Calcio

Make America Great

Dopo Klinsmann la Nazionale a stelle e strisce sta crescendo molto e velocemente, ma cosa manca ancora per arrivare in prima fascia?

The USA's Michael Bradley (R) celebrates after scoring a goal against Mexico during their 2018 FIFA World Cup Concacaf qualifier football match in Mexico City, on June 11, 2017. The match ended 1-1. / AFP PHOTO / YURI CORTEZ (Photo credit should read YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)

Nella notte italiana tra giovedì 8 e venerdì 9 giugno, gli Stati Uniti hanno battuto per 2-0 la Nazionale di Trinidad e Tobago. La doppietta realizzata da Pulisic al Dick's Sporting Goods Park di Commerce City, Colorado, ha un valore elevatissimo. Intanto per il suo simbolismo: è stata realizzata in un impianto concepito esclusivamente per il calcio. E poi perché in un secondo tempo di alto livello, la Usmnt ha dominato la formazione caraibica per tutto il tempo di gioco.

Ma, come ha scritto l’analista della Mls Matthew Doyle, «già dopo il parziale di 0-0 dei primi 45’ sui social media c’era qualche tifoso Usa che digrignava i denti», pensando di ritrovarsi ancora impantanato in un periodo di flessione della Nazionale americana iniziato poco meno di un anno fa, che ha segnato una piccola battuta d’arresto nel grande percorso di crescita degli States nel calcio. Un percorso iniziato nel 2011 dopo la bruciante delusione per la sconfitta con il Messico in finale di Gold Cup, e il conseguente passaggio di consegne tra Bob Bradley e Jürgen Klinsmann alla guida tecnica.

Il primo gol di Pulisic contro Trinidad

Gli ultimi risultati dell’allenatore tedesco con la Nazionale maggiore statunitense, (è stato esonerato a novembre 2016 e sostituito da Bruce Arena) avevano generato un clima di leggera delusione per non aver rispettato le attese. Una sensazione riemersa con il pareggio in amichevole contro il Venezuela di inizio giugno. Perché, come spiegato anche in un articolo di Vice Sports dal titolo quanto mai eloquente, era lecito attendersi di più: negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno diminuito di parecchio il gap con le grandi Nazionali del resto del mondo, e il quarto posto dell’ultima Copa América è una prova concreta del buon lavoro svolto sin qui. Ma ora, con la squadra al 23° gradino del ranking Fifa, viene la parte più difficile. Questo è il momento di diventare grandi per davvero, di entrare stabilmente  nella top-20, o addirittura nella top-15, per consacrarsi tra le big del calcio mondiale.

Le preoccupazioni sono dovute anche all’incombenza della prossima Gold Cup, che si giocherà a luglio proprio negli Usa. Il torneo non dovrebbe essere particolarmente impegnativo: nel girone le avversarie sono Panama, Nicaragua e Martinica. Ma proprio per questo il range dei risultati possibili si restringe a due: vittoria o, al più, medaglia d’argento.

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Lo stato del presente

Il disegno di crescita degli Stati Uniti è parte del progetto di una Federazione calcistica che pensa in grande, forse troppo. Ma ha alle spalle solide basi – e non solo sotto l’aspetto strettamente calcistico – che rendono quanto meno legittime le aspirazioni.

Innanzitutto, gli States hanno il fattore demografico dalla loro parte. Non è solo un paese di oltre 300 milioni di abitanti. C’è anche una composizione particolare. In un articolo di fine aprile apparso su FiveThirtyEight, Jed Kolko lasciava intendere che gli Stati Uniti non sono il Paese delle piccole città abitate da bianchi grassi e con il cappello da cowboy: «In realtà, le città che più si avvicinano alla composizione demografica dell’intera nazione sono tutte grandi città, anche se non le più grandi». Traccia così i contorni di un Paese in cui ormai, di fatto, le minoranze sono la maggioranza. Questo ha favorito, seppur in un enorme arco temporale, la diffusione di uno sport non tipicamente americano come il calcio: che, infatti, è praticato prevalentemente da cittadini Usa di origine latina o est europea.

La crescita del movimento calcistico a stelle e strisce non può prescindere da un buono stato di salute del suo campionato nazionale. La lega più importante degli Stati Uniti, negli ultimi anni, ha intrapreso una fase ascendente della sua curva. La Mls sta investendo moltissimo in stadi, marketing, infrastrutture e giocatori, e soprattutto ottiene numeri sempre migliori a livello di seguito nazionale e internazionale, sia al botteghino sia per l’audience delle partite in tv.

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Oggi la Major League non è più il cimitero degli elefanti che è stato fino all’inizio degli anni Zero, dove i giocatori europei a fine carriera andavano a riscuotere pensioni d’oro. L’archetipo di giocatore sul quale si preferisce investire è decisamente più giovane e con molte più frecce al suo arco, possibilmente in grado di guidare una squadra con giocate spettacolari e determinanti. Giovinco è ovviamente il caso più comune, anche perché il più decisivo sin qui. Ma altri nomi importanti sono volati sull’altra sponda dell’Atlantico: è il caso di Giovani Dos Santos, Romain Alessandrini, Matteo Mancosu e Miguel Almiron. Gente che avrebbe potuto dire la sua anche in una prima divisione europea.

Ma non c’è solo l’hic et nunc. Una crescita di lungo periodo che si rispetti deve partire soprattutto dai giovani, con un progetto che possa pagare dividendi sempre più alti nel corso degli anni. Per questo, nel 2013, la Mls ha dato l’incarico di direttore tecnico dei settori giovanili a Fred Lipka, un uomo che ha lavorato per anni nel vivaio del Le Havre (uno dei più importanti in Francia), gestendo i primi passi tra i professionisti di giocatori come Pogba, Payet e Mandanda. Il suo obiettivo è quello di aiutare le franchigie della Mls a disegnare la traiettoria di sviluppo dei giovani, per gestire il complicato passaggio dalle academy alle prime squadre.

Lipka è convinto che l’unico modo per far crescere davvero l’intero movimento calcistico Usa sia puntare a creare talenti made in Usa con una frequenza paragonabile a quella dei vivai europei. In un reportage del 2014 del Corriere della Sera, il vice presidente esecutivo della Mls Dan Countermanche spiegava chiaramente l’importanza di tutti questi elementi: «Negli Stati Uniti il calcio professionistico è in crescita. Sono stati diversi fattori a contribuire allo sviluppo: sicuramente l’immigrazione, ma anche la crescita della lega, la costruzione di stadi specifici per il calcio, l’esposizione televisiva e la disponibilità 24 ore su 24 di notizie calcistiche su internet e sui social media. Il nostro obiettivo è diventare uno dei migliori campionati al mondo entro il 2022, e lo misureremo dal livello del gioco, dalla passione dei tifosi, dall’importanza delle nostre squadre e dal valore della lega». Sono parole potrebbero entrare nel dizionario dei modi di dire alla voce “puntare in alto”.

Serbia v United States

Immaginare un percorso di crescita così lineare, costante e privo di insidie, però, è pura utopia. Anzi, è lo stesso Lipka a individuare i primi ostacoli e le prime difficoltà del progetto americano. Formare una nuova generazione di allenatori in grado di trattare con i ragazzini alle prime armi potrebbe rivelarsi più difficile del previsto, in primis per limiti culturali. In un articolo pubblicato qualche mese fa su The Ringer, Noah Davis spiega come negli Usa «troppi ragazzi sono allenati dai genitori, ma nonostante la buona volontà non hanno la possibilità di dargli un insegnamento di qualità, il giusto input».

Il limite strutturale più grande, però, sembra avere radici ancor più profonde. Perché negli Stati Uniti l’immagine del ragazzino che scende in strada con il pallone sotto braccio per giocare con gli amici non esiste. O meglio, come sottolineava qualche settimana fa Eric Ruiz su Howler, quell’immagine esiste, solo che il pallone è a spicchi, e serve per giocare a pallacanestro al playground del quartiere.

Questi limiti non sembrano però sufficienti per frenare una macchina organizzativa in grado di ottenere buoni risultati. E un sintomo della qualità del lavoro fatto sin qui dalla Federazione americana lo può dare lo stato di salute della Nazionale Under 20, che ha fatto una bella figura al Mondiale di categoria giocato in Corea del Sud. Dopo aver recitato la parte del leone in un girone chiuso al primo posto, gli Stati Uniti hanno superato gli ottavi con un sonoro 6-0 alla Nuova Zelanda, prima di arrendersi di misura al Venezuela in un quarto di finale tirato fino ai supplementari.

La Usmnt è in crescita, a tutti i livelli. Nella Gold Cup ha dominato a intermittenza dall’inizio del nuovo millennio, al pari di una Nazionale come il Messico che almeno in teoria dovrebbe essere culturalmente più votata al calcio. Quattro trionfi e due finali nelle ultime otto edizioni sono uno score che aiuta a fugare ogni dubbio. I Mondiali possono restituire maggiormente la misura. Nel 2006 gli Yanks erano nel gruppo dell’Italia, ma non riuscirono a qualificarsi per le fasi a eliminazione diretta. Quattro anni più tardi approdarono agli ottavi dopo un clamoroso primo posto nel girone dell’Inghilterra, ma andarono al tappeto contro il Ghana dopo un incontro di 120’. Nel 2014, in Brasile, la squadra allora allenata da Klinsmann riuscì a superare un girone di ferro con Germania, Portogallo e lo stesso Ghana. Agli ottavi gli Usa dovevano essere la passerella per far sfilare comodamente il Belgio ai quarti, ma si arresero solo ai supplementari, dopo essere arrivati a un centimetro dalla gloria. Letteralmente.

Letteralmente a un centimetro: dal piede di Wondolowski, e dalla gloria

Gli Stati Uniti hanno anche partecipato alla Copa América Centenario, l’estate scorsa. Il quarto posto conquistato è un risultato indiscutibilmente positivo. Ma a far storcere il naso è l’idea che il miglioramento della squadra non abbia diminuito più di tanto il gap nel confronto con le Nazionali di alto livello. Perché se è vero che il quarto posto è un buon piazzamento considerando che davanti sono arrivate, nell’ordine, Colombia, Argentina e Cile, va anche considerato che di sei partite gli States ne hanno vinte tre contro selezioni di pari livello (Costa Rica 19° posto, Ecuador 24°, Paraguay 36°) e perse tre, contro squadre più quotate come Argentina e Colombia (due volte con i Cafeteros, nel girone e nella finale per il terzo posto). Migliorare lo score contro le selezioni più forti è un passo difficile ma necessario per diventare grandi.

Serbia v United States

 

Costruire il futuro

Per il vero salto di qualità c’è bisogno di costruire due condizioni, una convergenza di due fattori che aiutino a creare non solo una Nazionale più forte sul campo ma anche una narrazione di ben altro spessore. È indispensabile raggiungere quanto prima un grande risultato, un piazzamento prestigioso che possa certificare il buon periodo del movimento calcistico Usa. Impossibile non pensare all’importanza che può avere il prossimo Mondiale in Russia, dove sarebbe importante raggiungere almeno i quarti per dimostrare sul campo che la progettualità permette di poter stare insieme a Nazionali tradizionalmente calcistiche come Italia, Argentina, Brasile e Germania.

Gli States, per come intendono l’epica nella cultura di massa, hanno bisogno di trovare un eroe. Un leader che porti la bandiera, un uomo in grado di diventare il simbolo della squadra in campo e fuori. Qualcuno cui aggrapparsi. Nella storia recente il prototipo di questo tipo di condottiero è stato Landon Donovan, uno dei migliori se non il migliore di sempre. Eppure, probabilmente, Donovani è arrivato al momento sbagliato della storia, quando la crescita degli Usa non era ancora matura.

Oggi chi sembra pronto a vestire quei panni si chiama Cristian Pulisic. L’esterno del Borussia Dortmund è indicato da molti come The Next Big Thing del calcio mondiale, ma per alcuni è già That Thing, nonostante la giovane età. Un articolo recente pubblicato su FourFourTwo sembra  suggerire a Bruce Arena di puntare su di lui, di ritagliare sul suo gioco quello della squadra, anche a costo di relegare al ruolo di riserva di lusso – o meglio, come arma tattica in uscita dalla panchina – Clint Dempsey. Per capire il peso specifico che può avere Pulisic per la sua Nazionale basti riprendere le parole usate per descriverlo in un articolo pubblicato nel numero 16 di Undici: «È il possibile prologo di una rivoluzione, il traino che gli Stati Uniti aspettano da sempre: un wonderkid in grado di riscrivere le gerarchie storiche e geografiche del talento calcistico».

 

Immagini Getty Images

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