Calcio

La Premier League sotto attacco

Brexit e le gravi conseguenze che dovrà pagare il campionato inglese.

SUNDERLAND, ENGLAND - FEBRUARY 07: A mural of a Sunderland football hero, Raich Carter adorns the wall of the Blue Bell Pub in Hendon, his former area, on February 7, 2017 in Sunderland, United Kingdom. The painting is one of six in the area, and was part funded by Arts Council of England. The borough of Sunderland voted to leave the European Union by 61.3%. Much of the North East of the United Kingdon voted to leave the European Union including Sunderland, Gateshead, Darlington, Durham, Hartlepool, Middlesbrough, Stockton, Redcar and Cleveland, North Tyneside and South Tyneside, and Northumberland. Newcastle was the only borough to vote to remain, though by a narrow margin, which was likely due to its large student population and dependency on EU funding. (Photo by Dan Kitwood/Getty Images)

Per oltre un secolo in Inghilterra ci siamo dilettati a immaginare futuri distopici sulla rovina del nostro Paese. Ha iniziato H.G. Wells nel 1898 con La guerra dei mondi, in cui dei marziani devastano Londra prima di essere fermati da un semplice batterio, e da allora abbiamo goduto del brivido di pensare la nostra società così stabile venire ridotta in macerie da alieni, pestilenze e apocalissi nucleari, in decine di libri, film e serie tv.

Da bambino, il mio libro preferito era Il giorno dei trifidi, il capolavoro di John Wyndham in cui le luci abbaglianti di una particolare pioggia di meteoriti causano una cecità di massa. Nel caos che segue, delle piante assassine chiamate “trifidi” prendono il controllo del Paese. I trifidi erano meravigliosamente spaventosi: avevano tre gambe, un pungiglione mortale e mangiavano le loro vittime. Nel libro non c’è nessun riferimento al calcio, ma i trifidi affamati sono attratti dai rumori, e uno stadio potrebbe essere il loro perfetto terreno di caccia.

Queste distopie possono essere interpretate come evidenze di una certa ansia nazionale, ma rivelano anche un compiaciuto senso di britannica indistruttibilità. Le classiche storie di solito avevano dei finali ottimisti, e questo può aiutare a spiegare perché gli incombenti prospetti di una distopia che si avvera – Brexit – stiano provocando così poca paura. Durante il referendum, i politici e i quotidiani che volevano Brexit promisero un nuovo Eldorado, ma è sempre più probabile che il Paese esca dall’Europa senza un accordo, il che porterebbe a un collasso dell’economia e a una quasi certa disgregazione del Regno Unito. Secondo degli studi commissionati dallo stesso governo, ci potrebbe essere caos sociale, carenza di cibo e medicinali, e anche l’instaurazione della legge marziale. Un piano prevede di portare la Regina in un luogo segreto in caso di rivolte alimentari a Londra. Panico e rabbia sarebbero reazioni sane, eppure la popolazione appena reagisce, come se le bugie su Brexit ci avessero accecato. Sembra impossibile credere, dopo decenni di governi razionali e pragmatici, che i nostri politici possano danneggiarci deliberatamente, ma se Theresa May segue meccanicamente la strada dell’autolesionismo annunciando di essere guidata da Dio, il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn, sembra sperare che Brexit possa creare le condizioni per una rivoluzione socialista. In questo caos, cosa succederà al calcio inglese? Nessuno ne ha la minima idea.

L’atteggiamento generale di Brexit si può riassumere in una frase detta lo scorso mese dall’allenatore del Cardiff City, Neil Warnock: «Al diavolo il resto del mondo!». Ma la Premier League, che fu creata nel 1992, è globalizzata e con gli occhi puntati all’estero. È diventata il miglior campionato del mondo attraendo i migliori giocatori e allenatori europei: Arsène Wenger, Jürgen Klopp, José Mourinho. Incarna la visione politica, un tempo dominante, di una “Open Britain”.

Perfino una versione soft di Brexit, ormai poco probabile, colpirebbe il modo in cui il campionato fa e attrae soldi, e sotto vari aspetti. Gli effetti più dannosi sarebbero però la capacità di attrarre i talenti non britannici. I giocatori migliori sarebbero ovviamente ancora i benvenuti nel Regno Unito (ma loro ci vorrebbero venire?), ma, con la fine della libera circolazione di persone, sarebbe molto più difficile ottenere dei permessi di lavoro. Uno studio ha calcolato che, dal 1992 a oggi, metà di tutti i giocatori che hanno giocato in Premier League non sarebbe risultata idonea in un’Inghilterra post-Brexit. E soltanto il 21 per cento dei giocatori dei primi sei club è di origine britannica: gente come Cesc Fàbregas, Riyahd Mahrez o N’Golo Kanté non avrebbe potuto essere “assunta” in Premier League, in uno scenario di Brexit. Non ci sono tifosi che muoiono di fame e gli stadi non sono devastati dai trifidi, ma è impossibile ignorare quanto Brexit sarà un disastro per il calcio inglese.

 

Immagini Getty Images
Dal numero 26 di Undici


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