Calcio Internazionale

Il nuovo Ajax è sbocciato da una guerra

Marc Overmars ha vinto le lotte interne e aggiornato la filosofia di Cruijff.

Ajax's Serbian forward Dusan Tadic (back) celebrates with his teammates after scoring during the UEFA Champions League football match between AEK Athens FC and AFC Ajax at the Athens Olympic stadium, in Athens, on November 27, 2018. (Photo by Aris Messinis / AFP) (Photo credit should read ARIS MESSINIS/AFP/Getty Images)

Un golpe. L’Ajax attuale è nato da un golpe, messo in atto da un Marc Overmars che, da navigato stratega, ha atteso il momento giusto per prendere il potere e diventare il boss nella stanza dei bottoni ajacide. Si è detto e scritto tanto, forse anche troppo, dell’Ajax in queste ultime settimane, ponendo al centro il tema del ritorno al passato, della ritrovata continuità con la tradizione storica del club, che fa capo a Cruijff. Il leitmotiv di queste analisi è il seguente: questo è l’Ajax voluto da Cruijff quando, nel 2010, si è aperto la strada per il suo ritorno in società attraverso la Fluwelen Revolutie, la rivoluzione di velluto. Non è esatto, o meglio, si tratta di una lettura parziale del fenomeno. Perché l’Ajax attuale non sarebbe esistito senza il colpo di mano di Overmars e le sue successive deviazioni dalla strada maestra indicata dall’indimenticato numero 14. Insomma, la filosofia cruijffiana rivista e – parzialmente – integrata dalla dottrina Overmars.

L’Ajax è un club particolarmente turbolento a livello dirigenziale, pieno di correnti e fazioni. Non a caso lo scontro Cruijff-van Gaal andato in scena qualche anno fa, per interposte persone, aveva assunto il nome di Ajax Wars. Ma, rispetto alle saghe cinematografiche, nella realtà di Amsterdam la divisione tra le parti è molto meno manichea. Non esistono il lato oscuro e il lato chiaro, piuttosto ci sono personaggi mossi da ambizioni e interessi propri. Più che Star Wars sembra di essere in un romanzo di Don Winslow.

L’operato dello stesso Overmars sarebbe perfetto per una rappresentazione favolistica, ovvero quella del dirigente illuminato capace di costruire con pochi soldi una squadra in grado di centrare in due anni una finale di Europa League e una semifinale di Champions. Non ci sarebbe nulla di errato, ma anche in questo caso si tratterebbe di una ricostruzione parziale, che non terrebbe conto delle molteplici sfaccettature della realtà. Ci sono (anche) cinismo, calcolo politico e una robusta dose di ambizione nell’operato di Overmars, non a caso recentemente autopromossosi Direttore degli Affari Sportivi dell’Ajax, con compiti non più legati al solo calciomercato ma estesi anche al vivaio, allo scouting e alla sezione femminile del club. Un uomo solo al comando. Quello che Cruijff non avrebbe mai permesso a nessuno di diventare.

Uno dei punti cardine della Rivoluzione di Cruijff era la costituzione di un cuore tecnico, ovvero un organo collegiale – in contrapposizione alla figura del direttore tecnico tanto amata da van Gaal – con il compito di dirigere e sovrintendere le varie componenti sportive alla base della costruzione di una rosa: vivaio, scouting, mercato, prima squadra. In origine i prescelti erano Wim Jonk e Dennis Bergkamp, con quest’ultimo che coinvolse Edwin van der Sar, Overmars (in qualità di responsabile dello scouting) e Frank de Boer (all’epoca allenatore dell’Ajax). Le trame tessute da Overmars, inizialmente apprezzatissimo da Cruijff per la completa convergenza di idee, hanno portato al litigio e alla brusca rottura tra i due, nel 2015. La scelta come allenatore di Peter Bosz, contraria ai principi cruijffiani in quanto si trattava di un allenatore alieno al mondo Ajax, è stato il primo passo del nuovo corso. Ma l’anno successivo si era tornati alla soluzione interna con Marcel Keizer, promosso dallo Jong Ajax, in nome di quell’alternanza di opinioni che è alla base di ogni principio democratico.

Keizer è durato non più di sei mesi, il tempo necessario a Overmars di portare van der Sar dalla sua parte e licenziare in un colpo solo lo stesso allenatore, Bergkamp e Hennie Spijkerman (anch’esso membro del comitato tecnico nonché ex allenatore delle giovanili dei Go Ahead Eagles, club in cui Overmars ha mosso i primi passi nel mondo del calcio), usando come pretesto l’uscita dalla squadra in Coppa d’Olanda contro il Twente. Un golpe che ha di fatto azzerato il cuore tecnico e accentrato tutto il potere nelle mani di Overmars, con Van der Sar spostato all’area marketing e pubbliche relazioni. E come allenatore è stato scelto Erik ten Hag, altro professionista senza alcun legame con il club di Amsterdam.

Overmars ha dichiarato di avere semplicemente accelerato un processo che sarebbe stato inevitabile se l’Ajax avesse voluto rimanere al passo con i tempi. Due le principali scelte anti-cruijffiane: l’abolizione del tetto dei salari e l’aumento della disponibilità di spesa per singolo giocatore. Inizialmente la richiesta di 11 milioni di euro del Twente per Ziyech fu respinta al mittente perché, secondo le linee guida, quella spesa avrebbe potuto essere sostituita da una pescata nel vivaio, da cui sarebbe saltato sicuramente fuori un trequartista/numero 10. Poi l’Ajax è stato eliminato dal preliminare di Champions contro il Rostov, così due settimane dopo Ziyech svolgeva il suo primo allenamento con il club di Amsterdam. Stesso discorso per David Neres: i dettami di Cruijff non avrebbero mai acconsentito al pagamento dei 12 milioni di euro richiesti dal San Paolo. La scelta di Overmars di aprire il portafogli è stata dunque fondamentale nella costruzione dell’attuale Ajax: oltre a Ziyech e Neres, sono state investite cifre importanti anche per Tadic e Blind (16 e 11 milioni secondo Transfermarkt), più altri 4 milioni per Tagliafico.

Ovviamente il concetto di “aprire il portafogli” va contestualizzato alle possibilità dell'Ajax, un club economicamente medio-piccolo, che ha portato il monte stipendi a 39 milioni di euro, una cifra lontanissima non solo dal top europeo, ma anche dal secondo livello: quello del Tottenham, per fare un esempio, si attesta sui 112 milioni; quello della Roma sui 109; quello del Porto sui 52. Overmars ha potuto imporre questa sterzata anche perché forte di una credibilità dirigenziale conquistata sul campo: nel periodo 2012-18 ha chiuso il bilancio con un attivo di 128.93 milioni di euro, e il valore di mercato della rosa è aumentato dai 102 milioni del 2012 ai 240 del 2018. Come tutti i direttori sportivi, ha fatto grandi acquisti e preso brutte cantonate, con le cifre però sempre a suo favore. La sua top 11 di acquisti di mercato (Onana; Sánchez, Moisander, Tagliafico; Ziyech, Bazoer, Poulsen, F. de Jong; Neres, Milik, Tadic) è stata costruita con poco più di 50 milioni. La sua flop 11 (Lamprou; Kristensen, Westermann, Van der Hoorn, Orejuela; S. de Jong, Zimling, Duarte; Cassierra, Zivkovic, Sanogo) è costata meno di 28 milioni.

Un'altra innovazione riguarda l'ampliamento dell'area scout, con particolare occhio al Sudamerica.. L’ingaggio come capo osservatore di Henk Veldmate dal Groningen, – dopo 33 anni di lavoro segnati dagli acquisti di Suárez, Tadic, Van Dijk, Matavz e Berg – si è rivelato produttivo, anche se l’Ajax non ha ancora pescato un nuovo Suárez. Ma l’esperienza di un giramondo come Veldmate, meno rigido e autoritario di Overmars soprattutto nelle trattative, ha rappresentato un fattore determinante. Così come fondamentale si è rivelata la strategia di mercato di Overmars in merito a quell’incremento di esperienza della squadra già teorizzato da Cruijff. Quando anni fa l’Ajax ingaggiò Christian Poulsen, Cruijff respinse le critiche dicendo che il danese non era stato acquistato per «diventare il miglior centrocampista del mondo, ma per aumentare lo spessore della squadra a livello internazionale». Solo che non ci è riuscito, e peggio ancora hanno fatto altri veterani come Zimling o Heitinga. Discorso opposto invece per gli acquisti di Tadic e Blind. Che hanno alimentato la quota di esperienza non come valore in sé, ma in maniera funzionale al progetto tattico della squadra.

Stesso discorso per gli acquisti costosi: i soldi venivano spesi anche anni fa (su tutti i 16.25 milioni per Miralem Sulejmani, tuttora il record di spesa nella storia del club), ma con una evidente minore progettualità. Un punto, quest’ultimo, che oggi chiama in causa anche ten Hag, personaggio molto simile a Overmars per un certo approccio dittatoriale, ma anche per una chiara idea di calcio. La sinergia instauratasi tra i due è evidente, eppure l’affermazione del tecnico ex Utrecht non era così scontata. In primo luogo, per un problema culturale: con il suo accento da olandese dell’est, Ten Hag non era ben visto tra i corridoi del cosmopolita Ajax. L’unica arma di ten Hag era il campo. Ha rischiato, come del resto ha fatto Overmars. E ha vinto.

La parte dell’Ajax rimasta più legata alla filosofia di Cruijff è il vivaio, la cui gestione non è stata minimamente toccata da Overmars. Sono cambiati gli uomini, non le metodologie. La Rivoluzione di Velluto aveva portato a capo del settore giovanile Wim Jonk e Ruben Jonkind, che integrarono e arricchirono il sistema-Ajax pescando collaboratori provenienti da altre discipline sportive: atletica leggera, rugby, judo, football americano. Un notevole lavoro teorico poi concretizzatosi sul campo. L’obiettivo primario era il potenziamento anche atletico dei giovani. «Donny van de Beek», ricorda Bergkamp, «già da ragazzino possedeva una tecnica da prima squadra. Il problema era il resto: correva malissimo, aveva resistenza ma poca forza nei muscoli. Venne fatto un lavoro accurato in palestra». Lo stesso discorso vale per Matthijs de Ligt e Frenkie de Jong, non a caso quest’ultimo ha recentemente ammesso che prima del suo ingresso nel vivaio dell'Alax giocava basandosi solamente sul proprio istinto, ignorando le indicazioni degli allenatori. Anche Nouassir Mazraoui, più volte vicino al taglio per una crescita tecnica non conforme alle aspettative, beneficiò di sedute personalizzate. Un metodo di lavoro nel quale è racchiuso tutto Cruijff: «Nel golf ci sono allenatori specializzati nel putting e altri nello swing. Nel calcio c’è un solo allenatore per 25 giocatori: assurdo».

Non vanno sottovalutati nemmeno i benefici derivanti dalla politica federale, che qualche stagione fa ha aperto la seconda divisione alle squadre Jong. Nel 2017 lo Jong Ajax di Keizer arrivò secondo, con Frenkie de Jong, De Ligt e Van de Beek tra i titolari; nel 2018 quello di Michael Reiziger finì primo (non potendo però salire in Eredivisie per ragioni regolamentari), con Mazraoui e Jurgen Ekkelenkamp tra i più presenti. Una formazione che disputa un torneo pro ma lo fa in un ambiente famigliare, senza le incertezze legate al prestito, senza l’ossessione del risultato. Nel frattempo sia Jonk che Jonkind sono stati cacciati, continuando la propria attività come consulenti per allenamenti individuali e personalizzati attraverso la società Cruijff Football. Perché nelle Ajax Wars era destino che ne rimanesse uno solo, e così è stato.

Immagini Getty Images


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