Calcio

Il Messico di Osorio può andare lontano

Un grande rapporto con i giocatori, un metodo di allenamento innovativo e una generazione dorata: El Tri non è una sorpresa.

MOSCOW, RUSSIA - JUNE 17: Juan Carlos Osorio, Manager of Mexico celebrates with Marco Fabian of Mexico after their sides first goal during the 2018 FIFA World Cup Russia group F match between Germany and Mexico at Luzhniki Stadium on June 17, 2018 in Moscow, Russia. (Photo by Clive Rose/Getty Images)

Sono passati esattamente due anni. Il 19 giugno 2016 l’avventura di Juan Carlos Osorio alla guida del Messico subisce un colpo durissimo. Ai quarti di finale El Tricolor perde 7-0 contro il Cile nell’edizione del centenario della Copa América ed è una delle peggiori batoste di sempre, seconda soltanto agli otto gol rimediati dall’Inghilterra nel 1961. A pochi mesi dal suo arrivo il ct Osorio vuole pagare per tutti e sta per dimettersi, ma la squadra si prende ogni colpa, invitando la federazione a non cambiare come poi ammetterà Hector Herrera alla stampa: «Non so nemmeno se riuscirò a guardare negli occhi la mia famiglia, ciò che è successo in campo è imbarazzante ed è colpa di tutti». Nel lungo periodo quella che all’inizio appariva come l’apocalisse finisce per cementare il rapporto tra il gruppo e la propria guida. Rinsalda la posizione del commissario tecnico colombiano, la cui peculiarità è non avere un undici ben definito, finendo per adattare la filosofia tattica all’avversario di turno. Si fida di tutti, così come ogni singolo calciatore deve fidarsi di lui. In questo senso l’esempio più lampante è la sostituzione della stella Hirving Lozano dopo 66 minuti, durante il debutto mondiale contro la Germania e dopo il gol decisivo per il successo: «Me lo aveva preannunciato durante l’intervallo, spiegandomi le sue ragioni», ha affermato il talento ventiduenne, «e vista com’è andata El Profe ha letto la partita alla perfezione».

In patria il fatto di ruotare continuamente i giocatori e fare un massiccio ricorso al turnover non è visto di buon occhio – il test pre Mondiale dell’anno scorso in Confederations Cup è culminato nella sconfitta per 4-1 in semifinale contro la Germania –, ma il successo di domenica al Luzhniki ha spedito il Messico su tutte le prime pagine. Negli ultimi sei mesi Osorio ha ammesso di non aver fatto altro che preparare la sfida ai tedeschi, studiandola nei minimi particolari e scegliendo poi di affidarsi a un modulo speculare a quello degli avversari, il 4-2-3-1, archiviando l’idea di difesa a tre: ha optato per Herrera e Guardado a protezione della difesa, affidando l’attacco a Hernández supportato da Layún, Vela e Lozano. Ne è venuta fuori una prestazione sorprendente, e dopo soli 51 secondi Boateng si è dovuto già immolare per la prima pericolosa conclusione di Lozano, straripante sulla trequarti sinistra, rapido e ficcante nel muoversi verso la porta. Un calcio veloce e tecnico, fatto di triangolazioni nello stretto per eludere le marcature dei campioni del mondo in carica, addirittura graziati dai ripetuti errori in area della Selección. Esemplare l’azione che decide il match, avviata dall’ennesima ripartenza di Héctor Herrera e sulla quale i tedeschi si ritrovano a chiudere con Özil ultimo uomo, a dimostrazione di un’impotenza che si protrarrà per tutto il match. La scelta di Joachim Löw di ammassare uomini offensivi, senza cercare vere contromosse tattiche, non farà altro che il gioco degli uomini di Osorio, troppo spreconi anche nella ripresa per trovare il raddoppio.

Hirving Lozano, classe 1995, prima partita a un Mondiale e primo gol

El Tri è arrivato in Russia al settimo Mondiale consecutivo senza patemi, ha vinto il girone a sei squadre che si disputa nel corso del quinto e ultimo round nella zona Concacaf, facendo valere miglior attacco e miglior difesa del raggruppamento. Però i passi falsi in successione in Copa América, Confederations Cup e Gold Cup (ko contro la Giamaica in semifinale nel luglio 2017) hanno portato tante critiche a Juan Carlos Osorio, abituato a rotaciones frequenti, sia per quanto riguarda gli uomini sia per quanto riguarda gli schemi: ne ha messe in fila 46 in altrettanti impegni. Un pilastro nazionale come Hugo Sánchez, re della chilena, lo aveva attaccato pesantemente: «Se è così bravo perché non se ne torna in Colombia?». Sulla stessa lunghezza d’onda la sfiducia dell’ex ct Ricardo La Volpe: «Non abbiamo ancora uno schema predefinito, così rischiamo di veder svanire la migliore generazione di calciatori messicani da inizio anni Ottanta e sarebbe un peccato». In quest’ultimo caso l’allusione è al titolo mondiale Under 17 conquistato per la prima volta dal Messico nel 2005, battendo 3-0 il Brasile in finale.

È la generazione di Héctor Moreno, Giovani Dos Santos, Carlos Vela, tutti presenti a Russia 2018 e sulle orme dei quali sta nascendo la Nazionale del futuro, visto che la stessa Under 17 è diventata campione del mondo nel 2011, finalista nel 2013 e semifinalista due anni dopo. Senza dimenticare che alle Olimpiadi di Londra di sei anni fa l’oro andò agli stessi messicani, che in finale batterono nuovamente il Brasile di Menezes e Neymar. Ora l’obiettivo è quello di far cadere un muro che sembra insuperabile: andare oltre i quarti di finale in un Mondiale. Sarebbe una prima assoluta in sedici partecipazioni complessive, aggiungendo che da Usa 1994 a Brasile 2014 il Messico è sempre uscito agli ottavi e all’ultimo torneo iridato la beffa è stata cocente, visto che l’allora selezione di Miguel Herrera vinceva 1-0 contro l’Olanda all’88’, ma in sei minuti si è fatta ribaltare anche grazie al rigore inventato sul tuffo di Robben. Per El Tricolor, oltre alle dieci Gold Cup, l’unica affermazione internazionale resta la Confederations Cup del 1999, disputata in patria e vinta ai rigori. Ancora contro il Brasile.

I detrattori dell’attuale ct messicano non hanno esitato a mettere sotto accusa i suoi metodi di allenamento “innovativi”, tipo le partite dodici contro dodici e altre stranezze, che gli sono valse l’appellativo (dispregiativo) di el recreacionista. Un modo di intendere il proprio ruolo fuori dal comune, messo anche nero su bianco da un libro scritto dal giornalista colombiano Jorge Andrés Bermúdez Hernández, La Libreta de Osorio, in cui è lo stesso tecnico a illustrare la metodica e gli obiettivi perseguiti dal proprio lavoro. Il selezionatore cinquantasettenne ha giocato a calcio fino a 26 anni, ha un passato da preparatore atletico al Manchester City e ha studiato Scienze motorie negli Stati Uniti, dove si è mantenuto facendo pure il muratore o lavorando nei supermercati: «È stato un periodo duro perché dopo i corsi vivevo senza permesso di soggiorno e nemmeno i documenti», ha dichiarato Osorio riguardo al suo passato. «La mia situazione corrisponde a tanti messicani che oggi vivono da clandestini negli Stati Uniti. Al Mondiale vinceremo per loro». A fine anni Novanta si è anche iscritto alla John Moores University di Liverpool, dove trovò il modo di spiare le sedute condotte da Gerard Houllier e Roy Evans, affittando una stanza che si affacciava proprio sul centro tecnico di Melwood.

Nell’attuale selezione in corsa nel girone F del Mondiale ben 16 dei 23 convocati giocano in Europa e l’esperienza acquisita nei campionati europei è una componente fondamentale quando si giocano tornei così brevi e di altissimo livello. Per problemi fisici sono rimasti a casa due pedine importanti come il difensore Néstor Araujo e Diego Reyes, mediocampista de contención cruciale nelle logiche di Osorio, perché presiede e gestisce gli spazi davanti alla retroguardia. Neanche a dirlo il nome altisonante è quello del sopracitato Hirving Lozano, classe ‘95, in mano a Raiola, passato al Psv l’estate scorsa dopo la trafila nei messicani del Pachuca e presentatosi al calcio europeo con 17 gol e 11 assist in 29 apparizioni in Eredivisie. I tredicimila tifosi del Messico arrivati a Mosca hanno più volte intonato il suo nomignolo, ossia El Chucky, preso dalla bambola assassina ideata da Don Mancini e legata al fatto che Lozano amasse spaventare a morte i suoi compagni in patria, attraverso scherzi di ogni tipo. Come quello di nascondersi sotto i letti e sbucare all’improvviso nel cuore della notte. Sul rettangolo verde si tratta invece di un predestinato: ha debuttato con il Pachuca a 18 anni, segnando un gran gol dopo solo 5 minuti contro il Club América su un palcoscenico come lo stadio Azteca di Città del Messico: alla sua maniera, con rapidità e con la palla incollata al piede, puntando la porta con decisione. Ha segnato al debutto anche con il Psv, si è ripetuto alla prima gara del Mondiale, mandando in tilt i campioni in carica della Germania, dopo che aveva permesso alla propria Nazionale di strappare il pass per la Russia decidendo il match contro Panama durante le qualificazioni. È lui l’unica certezza di Osorio, e di tutto il Messico.

 

Immagini Getty Images


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