Serie A

Marco van Basten era una farfalla

Un attaccante leggerissimo, quasi etereo, che abbiamo visto giocare troppo poco.

Il cigno di Ultrecht per me è sempre stato una farfalla. Cigno sta per eleganza; farfalla sta per eleganza, leggerezza, trasparenza. Io, più che altro, Marco van Basten l’ho visto volare. Non ricordo alcuna immagine delle sue scarpette che tocchino l’erba, si muoveva qualche centimetro sopra, come fanno le farfalle quando s’abbassano prima di appoggiarsi. van Basten mi fa pensare alla leggerezza, nulla in lui era greve, l’assenza di peso dirigeva i suoi movimenti. Ogni dribbling, ogni scatto, finta, attacco verso l’area di rigore, tiro di destro, di sinistro, da fermo, in acrobazia erano fatti in levità.

van Basten agiva mediante la più efficace delle inconsistenze, essendo fatto di un materiale diverso da quello col quale erano fatti gli altri calciatori; era trasparente. Era immateriale, o non si spiega come i difensori – anche i più forti della sua epoca – se lo perdessero, non lo scovassero, lo guardassero spuntare alle loro spalle sempre un attimo dopo, a quel punto la farfalla era già un battito d’ali avanti, a loro non restava che osservare stupefatti una schiena diretta verso la porta. Il destino dei terzini, degli stopper, dei liberi era quello di guardarlo andar via, come la fine di romantiche storie d’amore ripetute di settimana in settimana, ogni domenica, ogni mercoledì. Le movenze così lievi ed eleganti di van Basten fanno pensare a un ralenty perpetuo, in realtà tutto si compiva a velocità impressionante. Tra i calciatori che ho visto giocare, Marco van Basten, per bravura, viene subito dopo Diego Maradona. Chi è stato ragazzo negli anni in cui quei due hanno giocato nella nostra Serie A è stato un privilegiato. L’altra differenza tra i due fuoriclasse è che l’olandese lo abbiamo visto giocare troppo poco.

Devo a Marco van Basten due momenti di commozione piena, il primo di gioia (o forse di sollievo) e il secondo di dolore, entrambi risalgono al 1992, un anno particolarmente difficile per me e decisamente malinconico (stando bassi) per il mio Napoli. Tra il novembre del 1991 e l’ottobre del 1992 ho fatto il servizio militare a Cagliari. La leva la ricordo ancora come uno dei periodi più inutili che io abbia mai vissuto, pur essendo stata, in alcuni momenti, divertente. Stavo all’autoreparto di Cagliari, che si trovava in viale San Bartolomeo, non molto distante dal Poetto, ma soprattutto attaccato allo stadio Sant’Elia. La poca distanza dallo stadio e la passione per il calcio mi salvarono in alcune domeniche pomeriggio, che altrimenti sarebbero state sconfortanti. La domenica tutti i sardi tornavano a casa, comprese le studentesse universitarie; lo stadio era una delle poche possibilità di salvezza. Ricordo qualche settimana prima di Natale in cui ho visto una delle più brutte partite che si siano mai disputate, un Cagliari-Cremonese che finì 0 a 0. Qualcosa di terrificante che però, per un’ora e mezza, mi tenne fuori dalla divisa facendomi sentire come uno che avesse scelto cosa fare in giorni in cui non sceglievo nulla.

Il 2 febbraio del 1992 al Sant’Elia arriva il Milan di Gullit e van Basten, riesco a prendere in caserma uno dei biglietti omaggio riservati agli ufficiali e mi avvio verso lo stadio. Era una domenica più malinconica di altre, forse perché il Natale era passato da poco e ci sarebbe voluto parecchio tempo prima che potessi tornare a Napoli in licenza, e molti mesi prima che quell’assurdità finisse. Per un’ora e mezza non voglio far altro che vedere van Basten giocare. Il Milan vincerà 4 a 1 e la farfalla farà 3 gol, ma prima che questo accada c’è il Cagliari. Bisoli segna quello che sarà il gol più bello della partita, dopo un bellissimo triangolo con Matteoli. Il Cagliari gioca un buon primo tempo ma a me non interessa: dov’è Donadoni? Dov’è Gullit? Soprattutto, dove è finito Marco van Basten? Era semplicemente lì da qualche parte, pronto a comparire lo stretto necessario, i pochi minuti che passano dall’essere un buon giocatore a un giocatore decisivo. La farfalla batte le ali tre volte, sono tre lampi bianchi nel pomeriggio sardo, non sono gol particolarmente belli, ma quel pomeriggio la bellezza era già stata stabilita prima, col sottrarsi alla caserma e sedersi a pochi metri da uno dei calciatori più forti del mondo.

van Basten segna tre gol. Il primo lo realizza comparendo dal nulla e deviando di sponda un tiro calciato dal limite; il secondo con un destro al volo da fuori area, angolato e preciso; il terzo su calcio di rigore (che si era procurato qualche istante prima). Tutto in 18 minuti, per me i migliori di tutto quel febbraio. Se si osservano al rallentatore quei tre gol si nota come van Basten non tocchi mai terra, è sempre un paio di centimetri al di sopra dell’erba, è sorprendente ancora di più nella rincorsa per il calcio di rigore, il sinistro non tocca niente, il destro tocca solo il pallone. Qualcuno potrebbe sostenere che si tratti di illusione ottica, io che si tratta di meravigliosa illusione; che van Basten non tocchi terra è verosimile, questo dovrebbe bastarci. La radiolina mi disse che il Napoli aveva battuto la Cremonese 3 a 0, non potevo esultare, trovandomi tra tifosi del Cagliari, né per il Napoli, né per van Basten, ma ancora mi ricordo la commozione di quei momenti, come se tutta la malinconia di quelle giornate si fosse sciolta tra i piedi di Marco van Basten.

La sintesi della partita

Il secondo momento, quello doloroso, ci porta a novembre del 1992 al San Paolo. Il Milan quel giorno vincerà 5 a 1, van Basten segnerà quattro gol. Non fu la pesante sconfitta in sé a farmi provare dolore, quanto invece quella sconfitta lasciò intravedere per il Napoli, un brutto campionato e il preludio a stagioni particolarmente tristi e difficili. Non siamo mai pronti ad accettare le cose, soprattutto quando queste ci portano a rinunciare a qualcosa di bello. Il Napoli meraviglioso era già finito, il quarto posto del campionato precedente era l’ultima fiammella, ma ancora volevamo attaccarci a Zola, Fonseca, qualcuno si raccontava della forza di Massimo Mauro. Fatto sta che quel giorno il Napoli scese in campo zeppo di difensori, il numero 7 era Corradini, per dire. Il Napoli era finito, avevamo però bisogno di qualcuno che ce lo venisse a dire. Marco van Basten si prese la briga per quattro volte, il quinto gol del Milan lo segnò Eranio, l’unico del Napoli lo marcò Zola su punizione.

I difensori del Napoli quel giorno sembravano terrorizzati da van Basten, che spariva e ricompariva da tutte le parti, come se ci trovassimo in un videogioco, in cui una regia nascosta lo facesse materializzare all’improvviso, all’insaputa degli azzurri, lì dove stava andando il pallone. Fu un supplizio, ma anche la certezza di aver potuto raccontare quella partita in futuro: io c’ero quella volta che Marco van Basten segnò quattro gol a Fuorigrotta. Il primo gol la farfalla lo segna con un destro molto bello da fuori area, è il segnale, sarà un monologo del Milan. Il secondo gol nasce da una serie di errori dei difensori del Napoli, ultimati con un retropassaggio fuori misura di Corradini e da un’uscita da oratorio di Giovanni Galli, tra le due cose compare Marco van Basten e segna a porta vuota. Sugli spalti scuotiamo tutti la testa. Il terzo gol nasce ancora da una serie di indecisioni dei giocatori del Napoli mentre piazzano la barriera per un calcio di punizione. Il Milan non è indeciso per nulla, batte a sorpresa, la palla va ad Albertini che la mette a centro area, nel punto esatto in cui comparirà Marco van Basten che appoggia facilmente. Il quarto gol è un retropassaggio di Mauro, un vero e proprio assist che mette van Basten solo davanti al portiere. A quel punto molti spettatori avevano già abbandonato gli spalti, cosa che al San Paolo non si era quasi mai vista. Quel giorno me ne andai pieno di ammirazione per un calciatore straordinario e con una pena nel cuore. Il Napoli al tavolo delle squadre forti non si sarebbe seduto più per un sacco di tempo. Non potevo saperlo allora, ma non avrei più visto van Basten giocare dal vivo.

Quattro gol al San Paolo

Ci sono tre gol che rappresentano per me (ma credo per parecchi) l’essenza di quello che è stato Marco van Basten su un campo di calcio. Il primo è il destro al volo, secondo gol della finale degli Europei del 1988. Gol tra i più belli della storia del calcio, gol che ancora adesso ha dell’inspiegabile. Come ha fatto van Basten? Lo guardiamo cento, mille volte, ma ancora non riusciamo a comprendere tutto quello che è accaduto. La palla parte dal piede di Mühren, che tempo dopo dichiarerà di aver sbagliato la misura del passaggio, e a palombella, non tesissima, arriva dall’altra parte del campo, nel punto dell’area di rigore in cui si sta coordinando van Basten. Pausa. Se fermiamo l’immagine un secondo dopo la partenza del passaggio e poi la facciamo ripartire guardando soltanto come si muove van Basten strabuzziamo gli occhi, perché capiamo che ha già deciso, lui si coordina da prima, dagli spogliatoi, da casa. Si coordina perché ha deciso che è il suo momento, ecco perché Mühren “sbaglia” il cross, ecco perché il difensore che marca van Basten non ha più smesso di guardarsi intorno da quel giorno, ecco perché nel momento in cui la palla impatta il piede destro del fuoriclasse il gol è già segnato, perché così la farfalla ha stabilito.

Il secondo è il colpo di testa realizzato nella semifinale di Coppa Campioni del 1989, al Santiago Bernabeu, contro il Real Madrid. Anche qui dovremmo dimenticare per un istante l’ottimo cross di Mauro Tassotti e guardare soltanto quello che fa la farfalla. Mentre il terzino avanza, van Basten è ai 30 metri, un difensore del Real gli sta qualche passo avanti. L’olandese va al piccolo trotto e non perde di vista Tassotti, poi fa finta di allargarsi, indicando con la mano al compagno di crossare dall’altra parte dell’area. Poi parte come un fulmine e volando, letteralmente, in tuffo prende il tempo al difensore madrileno, a tutto lo stadio e ci mette davanti agli occhi il segreto di tutti i talenti: l’impossibile che diventa semplice, reale.

Il terzo gol è quello che van Basten segna nella semifinale di ritorno, quella dei cinque gol del Milan al Real. Quel gol mi piace particolarmente perché la leggerezza di cui abbiamo raccontato mi pare si realizzi  prendendo forma insieme a molte cose: intelligenza, senso della posizione, fluidità di movimenti, facilità di controllo di palla e rapidità di esecuzione. In questo gol succedono molte cose in pochi secondi. L’azione parte da dietro da Maldini, che appoggia a van Basten che viene incontro quasi a centrocampo e di prima passa a Donadoni; il numero 7 appoggia a Costacurta che è poco distante, da qui a Rijkaard che controlla ai trenta metri e si gira verso la porta. Nessuno del Milan è fermo. Rijkaard guarda in area e lancia in avanti, Gullit al limite salta più in alto di chiunque e appoggia a van Basten che è poco più in là. La farfalla plana sul pallone, e qui di nuovo non s’appoggia all’erba, e lo tocca due volte di destro, rendendo semplice un’altra cosa molto difficile, col primo tocco stoppa, col secondo sposta il pallone, per poi concludere di sinistro all’incrocio dei pali. Applausi.

Oggi sono esattamente 30 anni da questa serata

In questi tre gol c’è l’essenza di Marco van Basten, un calciatore che abbiamo ammirato sempre anche quando, da avversario, ci sommergeva di gol. Molto più farfalla che cigno, perché nell’essere minuscolo che è la farfalla ci stanno molte più cose e tutte hanno a che fare con il talento, qualcuna con la fragilità. Le farfalle finiscono il loro tempo molto presto ma quanta bellezza e grazia concedono in quella brevità. Breve e meraviglioso è stato il tempo di van Basten sui campi di calcio; indimenticabile – mi viene da pensare – come la più riuscita delle poesie.

per Milo De Angelis
Immagini Getty Images


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