Calcio

Perché i terzini saranno i numeri dieci del futuro

Con un ruolo che si arricchisce di continuo, potrebbero avere un peso sempre più decisivo nella costruzione del gioco.

MADRID, SPAIN - MAY 01: Marcelo of Real Madrid celebrates as they reach the final after the UEFA Champions League Semi Final Second Leg match between Real Madrid and Bayern Muenchen at the Bernabeu on May 1, 2018 in Madrid, Spain. (Photo by David Ramos/Getty Images)

Nelle gare a eliminazione diretta che hanno portato il Real Madrid in finale di Champions League, c’è solo un giocatore, oltre Cristiano Ronaldo, ad aver segnato in più partite: è Marcelo, che ci è riuscito nella partita di andata di ogni turno – il gol del definitivo 3-1 al Psg, quello del definitivo 3-0 alla Juventus e il provvisorio pari all’Allianz contro il Bayern. «Adoro attaccare. E se abbiamo un problema in difesa? Lo risolveremo. Ma prima, attacchiamo». Così scriveva Marcelo nel suo pezzo di qualche tempo fa su The Players’ Tribune, aggiungendo che «si può giocare con così tanta libertà solo se hai un’ottima intesa con i tuoi compagni. Fabio Cannavaro mi diceva: “Puoi andare, Marcelo, ci sono io qui”. È lo stesso che mi dice Casemiro oggi: “Vai avanti, ci preoccuperemo dopo del resto”. Ah, Casemiro. Mi ha salvato la vita. Potrei giocare fino a 45 anni con lui al mio fianco».

Perciò eccolo, Marcelo: attacco dello spazio in area di rigore e conclusione di prima intenzione contro il Psg; scambio con Ronaldo e dribbling su Buffon contro la Juventus; sinistro forte e preciso, preparato da una grande coordinazione, contro il Bayern. Tre reti che sottolineano la tensione offensiva di un giocatore che, però, non andrebbe ridotta solamente alle realizzazioni. Su Marcelo si poggia buona parte della manovra offensiva del Real Madrid: lo dicono i numeri – in Champions effettua 62 passaggi a partita, terzo nella graduatoria di squadra dopo Kroos e Ramos – e lo chiariscono le immagini. Un video che è circolato molto dopo la gara di andata contro il Bayern Monaco è un controllo del brasiliano che, raggiunto da una parabola di Varane dalla gittata di circa trenta metri, stoppa il pallone con la suola, inchiodandolo al terreno. Tolto dal contesto, un grande gesto tecnico; calato nella dinamica di gioco del Madrid, una delle soluzioni più adottate dagli spagnoli nella costruzione dell’azione.

La rapidità, il cambio di passo e la qualità del brasiliano fanno sì che i suoi compagni lo cerchino molto, anche con cambi di gioco: in questo modo, Marcelo toglie l’incombenza ai centrocampisti di far ripartire l’azione del Real e in più lo fa da una posizione più difficilmente attaccabile. Carvajal no, ha altre caratteristiche: Carvajal spinge solo quando ha spazio davanti, altrimenti resta bloccato sulla linea dei difensori centrali – ed è anche per questo che Marcelo ha una libertà maggiore del suo omologo sulla destra. Il brasiliano è una tipologia di terzino più ricca, più complessa. In una squadra dove il ruolo di regista non ha un unico interprete, l’importanza di Marcelo è data dalla capacità di spostare il baricentro dell’azione dal centro del campo, dove l’alta densità può rendere complicata la giocata, all’esterno. Un regista decentrato: perché ha le qualità tecniche per impostare e lanciare; perché da quella parte può avvalersi delle combinazioni con Ronaldo o Isco, creando superiorità numerica; perché può provare varie soluzioni, dal cross verso l’area alla possibilità di aggredire le tracce interne del campo.

Meglio premiare la sovrapposizione del compagno o convergere verso il centro?

Può un terzino diventare il regista della squadra? Innanzitutto, è un compito assolvibile da un certo tipo di terzino, non da tutti. Già nel Real Madrid, come visto, a diverse caratteristiche corrispondono diverse competenze: Carvajal ha consegne diverse da Marcelo, e viceversa. Però il caso di Marcelo non è isolato e segue un arricchimento del gioco e, se vogliamo, risponde a nuove esigenze. Negli ultimi anni, siamo abituati a vedere i terzini attaccare, e in molti casi farlo con ottime capacità. Nella maggior parte dei casi, però, si tratta di ulteriori soluzioni offensive, non figure chiave su cui si basa lo sviluppo del gioco d’attacco. Anche per una questione “culturale”: un terzino destro guarda avanti a sé e a sinistra, mai alla propria destra. In questo senso, ha una prospettiva molto limitata, e un tratto del genere non soddisfa l’identikit di un playmaker.

Pep Guardiola ha fatto un passo in avanti nella “responsabilizzazione” del gioco dei suoi terzini. Una sperimentazione sviluppata al Bayern e proseguita al City: i suoi laterali si trasformano in centrocampisti, perché i centrali si allargano e loro prendono posto ai lati del centrocampista basso. Guardiola ha studiato questa situazione tattica per arricchire le soluzioni in fase di possesso e aumentare le linee di passaggio che possono essere assenti quando c’è molta densità in mezzo al campo. Come rilevava Simone Torricini in un pezzo sul Manchester City, «se il modulo di di partenza è il 4-3-3 accade che Walker e Delph si alzino ad affiancare Fernandinho. L’obiettivo di questa disposizione è quello di svuotare i lati del campo e concentrare la squadra nella fascia centrale». Agli Alaba e ai Lahm è capitato di giocare anche da centrocampisti puri, ma non è questo il punto: il punto è che sempre più terzini hanno sviluppato una conoscenza del gioco più ampia rispetto al calcio lineare che storicamente ha caratterizzato il ruolo.

Il caso di Sergi Roberto, uno dei terzini più moderni in questa accezione: qui guadagna il centro del campo, con Piqué che si è allargato per coprire la fascia

Ora, però, si tratta di continuare a fare i terzini, ma di aggiungerci qualcosa di nuovo. Il calcio di oggi ha dilatato gli spazi del campo, perché se la pressione avversaria è più alta il regista della squadra deve coprire più metri e, anzi, dovrebbe indietreggiare per avere maggiore libertà di impostazione. Ecco perché l’emergere dei Bonucci, dei Laporte, degli Umtiti: il difensore centrale, quando ha qualità e visione, si fa carico del ruolo di playmaker. Ma se invece in squadra non ci dovesse essere un profilo simile? Prendiamo la Roma: né Manolas né Fazio hanno simili prerogative, e l’incombenza è scivolata su un terzino, Kolarov. Dinamica fotografata perfettamente in questo pezzo di Alfonso Fasano: «Il serbo è un vero e proprio hub creativo per la Roma, un supporto principale e non alternativo per la manovra offensiva. Nella partita contro il Milan, per esempio, è stato il primo calciatore giallorosso per palloni giocati, e questo è un primato confermato anche in altre occasioni».

In ogni caso, l’esigenza comune è quella di costruire la manovra offensiva dal basso, evitando di ricorrere a un lancio lungo. Ma perché potrebbero essere i terzini i prossimi beneficiari di questa evoluzione? Se non tutti i centrali si mostrano efficaci nel “vedere” il gioco, il terzino, per attitudine, ha una capacità migliore, o quantomeno più allenata, a sviluppare l’azione verticalmente. Da una semplice necessità di appoggiarsi sulle fasce per creare triangoli e di conseguenza saltare le linee di pressione avversarie, il terzino diventa destinatario dei palloni più importanti, quelli da “lavorare”: rispetto al regista classico, che opera in mezzo al campo, ha una maggior libertà, perché l’avversario può rinunciare a prenderlo alto come invece, di norma, fa con chi giostra a centrocampo. Prima che il terzino raccolga l’eredità del numero dieci, servirà un processo lungo, e una consapevolezza nuova: ma, come spesso accade, le esperienze dei singoli anticipano il corso del gioco.

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