Calcio

Il Celtic si annoia

Anche quest'anno i Celts hanno dominato in Scozia: ma è davvero un bene per la squadra vincere così facilmente?

GLASGOW, SCOTLAND - APRIL 17: Celtic players react at the penalty shoot out during the William Hill Scottish Cup semi final between Rangers and Celtic at Hampden Park on April 17, 2016 in Glasgow, Scotland. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

Essere il pesce più grande all’interno di un piccolo laghetto ha i suoi bei vantaggi. Ma alla lunga non appaga più. Un vecchio detto inglese si addice bene al Celtic, padrone così tanto incontrastato da essersi annoiato della Scottish Premier League. A maggior ragione dopo la lenta risalita dei Rangers, rivali storici dichiarati falliti nell’estate 2012 e impegnati ancora nella ricostruzione. La stagione ormai al termine ha consacrato una superiorità smisurata da parte dei biancoverdi, lanciati nella caccia al triplete con la Coppa di Scozia da contendere all’Aberdeen il 27 maggio. Sono già in bacheca la Coppa di Lega e il campionato, che quest’anno ancora di più ha confermato lo strapotere dei Celts dentro i confini nazionali: trionfo a inizio aprile con otto giornate di anticipo, nessuna sconfitta, vantaggio monstre sugli inseguitori. Quarantottesimo titolo, il sesto consecutivo e tanti interrogativi: ha senso una competizione del genere? Come possono beneficiarne il calcio scozzese e lo stesso Celtic? A fronte di una dittatura interna, i tifosi hanno spesso nutrito speranze di poter fare strada in Europa, ma nell’ultimo quindicennio la squadra non ha mai lasciato il segno fuori dalla Scozia. Unica eccezione la finale di Coppa Uefa del 2003, quando 80 mila supporter biancoverdi invasero Siviglia per la sfida poi persa ai supplementari contro il Porto. Emozioni che i caldi tifosi degli Hoops aspettano ancora di poter rivivere.

La finale di Coppa Uefa del 2003, con il Celtic sconfitto dal Porto

«Se per tutto il campionato giochi partite che assomigliano più a delle amichevoli poi quando arriva l’ora delle competizioni europee non sei preparato. Quest’anno abbiamo giocato la Champions, ma prima abbiamo toccato il punto più basso al secondo turno preliminare». Daley c’era, è membro della Celtic Supporters Association ed era in trasferta la sera della sconfitta contro il Lincoln Red, squadra di Gibilterra, poi ribaltata al ritorno. «We’re Celtic» ripete ancora con decisione e incredulità. «Siamo il Celtic, ma quando usciamo dalla Scozia ce lo dimentichiamo. Il 25 maggio saranno passati cinquant’anni esatti dalla Coppa Campioni vinta nel 1967. Da bambino, mi facevo sempre raccontare quella notte da mio padre, che andò fino in Portogallo a vedere i Leoni di Lisbona guidati da Jock Stein. Fu una stagione in cui vincemmo tutto quello che c’era da vincere, pensate che il Real Madrid ci invitò per la partita d’addio a Di Stefano e vincemmo pure quella». La sconfitta rimediata sulla costa sud della Spagna ha segnato un debutto difficile per Brendan Rodgers, chiamato in causa dopo la fallimentare esperienza di Liverpool proprio per avviare un progetto che possa dare una dimensione nuovamente europea al club. Dopo la vittoria del titolo, il manager scozzese si è lasciato andare in vista della prossima stagione: «Ci bastano due rinforzi di livello per essere competitivi in Champions League. Per il resto abbiamo giovani forti, le risorse giuste e dei tifosi straordinari».

Celtic v AC Milan - UEFA Champions League

Proprio a causa della scarsa competitività del campionato, negli ultimi anni più volte è stato ipotizzato un coinvolgimento delle squadre scozzesi all’interno del calcio inglese per creare un unico movimento. Ma tutto si è risolto in una mera provocazione, come lo stesso inserimento del Celtic all’interno della Premier League per far crescere questa realtà, aumentando lo spettacolo e anche gli introiti. Idea stuzzicante, che vedrebbe la storica squadra scozzese competere tutti gli anni con le big del calcio inglese. Al botteghino fuori dal Celtic Park firmerebbero subito per una possibilità del genere: «Sarebbe la svolta, è un’idea che circola da anni, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di metterla in pratica» affermano mentre indicano la tabella con la media di spettatori delle ultime stagioni. «Quest’anno il dato è “falsato” dai derby con i Rangers, ma gli anni precedenti eravamo a 44 mila presenti di media per seguire un campionato senza rivali e senza storia. Pensate a cosa sarebbe il The Paradise tutto esaurito a ogni partita e alle migliaia di nostri tifosi in trasferta per tutta l’Inghilterra. Diventeremmo una realtà come Liverpool o Manchester, sarebbe l’ingresso in una nuova dimensione».

Difficile vedere realizzata una possibilità del genere, messa però in pratica nelle scorse settimane dal sito britannico di statistiche Squawka, che ha mostrato i risultati di un divertente esperimento virtuale realizzato attraverso Football Manager. L’avanzato database del videogioco manageriale ha messo alla prova il Celtic per due stagioni in Premier League, prendendo il posto del fanalino di coda Sunderland. Con tanto di calciomercato simulato nel mezzo, i Celts hanno prima chiuso al dodicesimo posto, ma nella stagione seguente sono retrocessi in Championship, arrivando solamente penultimi. Nessun problema invece per i Black Cats, vittoriosi del titolo in Scozia in entrambe le stagioni, a riprova dei mediocri valori espressi dalla Scottish Premier League. Tornando al mondo reale, l’ultima vittoria del Celtic in Europa contro una squadra inglese risale addirittura al novembre 2006, quando a Glasgow il Manchester United fu battuto dalla punizione di Shunsuke Nakamura. Certo, con gli introiti della Premier League, specialmente quelli legati ai diritti televisivi, sarebbe tutta un’altra realtà per la società biancoverde, visto che con l’ultimo accordo in scadenza nel 2020 il massimo campionato scozzese incassa 15 milioni di sterline a stagione dalle televisioni. Briciole rispetto ai club di Premier, considerando anche che in Scozia il Celtic la fa da padrone ormai da anni, prendendo una buona fetta della torta dei ricavi e allargando sempre più la forbice con gli altri club.

Rangers v Celtic - William Hill Scottish Cup Semi Final

Da diverso tempo i tifosi hanno espresso più volte il desiderio di confrontarsi con una realtà diversa, con avversari più allenanti. Bastano quelle poche notti di Champions ogni stagione per sintetizzare la passione di una piazza che mostra tutto il proprio amore attraverso un canto da brividi, il celebre You’ll never walk alone. «Il calcio scozzese è uno scherzo» taglia corto Erin, che rifornisce sempre i chioschi dello stadio in vista delle partite casalinghe. More than just a pie si legge sul suo furgone. Ne approfitta per un paio di snack mentre dichiara che «al Celtic non conviene mica partecipare alla Premier League scozzese. Dove sta il vantaggio nel vincere i soliti trofei e le solite partite acquistando nuovi giocatori e pagando gli ingaggi più ricchi di tutte le rivali? Siamo l’unica nazione in cui il campionato è già deciso a dicembre, le emozioni per i tifosi sono pochissime e nessuno fa nulla». Del resto sembra quasi paradossale il sogno di una squadra scozzese di prendere parte al campionato inglese, specialmente ora che si fa strada l’idea di un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. Tra l’altro, storicamente Glasgow è riconosciuta come la città più indipendentista in assoluto. In occasione della consultazione referendaria del 2012 quasi il 54% votò favorevolmente all’addio, in netta contrapposizione con il trend nazionale e in particolar modo con la capitale Edimburgo. Erin rincara la dose: «Se il campionato è già deciso prima di Natale, a quel punto della stagione nelle competizioni europee già non ci sono più squadre scozzesi. Di tutta questa situazione ne risente la Nazionale, infatti all’ultimo Europeo eravamo gli unici del Regno Unito a essere rimasti a casa. L’ultimo Mondiale giocato è quello del 1998, chissà quando sarà il prossimo».

Nakamura, con la maglia del Celtic, su calcio di punizione contro il Manchester United: Scozia batte Inghilterra

Per la maggior parte dei Glaswegians tifosi del Celtic, il club rappresenta il simbolo di un’intera comunità: è il paradiso dell’East End di Glasgow. Siamo nella parte più antica della città, un tempo lembo rurale, da sempre concentrata attorno alla cattedrale, brillante esempio di architettura gotica risalente al XV secolo. A ridosso di London Road sorge il Celtic Park, nel quartiere di Parkhead, famoso anche per The Forge, la storica acciaieria che un tempo esportava in tutto il mondo, ma è stata chiusa nel 1983 segnando il declino industriale della città più grande della Scozia. Specialmente per motivi calcistici, la zona si contrappone al West End, che ospita il distretto di Ibrox e soprattutto l’omonimo stadio degli acerrimi rivali dei Rangers. La parte ovest è presa d’assalto dalla gran parte degli studenti universitari, è l’anima bohemien di una città che conserva la sua elegante architettura vittoriana ed è tagliata in due dal fiume Clyde, fiorente sede di cantieri navali a inizio Novecento. La crisi dell’industria pesante è stata una conseguenza della distruzione portata dalla seconda guerra mondiale. Glasgow però sembra definitivamente uscita dalla grande depressione degli anni Settanta, la disoccupazione ha attanagliato i sobborghi periferici che qui si caratterizzano per dei palazzoni altissimi sulla falsariga del Gorbals, un tempo il quartiere popolare e operaio per eccellenza.

La città ha da sempre vissuto sulla contrapposizione tra Celtic e Rangers, costantemente tracimata fuori dal campo per ragioni religiose e anche politiche. Se i Gers sono tendenzialmente protestanti e unionisti, la sponda biancoverde va nella direzione opposta ed è tutto racchiuso nella statua eretta fuori da Celtic Park, in onore di padre Wilfrid. Il prete irlandese fondò la squadra nel novembre del 1887 proprio per ottenere degli introiti da devolvere in aiuto ai tanti poveri di origini irlandesi arrivati in città all’epoca. La stessa zona di Parkhead ospita ormai irlandesi di terza generazione, ecco quindi spiegati gli ideali cattolici e indipendentisti solidamente radicati in questa parte di Glasgow. Il bilancio dei sei Old Firm di quest’anno (5 vittorie Celtic e 1 pari) hanno mostrato quanto ancora ci sia da lavorare per i Rangers e quanto sia sentita la rivalità a queste latitudini con il sold out registrato in tutte le occasioni. Un autorevole studio condotto in città dalla Strathclyde University ha stabilito che la sfida mediamente ogni anno ha un impatto sull’economia scozzese pari a 120 milioni di euro e il 37% degli introiti generati dal match vanno a beneficio della città. E se la media di persone davanti alla tv per una qualsiasi partita di campionato è pari a circa 150 mila spettatori, quando si sfidano Celtic e Rangers il dato è sei volte più grande, raggiungendo 900 mila spettatori.

GLASGOW, SCOTLAND - APRIL 29: Celtic players celebrate at the final whistle after beating rangers 5-1 during the Ladbrokes Scottish Premiership match between Rangers FC and Celtic FC at Ibrox Stadium on April 29, 2017 in Glasgow, Scotland. (Photo by Mark Runnacles/Getty Images)

Per la prima volta in 88 anni un club si è laureato campione di Scozia con così tanto margine rispetto alla fine della stagione. In vista delle prossime annate, il tecnico Rodgers si è detto sicuro che «i giovani in rosa garantiranno un futuro radioso al club, prendendo spunto dalla solida esperienza dei vari Lustig, Rogic, Griffiths, Tourè e Sinclair». Il chiodo fisso dei tifosi resta il cammino europeo, per costruire una squadra che torni a fare strada non solo tra i confini nazionali. Sin dagli anni Novanta, Kerry Macpherson segue i Bhoys per conto del The Evening Times, il tabloid di Glasgow, e dalla prossima stagione si aspetta definitive conferme sul progetto lanciato con l’allenatore nordirlandese: «Alla prima giornata di Champions League ero a Barcellona ed è finita malissimo, con 7 gol subiti. È innegabile che per l’Europa serve qualcosa in più. Ora sono curioso di capire la politica della società, come integreranno il gruppo attuale e cosa faranno con i nuovi giovani. Ci sono tanti scozzesi interessanti che possono aprire un ciclo, come il classe ‘97 Tierney, il classe ‘96 Henderson e lo stesso McGregor. Anche se l’assoluto protagonista di questa annata è stato il ventenne franco-senegalese Moussa Dembélé. Non possono farseli scappare come fatto con i giocatori migliori negli ultimi anni». Il riferimento è agli addii dei vari Forster, Ledley, Van Dijk e Wanyama. Un esodo verso la Premier League. Terra più o meno promessa del Celtic.

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