Domenghini, poi Mazzola farà l’1-3 definitivo. Mai il Cagliari era stato così perfetto, così inavvicinabile, così dominante. Non esiste un calciatore, un allenatore, un giornalista e nemmeno un tifoso dell’epoca che sia disposto ad ammettere che quel campionato sarebbe finito diversamente dal precedente.1970 Vince lo scudetto con il Cagliari, laureandosi per la seconda volta capocannoniere della A

Ma le cose cambiarono. Domenghini è il primo ad avvicinarsi a Riva, che urla perché già conosce il dolore, dopo l’altro infortunio grave, all’altra gamba me sempre in Nazionale, 3 anni prima in Portogallo: tornò più forte, impaurito dal tempo e perciò più deciso a guadagnare vittorie, non certo spaventato dal mestiere. Riva capisce cosa è successo, e che questa volta tornerà per giocare, ma il dominio è perduto. Perderà – nel ritorno di Madrid – anche il Cagliari, dopo aver vinto all’andata con l’Atlético e sarà eliminato dalla Coppa dei Campioni. In campionato arriverà settimo.

 

35 Il numero di gol segnati da Riva con la maglia azzurra

Successe qualcosa anche alla Nazionale. Uno dei maggiori raduni di talento del nostro calcio. Campioni d’Europa, vice campioni del Mondo, dopo quel 4-3 e dopo Pelé, con Rivera e Mazzola (finalmente in campo assieme), Domenghini e De Sisti e – dall’inizio, nell’undici di Vienna: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera – l’undici era Riva. È egli stesso concetto di squadra: forza tonante e tranquilla di una generazione talentuosa che lui “riuniva” con l’esempio fisico, con il suo corpo coraggioso e offeso. Equilibrava moralmente la squadra, la sua forza si manifestava nel dominio anzitutto fisico sugli avversari, e nella sua potenza c’era una forma di rispetto dovuta alla fatica, alla generosità.

1 L’Europeo vinto in Nazionale nel 1968 giocato in casa dall’Italia Per Brera, piacque ai sardi perché anche loro sembrano mossi da un folle e talora persino torvo eroismo fuori del tempo. Per Rombo di Tuono si trovò compiutamente italiana, anzi campione, una terra che non lo era mai stata: era ammessa alla patria semmai quando serviva il sangue della Brigata Sassari. I sacrifici sono spesso inutili.  A Vienna si spezzò una squadra di campioni che il fondamentalismo sportivo e l’etica calcistica di Riva tenevano assieme.

Gigi_Riva_Cagliari_1970


1974 Il 19 giugno disputa la sua ultima partita in Nazionale, contro l’Argentina, durante il Mondiale in Germania Ovest

 

Quell’Italia mancò la qualificazione alla fase conclusiva degli Europei, allora ridotta a semifinali e finali. Poi ci fu il penoso Mondiale tedesco, umiliati dai polacchi e dai noi stessi. Qualcosa si era perso, possiamo anche chiamarlo sentimento nazionale. Un concetto di squadra che si dichiarò nel momento della sua fine, e che si diffuse nel Paese come un dolore di tutti come di tutti, per tutti, era l’inclinazione genuina del campione ferito. Tanti anni dopo, quando Lippi smazzò i ringraziamenti per un Mondiale vinto controvento, il primo fu per un uomo silenzioso, che stava accanto alla squadra e ne assorbiva tristezze e vanità. Un tempo, quando giocava a calcio, lo chiamavano Rombo di tuono.

 

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