Calcio

Johan Cruijff, un anno dopo

A dodici mesi dalla scomparsa, l'eredità, ideale e calcistica, del numero 14 più famoso di sempre è ancora in vita.

Copies of Johan Cruyff's autobiography "My Turn" are pictured at a launch event in central London on October 6, 2016. / AFP / JUSTIN TALLIS (Photo credit should read JUSTIN TALLIS/AFP/Getty Images)

Il mito di Johan Cruijff va oltre il calcio, non può essere altrimenti. È un’eredità anche sociale, oltre che calcistica, destinata a non estinguersi mai. Il numero 14 olandese ha allargato i confini del calcio, in campo e anche fuori, ha rivoluzionato il modo di giocare e tutto ciò che stava intorno. In coincidenza con il primo anniversario della sua scomparsa, l’ennesimo tassello si aggiunge al suo lascito: dal 24 marzo un’altra scuola pubblica olandese si affilia alla Johan Cruyff Foundation. Accade alla Basisschool di Goirle, un piccolo comune nella regione del Brabante settentrionale, al confine con il Belgio. «È giusto ricordarlo così, gli sarebbe piaciuto. È il modo più appropriato per dimostrare che non è mai andato via», secondo Pim Berendsen, presidente della Fondazione nata nel 1997. In coincidenza con una data particolare viene così esteso il progetto “Schoolplein 14”, uno dei tanti risvolti dell’istituzione benefica creata da Cruijff: «Come già accade tutti i giorni in altre scuole primarie olandesi, la fondazione curerà tutta la parte sportiva dei ragazzi, favorendo l’attività fisica, i giochi di squadra e il divertimento per raggiungere degli obiettivi, ma soprattutto rispettarsi reciprocamente». È questa la vera eredità per un Paese che nutre i bambini attraverso il ricordo del suo sportivo più celebre, lo stesso che si rivelò al mondo quando l’Olanda abbracciò le prime frontiere liberal, democratiche e multiculturali. Un’epoca in cui per deliziarsi si andava al Rijksmuseum per Rembrandt o in alternativa al De Meer Stadion, ammirando il numero 14.

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Quella legata alle scuole primarie, con altre due affiliazioni previste entro la fine di marzo, è un’iniziativa che ha preso il via il 25 aprile del 2012, in occasione del 65° compleanno di Cruijff. Quel giorno, in una scuola di Amsterdam, affermò: «Ai miei tempi giocare per strada era l’unica alternativa. Oggi i bambini se ne stanno in casa, scegliendo tra gli schermi dei computer, dei videogiochi, della tv o dei telefonini. È un qualcosa che dobbiamo cambiare, iniziamo a farlo dalle scuole». Detto, fatto. In meno di cinque anni il progetto conta oltre 330 istituti e i bambini raggiunti sono più di 75 mila, in costante aumento. Un contatore si aggiorna in tempo reale sul sito della Fondazione. Segno che la rivoluzione funziona, l’ennesima firmata Cruijff. Non è certo un caso che assieme a David Bowie se ne siano andati lo stesso anno: entrambi precursori dei tempi, entrambi incarnazioni della voglia di sfogo e ribellione dei movimenti giovanili di quel periodo. Il cantautore britannico nel 1974 lanciava “Rebel Rebel”, in concomitanza con l’ultima sinfonia del calcio totale olandese, avvenuta al Mondiale di quell’anno. Fu una rivoluzione del pallone nel bel mezzo di un profondo cambiamento socio-culturale e la sconfitta in finale paradossalmente rese quel mito immortale.

La Cruijff Foundation si fonda su 14 regole. La prima è un inno al gioco di squadra: «Per fare le cose, dovete farle assieme». Tra i tanti progetti, oltre a quello dedicato al rapporto tra sport e bimbi disabili, un altro è legato ai Cruijff Courts, gli oltre 200 campi da calcio in sintetico aperti in tutto il mondo: dal Messico al Giappone, dal Marocco al Sudafrica passando per il Brasile. Dietro un unico slogan: «Ridiamo indietro i campi ai nostri bambini». Nel novembre 2014 Cruijff passò anche da Como, per inaugurare un campo dedicato dalla sua Fondazione a Stefano Borgonovo. Quel giorno disse: «Ci sono sempre meno spazi per i bambini nelle nostre città, diamo loro più possibilità in cambio di educazione e rispetto attraverso regole semplici. Aiutiamoli a coltivare i loro sogni». Fu un richiamo a Borgonovo, che prima della sua morte scrisse un libro, Attaccante nato, dettandolo interamente a un computer con le sue pupille per via della Sla: «L’oratorio di Giussano dove sono cresciuto era il mio stadio dei sogni e da bambino mi sentivo Cruijff. Scartavo tutti, ero felice e confessavo anche ai preti di sentirmi Johan». Un’ammirazione che il campione olandese tre anni fa ha voluto ricambiare di persona, puntando ancora una volta sui valori che lo hanno fatto grande: creatività, iniziativa e sviluppo. A lui che già da bambino riusciva di tutto per le strade di Betondorp, il villaggio di cemento a forma di trapezio alla periferia est di Amsterdam. Fisico asciutto e gambe da fenicottero, dalla strada ai campi di tutto il mondo la sua influenza divenne assoluta. E permane ancora sui campetti inaugurati mese dopo mese, per ultimo quello di febbraio a Martorell, in Catalogna, grazie al contributo di Hristo Stoichkov.

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Dal campo alla panchina il mantra restò uno solo, anche dopo aver vinto la prima Coppa Campioni con il Barcellona nel 1992: «Giocare a calcio è semplice, ma giocare un calcio semplice è la cosa più difficile che ci sia. Bisogna gestire il pallone, perché la palla è una sola ed è essenziale averla tra i piedi». La sua critica sottintesa era a tutti quei tecnici che «hanno studiato da allenatori, ma non sono prima di tutto insegnanti». A coloro che «ti dicono di tirare di sinistro, ma non ti spiegano come fare». Perché il ragazzino, secondo Cruijff, doveva apprendere la tecnica attraverso l’esercizio, fino a reinterpretare il gesto tecnico in base alla sua personalità di fondo. D’altronde la regola numero 9 parla chiaro: la tecnica è la base. È il modo per indirizzare un ragazzo, che se dotato tecnicamente sarà più sicuro. E quindi più ambizioso. La tattica viene dopo, come accadde peraltro nella carriera dello stesso Cruijff quando incontrò un maestro come Rinus Michels. La miscela divenne esplosiva, venne alla luce una concezione di gioco predetta dal giornalista Willy Meisl già negli anni Cinquanta. Nell’opera Soccer Revolution, Meisl profetizzò il fatto che un giorno le posizioni dei giocatori in campo potessero diventare intercambiabili. Fu coniata l’espressione whirl, il vortice, per indicare il principio cardine, quello secondo il quale «ogni membro della squadra potesse momentaneamente occupare il ruolo di un altro senza difficoltà».

L’altro pallino di quella rivoluzione era il pressing, l’aggressività che accorciava spazio e tempo d’azione per l’avversario. Un rapporto con lo spazio a disposizione diventato inedito, che secondo il giornalista inglese David Winner è legato alla condizione degli olandesi nel vivere su un territorio piatto e stretto, minacciato dal mare. Anche per via dell’inondazione del 1953, questo popolo si è ingegnato per arginare le acque in caso di piena e guadagnare metri sul mare per accrescere le terre. Il rettangolo verde fu reinventato dai giocatori dell’Ajax, che pressando aumentavano la superficie di gioco e al contrario la rendevano più piccola per gli avversari. Adattarsi al territorio è perfetto per il voetbalstraat, quel calcio da strada che è alle radici di Cruijff, ma lo è anche per il progetto rimasto in eredità dopo la sua morte. Nell’autobiografia uscita lo scorso ottobre si legge: «Giocare per strada può sembrare uno svantaggio, ma in realtà è un vantaggio perché il cordolo del marciapiede non è un ostacolo, bensì una superficie su cui esercitarsi con gli uno-due per affinare la tecnica. Quando il pallone rimbalza su angoli e superfici diverse devi saperti adattare subito e questo alla lunga ti fa migliorare tecnicamente». L’abilità con la palla tra i piedi è stata una delle ossessioni di Cruijff, che da allenatore più volte stimolava i suoi giocatori a fine allenamento sfidandoli sulle doti tecniche. Perché la tecnica stimola la creatività: regola numero 14. Tutto torna, dietro un numero c’è un’eredità. Per sempre.


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