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I primi 100 titoli di Roger Federer

E perché può andare ancora avanti per molto.

DUBAI, UNITED ARAB EMIRATES - MARCH 01: Roger Federer of Switzerland plays a backhand against Borna Coric of Croatia during his men's semi final match on day thirteen of the Dubai Duty Free Tennis Championships at Dubai Duty Free Tennis Stadium March 01, 2019 in Dubai, United Arab Emirates. (Photo by Francois Nel/Getty Images)

Il decimo drop shot da fondo della semifinale – se pensate sia un colpo facile, provate a farlo al circolo – gli è venuto, a differenza degli altri, così così: un po’ lungo, un po’ centrale. Borna Coric ci è arrivato abbastanza bene, e ha fatto quanto prescrivono i manuali, nella circostanza: ha tirato un dritto molto profondo, in modo da ricacciare l’avversario il più lontano possibile e costringerlo a un colpo difensivo, presumibilmente facile da chiudere a rete. Solo che l’avversario aveva a sua volta seguito a rete – questo i manuali tentano di sconsigliarlo – il drop shot. Al momento si trovava nella Terra di Nessuno, la zona assai poco confortevole da cui i manuali ingiungono di tenersi alla larga, visto che in quella fascia di campo si è terribilmente esposti. E infatti. Il dritto di Coric gli stava arrivando basso, addosso, dalla parte del rovescio. La racchetta avrebbero provato a mettercela quasi tutti: ma un passante lungolinea al volo, mentre Coric ovviamente si buttava sull’incrociato, non lo avrebbe azzardato nessuno. Mica per altro, per la quasi certezza di rimediare una figuraccia.

Ci sono giornate – e a Dubai ne abbiamo vissute due di seguito – in cui si ha il sospetto che il vero sponsor tecnico  di Roger non sia Uniqlo, o Wilson, o se è per questo neanche Rolex, ma uno di quei provider che raccattano frammenti come questo, li montano e li postano su YouTube, con quei titoli urticanti come The Ten Most Hysterical Shots eccetera. Non è così, per il semplice fatto che quel genere di provider non potrebbe permettersi di pagare soldi veri, ma il sospetto rimane.

«Il punto perfetto», contro Coric in semifinale

Il vero punto della due giorni di Dubai (cui i primi tre match del tabellone sono stati una snervante e nervosissima marcia di avvicinamento) non è tuttavia l’impressionante sequenza di colpi inverosimili cui abbiamo assistito nelle due ore e tre quarti in cui Roger si è sbarazzato, rispettivamente, del miglior fisico e del miglior braccio (e miglior testa) della Next Gen, no. E non è neanche l’altrettanto inverosimile centesimo titolo ATP – che prende ancora più valore se si considera che i suoi 109 Connors li ha messi insieme, negli ultimi anni di carriera, giocando anche tornei a Cairo Montenotte o Brive-la-Gaillarde, cui a parte lui erano iscritti solo dopolavoristi. No, il punto vero è che l’impresa fornisce una risposta forse non definitiva, ma certamente chiara alla domanda terribilmente ansiogena che ormai ogni comparsa di Roger suscita: fino a quando?

Be’, fino a quando la condizione fisica gli permetterà giornate come queste due, il che potrebbe significare una stagione, o altre tre. Ci sono almeno tre dati che le voci fuori campo vagamente querimoniose talvolta ignorano, a riguardo. Il primo è che non stiamo parlando di un membro emerito dell’Associazione Combattenti e Reduci, ma dell’attuale numero 4 al mondo – e i punti ATP non sono un vitalizio. Il secondo è che abbiamo a che fare con un tennista che nelle giornate buone raccoglie circa metà dei punti col servizio, un colpo letale che non solo gli garantisce, in stagione, percentuali non molto lontane da quelle dei battitori purosangue alla Isner: soprattutto gli consente di abbreviare in modo significativo gran parte dei match. Il terzo dato, e senz’altro il più importante, è che nessun giocatore del circuito legge il gioco, proprio e altrui, con la stessa lucidità e la stessa intelligenza di Roger. Riccardo Piatti lo ripete sempre, quando sente qualcuno invitare un giocatore che sta perdendo a cambiare tattica: è inutile che invochiate un piano B, i tennisti hanno solo un piano A. Sacrosanto per tutti, tranne che per Roger, e se si considera che a questa tesi tocchi l’onere della prova, le ultime settantadue ore ne hanno fornite addirittura due, identiche.

In finale va di nuovo a rete, e “ci mette” di nuovo la racchetta, a modo suo

Federer non aveva uno score incoraggiante né contro Coric né contro Tsitsipas: al contrario, in tre occasioni precedenti aveva perso con entrambi accettando di giocare sul loro terreno, cioè essenzialmente di scambiare da fondo fino a esaurimento scorte – un azzardo pericoloso, con atleti di quasi vent’anni più giovani. Qui, con un calcolo molto preciso, ha rovesciato il tavolo, attaccando in tutti e due i casi dal primo quindici senza dare ai due ragazzi un attimo per respirare, o per capirci qualcosa: ma davanti al Roger di ieri avrebbero avuto qualche problema di comprensione, e di contromisure, anche i tre che lo precedono in classifica.

Il prosieguo di stagione e carriera è ovviamente un mistero, ma a questo punto sarebbe anche ora di accettarlo. Negli anni Cinquanta un giocatore che si avvicinava ai sessanta, e aveva smesso da poco, disse una cosa molto vera: il problema non è la forza, e neanche la velocità, posso tranquillamente scambiare allo stesso livello con un ragazzo di vent’anni: il guaio è il leggerissimo ritardo sulla palla, che prima o poi so che mi farà sbagliare. Al momento, problemi di ritardo Roger non sembrerebbe accusarne, e se sopravvive alla prima settimana di uno Slam, con un paio di match così è fatta. Potrebbe tranquillamente non succedere: ma ieri, alla domanda se intendesse o no superare quel numero – 109 – gli abbiamo visto tutti negli occhi un luccichìo di quella perfidia infantile che forse, tutto sommato, è la sua vera arma segreta.

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