Calcio

Calcio da ascoltare

Un'intervista a Riccardo Cucchi, per 35 anni voce di "Tutto il calcio minuto per minuto"

LIVERPOOL, UNITED KINGDOM - JANUARY 22: A detail shot of the his match notes and microphone of BBC Radio 5 Broadcaster Alan Green before a Premier League match between Liverpool and Middlesbrough at Anfield on January 22, 2000 in Liverpool, England. (Photo by John Gichigi/Allsport/Getty Images)

«Fin quando ho fatto radio mi capitava di essere riconosciuto per la mia voce, magari entravo in un bar per un caffè o salivo sul taxi e mi dicevano “Ehi, lei è quello che fa la partita”. Oppure, “Ti ho ascoltato ieri”». La voce di Riccardo Cucchi è inconfondibile: l’insindacabile pulizia nella dizione, il ritmo vivace, forse anche l’abitudine a sentirla durante le partite. Una voce protagonista in oltre trent’anni di radiocronache a Tutto il calcio minuto per minuto. «Poi l’anno scorso ho fatto tv alla Domenica Sportiva e la gente ha iniziato a dirmi “Ti ho visto ieri”, io rispondevo, “ma mi hai anche ascoltato?”, e spesso non ricevevo nessuna risposta. La differenza è questa: alla radio ti ascoltano, alla tv ti guardano, ma a volte nessuno ascolta». A un anno e mezzo dall’ultima radiocronaca, in un pomeriggio di febbraio a San Siro per Inter-Empoli, Riccardo Cucchi ha trasformato la narrazione via radio in un libro. Radiogol ripercorre la carriera di una delle figure più importanti del giornalismo sportivo italiano negli ultimi decenni – ha commentato otto Olimpiadi e sette Mondiali di calcio – con il solito ritmo serrato delle sue radiocronache.

 

Ⓤ La radio, come strumento, potrebbe avere più punti di contatto con i libri che con la tv. Se non altro per l’assenza di immagini.

Fondamentalmente radio e libri hanno una cosa in comune: la parola. Tutto ruota intorno alla parola che viene pronunciata, o scritta. Se alla radio dico “cavallo”, ti immagini un cavallo, ma lo immagini come vuoi tu. Così si crea un filo diretto tra colui che parla e coloro che ascoltano. E così anche nel libro. Questo permette di far partire quel meccanismo magnifico che è la fantasia.

Ⓤ In Radiogol ricorda moltissime interviste a grandi personaggi del mondo del calcio, tra questi Mazzone, Ancelotti, Pascutti, Maradona. Uno che l’ha colpita di più di altri?

Non saprei dirlo, non me la sento di fare una graduatoria. Penso che ci sia da imparare da ogni persona che si incontra. Penso sia molto importante sapersi relazionare, ascoltare, apprendere qualsiasi cosa che possa essere utile a crescere. Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che a quei tempi affascinava tutti come Maradona. Ma è stato altrettanto interessante incontrare Ancelotti: l’ho incontrato quando giocava, poi quando era vice di Sacchi, infine da allenatore. Lui trasmette quella sana umanità di stampo emiliano che lo caratterizza. È ironico, saggio, tranquillo. Ti dirò: so che a Napoli c’è nostalgia di Sarri, ma credo che i napoletani si innamoreranno di Ancelotti, riuscirà a fare qualcosa di importante, entrerà nella storia del Napoli, per la sua capacità di allenare la squadra, ma in un certo senso anche di allenare il pubblico ad un certo modo di concepire il calcio. La saggezza, la calma, la quiete che trasmette Carlo a volte è così forte che può condizionare la squadra e l’ambiente.

La radiocronaca di Germania-Italia, con il «RETE!» urlato al gol di Fabio Grosso

Ⓤ C’è anche una lista lunghissima di luoghi da lei visti e vissuti durante tutti questi anni. Penso a Berlino Est, a Genova, Atlanta, Kiev, Seul. Anche questo è il bello del giornalismo.

Ho avuto la fortuna di poter viaggiare tanto, entrare in relazione con culture diverse, imparare a entrare in contatto con le diversità. Questo ti permette di aumentare le capacità di lettura della realtà, oltre a rispettare le persone e le culture. Ed è anche una grande esperienza storica: ho avuto la fortuna di attraversare quel muro, parlo del Muro di Berlino. Prima dell’89 rappresentava qualcosa di difficile da capire, per il mondo Occidentale, cosa accadesse al di là Muro. E poi lasciami dire un’altra cosa. Il giornalista è un testimone, cioè uno che le cose le racconta quando le vede. Bisogna muoversi, viaggiare. Il giornalismo da computer vede una realtà già filtrata, e la legge in questo modo.

Ⓤ Bortoluzzi disse che la cosa più difficile della carriera era non scivolare durante le corse nei corridoi. Per lei invece?

È stato difficile entrare in relazione con un mondo di persone come Enrico Ameri, Sandro Ciotti, lo stesso Roberto Bortoluzzi, persone che per me erano le voci che mi accompagnavano sui campi da gioco, quando entravano nella mia stanza da bambino. Poi sono entrato io nelle loro stanze di lavoro e ho dovuto lottare con l’emozione e con la timidezza. È stato difficile passare da radioascoltatore a collega di questi grandi professionisti. Emozionante, certo, ma anche molto difficile.

Ⓤ In Radiogol ritornano più volte due concetti fondamentali per chi fa radio: il primo è quello della sintesi, la capacità di raccontare usando poche parole. È una qualità che si sta perdendo?

Il concetto fondamentale è proprio l’uso della parola. Ho l’impressione che ci si stia disabituando all’uso della parola, in tutti i campi. Si parla troppo, o non si parla affatto. Lavorando in radio ho imparato che le parole da usare devono essere quelle giuste, nel numero ma anche nello spazio e nel tempo. Bisogna avere un’unità di misura corretta. Diciamoci la verità, proprio come nella vita, a volte servono molte parole, altre volte ne bastano pochissime. Le parole sono importanti. Non sciupiamole.

Ancora Grosso: «REEEETEEEE»

Ⓤ Il secondo: raccontare senza essere protagonisti, restando imparziali, ma allo stesso tempo bisogna anche emozionarsi per emozionare.

Questo insegnamento dell’emozione per emozionare lo devo ad Enrico Ameri. Lui e Sandro Ciotti non erano insegnanti, erano dei narratori, quindi molte cose ho dovuto “rubarle”. Ma Ameri mi disse: «Quando entrerai in uno stadio e non sentirai l’emozione lungo la schiena comincia a pensare che forse è il momento di smettere». Io non ho mai smesso di emozionarmi, è andata avanti fino all’ultima partita a San Siro (Inter-Empoli, 12 febbraio 2017, ndr). Ho vissuto una grande emozione. Perché ci si avvicina al calcio per amore di una squadra, ma poi ci si innamora del calcio stesso. Io sono un innamorato del calcio, mi piace vederlo. Poi però bisogna anche rispettare le passioni di tutti. Ho lavorato in una radio che trasmetteva da Trento a Caltanissetta: chiunque ascolti partecipa emotivamente e tifa, quindi ho cercato di esaltare chi vinceva ma ho cercato di non essere mai severo con chi perdeva. Bisogna capire tutti.

Ⓤ In questi anni sono cambiate molte cose. Una su tutte: il gioco.

È cambiato più di una volta. Da appassionato/tifoso ho visto il calcio degli anni ‘60, l’Inter di Herrera che vinceva con “difesa e contropiede” in Italia e in Europa. Era un calcio molto diverso da quello di ora. Molto più diretto. Poi penso ai giorni nostri e all’arrivo del Barcellona di Guardiola, per esempio, che era difficilissimo da raccontare. Era una squadra che toccava la palla quaranta volte prima di tirare, spostava la palla in 20/30 metri per poi attaccare con tocchi fulminei. E con questi cambiamenti si trasforma anche il mestiere del radiocronista, che deve raccontare tutto questo, la rete fitta di passaggi, mantenere un ritmo alto per non annoiare l’ascoltatore, nominare tutti i giocatori che la toccano. È tutto un altro modo di giocare ma anche di raccontarlo.

Ⓤ Nel frattempo è cambiato anche tutto quel che c’è attorno al calcio. L’organizzazione, gli eventi, il marketing, il “calcio-spezzatino”. Quanto è distante la Serie A di trent’anni fa da quella di oggi?

Uscito per il Saggiatore, “Radiogol” è un memoir su 35 anni di calcio raccontato solo con la voce

Una volta la partita era un evento. Prima non c’erano nemmeno le dirette, si seguiva tutto alla radio. C’era meno calcio in generale. Quindi c’era più attesa. E l’attesa è già di per sé un’emozione. Oggi sei tramortito dalle tante partite trasmesse. C’è tanto calcio, questo significa che ovviamente c’è una maggiore offerta, questo è buono. Diventa negativo se questo focus sul business non tiene conto della passione dei tifosi. Se il tifoso viene trasformato da appassionato in cliente pagante, in bancomat cui attingere soldi in cambio della sua passione, questi rischia di stancarsi, si sentirà sfruttato. Se si tira molto la corda si rischia di spezzare. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni con la nuova ripartizione dei diritti tv: le persone si lamentano perché non riescono a vedere le partite con il servizio che vorrebbero. Siamo sicuri che la domanda sarà sempre così elevata, disposta a spendere certe cifre, per di più in periodi di difficoltà economica? Su questo credo che ci si debba interrogare.

Ⓤ Il rapporto tra lei e il calcio in tv forse non è mai stato dei migliori. Cito dal libro: «Il campo era verde brillante, come lo avevo immaginato alla radio. La tv mi aveva quasi convinto che fosse grigio».

Io sono cresciuto in un calcio in cui c’era solo la radio, in cui era impossibile vedere la partita se non allo stadio. Solo alla fine degli anni cinquanta è arrivata la tv in bianco e nero. E poco dopo ho scoperto il campo dal vivo. Sono un grande fruitore di calcio, lo ammetto, ma ritengo che il calcio più  bello sia quello che si vede allo stadio perché scegli tu cosa vuoi vedere, perché l’inquadratura della tv ti limita, per forza. Non vedi tante cose. Poi credo che l’emozione possa arrivare soltanto da una voce, una voce che emerge in un boato dello stadio. E grida “Rete!”. In quel momento qualunque cuore comincia a battere forte. Credo che quell’emozione unica sia l’essenza stessa del calcio.