Calcio

Quanto conta il possesso palla?

Esiste un legame tra numero di passaggi e risultati positivi.

Manchester City players, Manchester City's German midfielder Ilkay Gundogan, Manchester City's Portuguese midfielder Bernardo Silva and Manchester City's English midfielder Raheem Sterling check their studs before the penalty shoot out during the English League Cup final football match between Manchester City and Chelsea at Wembley stadium in north London on February 24, 2019. (Photo by Glyn KIRK / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE. No use with unauthorized audio, video, data, fixture lists, club/league logos or 'live' services. Online in-match use limited to 75 images, no video emulation. No use in betting, games or single club/league/player publications. / (Photo credit should read GLYN KIRK/AFP/Getty Images)

Il calcio di possesso, quel genere di approccio tattico che si fonda sulla volontà di controllare la partita limitando al massimo il tempo in cui gli avversari dispongono del pallone, ha una debolezza congenita nell’immagine che dà di sé: non è necessariamente elitario, eppure viene percepito come tale, e quindi molto spesso frainteso. È anche per questo motivo che gli insuccessi di chi prova a praticarlo – si veda il caso di Sarri al Chelsea – tendono ad attirare un criticismo più accentuato, e spesso generalizzante. Alla base resiste una solida incomprensione di fondo, la convinzione più o meno marcata che il calcio di possesso sia un artificio estetico, pura sovrastruttura. Oppure che, Mourinho dixit, «parlare di filosofie basate sul possesso del pallone, sulla costruzione dal basso e cose del genere sia un modo di cui i perdenti si servono per proteggersi».

Il discorso di Mourinho, ospite di BeIN Sports, fu in realtà un po’ più complesso di come lo poniamo qui, ma la citazione non è casuale: vuole rimarcare un atteggiamento critico, quello nei confronti del calcio di possesso, che sul piano dell’opinione pubblica non è mai parso realmente in grado di capirlo. Circa un anno fa Guardiola ha provato a spiegarsi, parlando di sé ma indirettamente di tutti i colleghi che appartengono al suo stesso filone: «Facciamo girare la palla, un tocco dopo l'altro, il mio obiettivo è di non perderla mai. Perché il passaggio in più aiuta la squadra a rimanere compatta». La chiave di comprensione sta tutta qui: nel cominciare a concepire il calcio di possesso, al pari di quello attendista, come mezzo e non come fine. Torna utile citare Mourinho, che nello stesso contesto di cui sopra rispose a chi gli chiedeva se il possesso conti qualcosa nel calcio che, in fondo, dipende tutto dalla strategia che si vuole adottare – lasciando intendere che per la sua personale strategia non conti nulla.

Marco Verratti è il giocatore con il maggior numero di passaggi per match (92,7) nelle cinque leghe top in Europa

Quello posto al portoghese è un interrogativo per il quale non esiste una risposta definitiva. Ne parliamo oggi, però, perché un recente studio pubblicato dal CIES – International Centre for Sport Studies – può aiutarci a diradare la nebbia attorno al discorso pubblico sul calcio di possesso, riconoscendone non solo lo status di modello efficace, ma anche (pur con qualche dovuta precisazione, e senza pretese di assolutismo) quello di modello più efficace.  Il report ha messo in luce una correlazione piuttosto nitida tra la percentuale di possesso palla e i risultati – tanto sul piano delle singole gare quanto su quello dei piazzamenti in campionato – delle squadre di trentacinque leghe europee tra le stagioni 2016/17 e 2017/18. Le conclusioni che i ricercatori traggono sono prevalentemente due: primo, che ogni club ambizioso dovrebbe essere in grado di mantenere un certo livello di possesso; secondo, se concedere il possesso del pallone agli avversari nel breve termine risulta perlopiù ininfluente, sul lungo periodo l’attendismo si dimostra generalmente una strategia poco proficua.

La prima parte del report prende in analisi tre differenti indici di superiorità quantitativa (percentuale di possesso, percentuale di passaggi sul totale e percentuale, sempre sul totale, di passaggi nel terzo di campo avversario) e li combina in un grafico a dispersione con la differenza media di reti segnate a partita. Dalla lettura incrociata dei dati, emerge un primo dettaglio interessante: la correlazione positiva tra questi indicatori e i risultati delle squadre si mostra soltanto a partire da un certo livello di superiorità nel possesso/nel numero di passaggi. Per semplificare, la statistica ci dice che non significa molto finire una stagione con possesso pari al 42% piuttosto che con il 55%, e che solo da un certo punto in poi il possesso medio di una squadra diventa un dato rilevante per decifrarne la dimensione. Gli unici campionati in cui, nel periodo preso in analisi, la correlazione si è dimostrata inversa – ossia ad alti livelli di possesso corrispondevano risultati negativi – sono stati le seconde divisioni di Italia, Spagna, Francia e Germania e quello norvegese.

Lo studio è stato successivamente allargato sul piano stagionale e arricchito di altre considerazioni. Su tutte, quella per cui le squadre che hanno vinto i campionati nelle stagioni 2016/17 e 2017/18 hanno totalizzato in media il 57% di possesso palla, il 59% dei passaggi ed il 60% dei passaggi nel terzo di campo offensivo. In più, l’unico campionato in cui i vincitori del titolo hanno messo insieme meno del 50% nei parametri sopra citati è la Ligue 2. I ricercatori del CIES non sono gli unici ad essersi occupati del tema: poco più di un anno fa, Soccerment Research ha pubblicato uno studio dalla impostazione analoga, teorizzando la cosiddetta “Possession-To-Goal-Chain”, una concatenazione logico-statistica per la quale ad alti livelli di possesso corrispondono alti livelli di prolificità. Ciò che gli autori affermano, sostenuti dai grafici, è che se una squadra tende ad essere precisa totalizzerà molti passaggi, tirerà più spesso in porta, e quindi avrà maggiori possibilità di segnare.

In Serie A, il primato per il maggior numero di passaggi per match (80,4) appartiene a Marcelo Brozovic

Giunti a questo punto, quanto possiamo assumere è che tra le due grandi famiglie degli approcci tattici – il calcio di possesso e quello attendista – ce ne sia una, la prima, che tende a portare risultati positivi più dell’altra. C’è tuttavia una considerazione da fare: non sempre un allenatore può realmente permettersi di scegliere, spesso chi punta su un calcio di reazione lo fa perché non ha una reale alternativa, perché non può affrontare un avversario qualitativamente superiore con le sue stesse armi. Ci sono senza dubbio delle eccezioni significative: l’Atlético di Simeone ha una rosa di alto livello, così come il Chelsea di Mourinho qualche anno fa, eppure entrambe le squadre hanno raggiunto risultati ottimi giocando un calcio speculativo; allo stesso tempo la storia di Sarri a Empoli, come quella di De Zerbi a Foggia e a Sassuolo, ci dicono che non sempre la qualità assoluta della rosa è una caratteristica imprescindibile per sviluppare un calcio di possesso. In ogni caso, sarebbe superficiale sostenere che per mettere in pratica questo tipo di calcio, con continuità e ad alto livello, il valore tecnico dei giocatori e la loro capacità di concentrazione siano aspetti marginali.

In sostanza, se cerchiamo di dimostrare come un approccio alla partita sia statisticamente più efficace rispetto ad un altro, è giusto accogliere l'obiezione per cui la correlazione tra possesso e risultati è, in origine, una correlazione tra qualità e risultati, un rapporto scontato sul quale non varrebbe la pena soffermarsi. C’è una parte di verità nell'assioma per cui servono buoni giocatori per fare possesso palla, ma non esaurisce la tesi, perché nello stesso periodo preso in analisi dallo studio si sono verificati svariati casi in cui squadre di ottimo o buon livello hanno ottenuto ottimi o buoni risultati scegliendo un approccio reattivo: soltanto nel 2018 Atlético Madrid e Schalke sono arrivati secondi con il 49% ed il 48% di possesso palla medio; la Lazio e il Villarreal sono arrivate al quinto posto con il 48% e il 51% di possesso, rispettivamente.

Alla base di tutto, stanno le qualità dei giocatori: è in funzione di quelle e della loro valorizzazione che un allenatore dovrebbe plasmare il sistema di gioco, e non sempre il modo migliore per ottenere i risultati migliori è quello di predicare un calcio di possesso. Prendiamo ad esempio l’eccezione più grande: il Leicester di Ranieri non avrebbe vinto la Premier se avesse puntato a controllare gli avversari con il pallone tra i piedi invece che cederglielo. Ciò non toglie, comunque, che la correlazione tra possesso e risultati stia in piedi. È dimostrato che le squadre che ottengono i risultati migliori lo fanno mantenendo più o meno nettamente il controllo del pallone. Questo è l'aspetto che va sottolineato. Insieme ad un altro, fondamentale: a differenza di quanto si è spesso portati a credere partendo da un discorso pubblico tendenzialmente scettico, la percentuale di possesso è un indicatore piuttosto affidabile del livello di una squadra, della sua capacità di produrre risultati.

Immagini Getty Images

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