Calcio

La versatilità del Liverpool

Cosa rende i Reds una squadra unica nel suo genere nel panorama calcistico odierno e quali sono i meriti di Jürgen Klopp.

LIVERPOOL, ENGLAND - APRIL 04: Alex Oxlade-Chamberlain of Liverpool celebrates after scoring his sides second goal during the UEFA Champions League Quarter Final Leg One match between Liverpool and Manchester City at Anfield on April 4, 2018 in Liverpool, England. (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

A giudicare dai sorteggi e dallo stato di forza delle squadre rimaste, in molti pensavano che si sarebbero viste le prime semifinali di Champions League con l’effettivo gotha – anche economico – del calcio europeo. Invece ci si ritrova con delle outsider, Roma e Liverpool, ancora più inattese di quelle della stagione passata. Se, al netto degli enormi meriti dei giallorossi, la storica serata dell’Olimpico si può tranquillamente definire come evento eccezionale, le meravigliose performance dei Reds sono più degne di nota dal punto di vista tattico, perché hanno annichilito (con un parziale di 5-1) lo strafavorito Manchester City, squadra che gli analisti reputavano la più efficiente d’Europa per quanto riguarda la qualità delle prestazioni.

L’analisi dell'eccellente doppio confronto – che ha coronato uno stato di forma oggi sublime – non può non partire dall’enorme lavoro svolto da chi sta in panchina. Come successo a Dortmund, Jürgen Klopp ha impiegato un fisiologico periodo di assestamento prima di arrivare a un alto livello di rendimento da parte di tutta la squadra, sciogliendo tutti i dubbi sul suo conto. D’altronde la bolgia e il calore di Anfield sembrano cuciti su misura per il tecnico tedesco, che dopo l’avventura al Borussia desiderava fortemente il Liverpool: «Potevo andare allo United, ma non era la squadra giusta in quel momento. Anche mia moglie lo sapeva, se il Liverpool mi avesse chiamato, io sarei andato. Venendo qui e sentendo immediatamente lo spirito, per me è stato come essere in paradiso».

“You'll never walk alone” prima dell'andata di Champions League contro il Manchester City

Insomma, nonostante le difficoltà iniziali che avevano fatto un po’ storcere il naso, non c’erano molti dubbi sul fatto che Klopp si trovasse nel posto giusto, dimostrando di essere un allenatore che nel medio-lungo termine arriva pesantemente a incidere sui suoi giocatori. Secondo lui era destino che prima o poi sarebbe finito ad allenare nel Merseyside: «Non mi stanco mai di sentire “You’ll never walk alone”. Forse sono l’allenatore più fortunato del mondo, perché sono stato negli unici due posti in Germania dove si canta: al Mainz e al Borussia Dortmund. E ora il destino mi ha mandato a Liverpool, che è il luogo originale».

Completezza difensiva

Dopo i quarti di finale, in molti si sono concentrati sulle ripartenze che, soprattutto ad Anfield, il City ha concesso ai rivali. È senza dubbio vero che il Liverpool sia andato a nozze con l’attacco in spazi larghi, tuttavia l’aspetto tattico maggiormanete degno di nota proviene dalla fase difensiva: i Reds hanno messo ai minimi termini la produzione offensiva del City, forse la fase di possesso migliore al mondo, con due prove superlative per quanto riguarda equilibrio e attenzione. È evidente il salto di qualità compiuto rispetto al 5-0 di settembre, col doppio confronto che ha fotografato al meglio la versatilità della squadra di Klopp.

Coerentemente col credo tattico del proprio allenatore, il Liverpool non ha rinunciato – quando ne aveva la possibilità – ad aggredire in avanti, soprattutto nelle situazioni di rinvio dal fondo, con i tre attaccanti (Salah, Firmino e Mané) in parità numerica sui difensori centrali del City.

Esempio di pressione alta del Liverpool, con le mezzali (Milner e un Chamberlain qui in ritardo) pronti a contrastare il doble pivote rivale

Tuttavia, la priorità dei Reds è stata quella di blindare il centro del campo, collocando i propri giocatori molto stretti tra loro nel tentativo di negare i rifornimenti tra le linee e fare grande densità in zona palla. La difesa, nonostante ciò, è rimasta molto alta, con distanze cortissime tra i reparti. Questo vuol dire che spesso si è giocato davvero in un fazzoletto di terra, in spazi ingolfati, anche per sfruttare la capacità del Liverpool di prevalere nelle palle contese. Col centro bloccato, i tentativi del City di allargare il gioco si sono scontrati coi giocatori più sottovalutati del Liverpool, ossia i (giovani) terzini Arnold e Robertson, autori di prestazioni maiuscole. Si è quindi visto un 4-5-1 che ha rasentato le perfezione, il cui mix tra attenzione e aggressività ha stroncato le soluzioni offensive di Guardiola. D’altronde, la nascita degli ultimi due gol di Liverpool-Manchester City fotografano bene le difficoltà degli ospiti: prima Walker perde palla da Robertson, successivamente Otamendi prova a superare le linee di pressione rivali con un’improbabile azione individuale.

4-5-1 con i giocatori di Klopp strettissimi tra loro. Per il City è difficile sia trovare uomini negli half spaces sia allargare il gioco: mancano le soluzioni di passaggio. Da notare Robertson pronto a scattare su Walker

Anche quando ha dovuto abbassare il proprio baricentro, il Liverpool si è comportato in modo irreprensibile. All’Ethiad, la prima costruzione del City è stata molto più efficiente ed ha portato a un dominio di campo piuttosto netto. Tuttavia, i Reds sono stati eccellenti nella propria trequarti, con distanze impeccabili tra centrocampo e difesa che hanno impedito al City di concretizzare a pieno la superiorità territoriale.

Considerato per anni come un integralista in grado di esaltare le sue squadre unicamente in situazioni specifiche, oggi la versatilità difensiva del Liverpool di Jürgen Klopp pare avere pochi eguali in Europa. Per quanto i principi di gegenpressing, riaggressione e densità in zona palla, tanto cari al tedesco, siano vivi più che mai tra le fila dei Reds, oggi si sono aggiunti a una fase di non possesso molto completa e duttile in confronto agli altri top club. Una fase che unisce un elevato rendimento collettivo a un’applicazione encomiabile da parte dei singoli, con anche una concentrazione di reparto diametralmente opposta rispetto agli svarioni che si vedevano fino a qualche tempo fa.

Restando in Inghilterra, basta fare un paragone con le altre squadre di livello: il Tottenham aggredisce (alla grande) in avanti, ma ha lacune grosse nella difesa posizionale, mentre – seppur in forma diversa – United e Chelsea optano per un baricentro molto basso. Di contro, il Liverpool odierno sembra in grado di interpretare con efficacia più spartiti, smentendo chi prevedeva una squadra più monodimensionale. Insomma, un percorso di crescita importante se si pensa alle premesse.

Il trio delle meraviglie

Tuttavia, il simbolo principale di questo Liverpool è rappresentato dal trio delle meraviglie offensivo costituto da Salah, Firmino e Mané. Oltre al valore tecnico, alto a livello assoluto, l’elemento cruciale è senza dubbio la loro complementarietà. I tre sono simili ma non uguali, e questo crea un’unione stratosferica, che li ha portati a essere il tridente più prolifico d’Europa con un totale di 82 gol realizzati. Salah, Firmino e Mané si completano tra loro alla perfezione con grande armonia di movimenti, in cui ognuno sa sempre dov’è e cosa fa il compagno. Mai effettuano il medesimo movimento, c’è costantemente uno che viene incontro (spesso Firmino, più capace a giocare spalle alla porta e a proteggere palla) mentre un compagno va subito ad aggredire la profondità. La loro velocità ed esplosività fa sì che il Liverpool verticalizzi immediatamente non appena ne ha l’occasione, sfruttando la capacità di attaccare in maniera ultra rapida e approfittando dell’elevato movimento senza palla delle proprie punte. Tant’è che i Reds sono la penultima squadra della Premier per falli subiti, segno di come sia difficile fermarli in velocità. Inoltre, è elevata la capacità di interscambiarsi, con l’avversario che ha pochi punti di riferimento.

Dalla propria area di rigore, il Liverpool arriva alla porta rivale in un battibaleno. Notare la sincronia dei movimenti e di come tutto il tridente partecipi all’azione

Sono loro il primo fondamento dell’aggressiva (e precisa) fase di non possesso dei Reds, in quanto tutti e tre godono di grandi doti in interdizione. Firmino si scaglia sulla prima costruzione avversaria con grande intensità (è addirittura ventesimo in Premier League per quanto riguarda i tackle, unico attaccante in questa classifica), mentre Salah e soprattutto Mané blindano la fascia con grande generosità, tempestivi anche in transizione negativa.

Tuttavia, per quanto tutte queste doti possano lasciar pensare che il Liverpool sia una squadra che punge in contropiede, la realtà ci dice che si tratta di una formazione piuttosto completa nelle modalità di attacco. C’è infatti un possesso molto paziente dal basso, che coinvolge difesa (terzini compresi) e centrocampo nel tentativo di disordinare la struttura difensiva rivale per cercare la risalita. Importante il movimento senza palla delle due mezzali (solitamente Milner e Oxlade-Chamberlain), che oltre a supportare gli attaccanti si muovono molto senza palla per essere serviti tra le linee. Insomma, una squadra la cui ultra verticalità arriva a fondersi coi principi del gioco di posizione.

Il gol di Salah a Manchester è una buona sintesi di questi princìpi

Pur privo di una vera prima punta, il tridente del Liverpool sa rendersi pericoloso anche quando affronta avversari chiusi nella propria trequarti che provano a negare la profondità. Primo perché i tre attaccanti dei Reds sono molto più completi di quanto si pensi, con ottime doti di dialogo nello stretto; secondo, perché la grande sincronia di movimenti avviene anche negli ultimi metri, quando c’è da occupare l’area, dividendosi la zona di finalizzazione con grande precisione. Primo palo, centro e secondo palo rimangono sempre coperti, e ciò fotografa bene la grande intesa raggiunta tra Salah, Firmino e Mané. In qualsiasi zona del campo, i tre offrono una delle coordinazioni posizionali migliori del mondo.

Il Liverpool si trova oggi nel miglior momento di forma possibile per quanto riguarda il livello della rosa a disposizione, sia a livello collettivo sia per quanto riguarda i singoli. Klopp ha dimostrato di sapersi evolvere trasformando una squadra che sembrava monodimensionale, con caratteristiche quasi unicamente di transizione, in una compagine molto più completa di quanto il miglior commentatore avrebbe potuto prevedere. Anche se magari gli altri top club hanno giocatori più forti e qualità nel palleggio superiori, forse nessun’altra squadra raggiunge la versatilità del Liverpool nel saper interpretare (bene) così tante fasi di gioco. Se è vero che essere arrivati in semifinale è già un grande traguardo, il livello odierno della rosa di Klopp autorizza i tifosi a sognare in grande, nel tentativo di raccogliere quanto seminato.


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