Serie A

Fabián Ruiz ci porta nel futuro

Eleganza, completezza e modernità del centrocampista del Napoli.

Fabián Ruiz in azione con la maglia del Napoli (Paul Ellis/AFP/Getty Images)

Cosa ricordiamo di un calciatore? Quando penseremo a lui, andando indietro con la memoria, quando avrà smesso di giocare, cosa ci verrà in mente? Dell’attaccante ricorderemo un gol, del difensore un’entrata in scivolata, del portiere un volo all’incrocio dei pali. Può darsi che sia così, diciamo pure che è molto probabile. Dei calciatori più amati ricorderemo qualcosa di più: una caratteristica, un’attitudine, il modo di correre, la grazia nel controllo di palla, l’avanzata palla al piede a testa alta, un movimento particolare che faceva soltanto lui e che non dimenticheremo mai più, un modo sempre lo stesso di saltare l’uomo, un modo che ha sempre funzionato.

Ricordo molte cose del pallone e quasi tutte hanno a che fare con l’eleganza. Ricordo la falcata di Marco Tardelli, che corresse con la palla o senza, sempre bella da vedere, ampia, decisa, sicura. Ricordo la facilità di corsa di Antonio Careca, l’accelerazione da proiettile che pareva (e doveva essere così) non costargli nessuna fatica. Ricordo l’uscita – palla al piede e petto in fuori – di Franco Baresi dall’area di rigore. Ricordo l’andatura a calzettoni abbassati di Cerezo, pareva sempre che stesse per inciampare e non accadeva mai. Ricordo che Marco van Basten non toccava mai terra, pareva volasse. Ricordo Zidane, le sue giravolte palla al piede, palla che sparisce, palla sotto la suola, mi pareva danzasse; una volta l’ho detto a un americano, guardavamo una partita di Euro 2000 in un Hotel dello Yucatan, mi domandò cosa mi piacesse di Zidane, nel mio inglese arruffato gli risposi: “Lui non corre, balla”. Ricordo la palla che non si stacca mai dal piede di Messi, la sua espressione serena mentre tutto questo accade. Ricordo la testa altissima di Andrea Pirlo, il controllo sublime, la sua sicurezza, il suo girare con tre o quattro avversari intorno come se niente fosse; poi era sempre l’attimo dopo con la palla che si staccava dal piede, con qualcuno, spuntato da chissà dove, che si trovava solo davanti al portiere. Ricordo il modo di correre, inarrestabile, di Gareth Bale.  Ne ricordo altri e ricordo prima il modo di stare in campo. Ricordo perfettamente Antognoni e Giannini, sempre eleganti. Ricordo Maradona quando lanciava la palla in avanti, metteva la lingua tra i denti, accelerava e andava a prenderla, prima lui, prima degli altri. Maradona sapeva tenere la palla incollata al piede e sapeva farne a meno, tanto poi ci arrivava.

Ho scoperto Fabián Ruiz grazie a Youtube e alla riproduzione causale. D’abitudine guardo gli highlights della Liga e della Premiere League, quel lunedì stavo guardando qualcosa del Barcellona o del Real Madrid, mi sono incuriosito perché a destra mi è comparso un’anteprima riguardante la partita Siviglia-Betis, ho aperto e ho visto qualcosa che non dimenticherò. Fabián realizza uno splendido gol, ma l’indimenticabile viene prima. Il centrocampista riceve palla sulla tre quarti destra di centrocampo, con una finta di corpo si libera dell’avversario che gli è di fronte, alza la testa e passa, chiedendo triangolo, al compagno piazzato ai venticinque metri, lato sinistro, triangolo che avviene. Pausa. Nel frattempo che la palla va avanti e indietro, Fabián si muove, rapidissimo, è alto, non te lo aspetti, va verso il vertice dell’area di rigore, dove la palla arriva; qui fa un’altra cosa stupenda, stoppa e salta un avversario con un solo tocco di esterno sinistro, finta numero due. A quel punto non ha più bisogno di controllare la palla, vede lo spazio, tiro di sinistro con l’effetto a uscire e palla che entra a fil di palo. Tutto stupendo, consiglio di guardare il replay dall’alto dell’azione.

Credo mi abbia colpito l’eleganza con cui quel calciatore, di cui facevo fatica a leggere il nome sulla maglia, avesse fatto tutto. Spostare il pallone muovendo il corpo, passare al compagno con un tocco accurato, muoversi veloce e leggero per farsi trovare più avanti, spostare il pallone di nuovo e poi calciare. Credo di aver intravisto la classe. Da quel giorno ho sempre guardato gli highlights del Betis, per scoprire cosa combinasse quel numero 6; immaginerete la mia felicità quando ho scoperto che il Napoli aveva comprato Fabián.

Il gol nel derby contro il Siviglia, dopo pochi secondi di gioco

Di che calciatore parliamo? Che tipo ci centrocampista ha comprato il Napoli? Chi abbiamo visto giocare quest’anno? Fabián è stato una sorpresa per molti, un po’ meno per me. Non conosco le statistiche ma mi è molto facile affermare che sia stato uno dei centrocampisti migliori del campionato. In mezzo al campo sa fare tutto. Ancelotti, che ha il merito di aver capito subito il calciatore, lo ha impiegato in tutti e quattro i  ruoli della mediana, il numero 8 del Napoli ha fatto benissimo dappertutto. Gioca sempre a testa alta, ha visione di gioco, ha una naturale forza fisica che gli consente di recuperare a volte il pallone dai piedi degli avversari, è mancino ma sa giocare anche col destro, ha corsa, è veloce di gambe e di testa. Vede gli inserimenti dei compagni, sa aspettarli. È sicuro di sé, a volte anche troppo. Il controllo di palla straordinario gli permette di temporeggiare e di non perdere il pallone anche se circondato da due o tre avversari. Sembra che stia per cadere, mai poi rimane in piedi e il pallone ce lo ha ancora lui. Il suo incedere palla al piede mi ricorda molto quello di Giannini, che però era forse più lento e meno efficace vicino all’area di rigore; un pochino mi ricorda anche l’avanzare sicuro di Redondo, ma lo spagnolo è più rapido dell’argentino. Fabián somiglia soprattutto al nuovo, al presente e al futuro, è un centrocampista completo e moderno. Ce ne siamo innamorati.

Quest’anno, tra le altre cose, gli abbiamo visto fare due gol molto belli. Il primo quasi a inizio stagione, contro l’Udinese, quando abbiamo scoperto che il ragazzo sapeva calciare anche di destro. Poco fuori dall’area di rigore della squadra friulana, Fabián strappa il pallone dai piedi di un difensore, con un solo movimento salta Behrami e calcia di destro, dai 18 metri, piazzando la palla sul palo lungo, impossibile arrivarci per il portiere. Il gol che io amo particolarmente è un altro. Quello segnato al Genoa, a Marassi, sotto il diluvio. Albiol dà la palla ad Allan che è spostato a destra fuori dall’area di rigore dei rossoblu. Fabián avanza centralmente verso l’area, chiama palla, non la riceve ma non si ferma, accompagna. Allan fa un mezzo giro e lancia verso Mertens che è in area di rigore, viene incontro, vede – sente – Fabián alle sue spalle, e, senza stoppare, appoggia all’indietro di tacco; è impressionante il modo in cui di colpo lo spagnolo acceleri, arrivi sul pallone prima di chiunque, si coordini e calci di sinistro a girare, tirando fuori – letteralmente – la palla da una pozzanghera. Eccezionale e bello.

La rete contro il Genoa

Infine è arrivata la doppietta. Due gol da attaccante vero realizzati contro l’Inter, nel posticipo della penultima di campionato. Il primo brilla per senso della posizione e fiuto. Dopo il  tiro di Milik respinto da Handanovic, Fabián si muove, quasi ondeggia tra il dischetto del rigore e l’area piccola, sente che l’azione non è finita, infatti la palla torna in gioco e arriva esattamente dove il centrocampista si fa trovare, come il Pippo Inzaghi dei tempi d’oro. Il secondo è di potenza, Mertens lo serve sulla corsa, il numero otto corre verso la porta, spostato sul lato sinistro dell’area, alza la testa, guarda il portiere e tira molto forte sul primo palo. La doppietta ci dice qualcosa in più su Fabián, che è in grado di fare almeno una decina di gol a stagione.

Due versi bellissimi di Sandro Penna, oggi, mi aiutano a mettere il punto a una storia bellissima e finita, quella di Hamsik al Napoli, e di cominciarne una nuova, quella di Fabián. I due versi sono questi: «Non c’è più quella grazia fulminante / ma il soffio di qualcosa che verrà». Guardare solo un attimo al passato, giusto un frammento di malinconia, e poi subito buttarsi nel futuro. E il futuro è già qui, è il soffio di Fabián, la sua classe, che vedremo a lungo disegnare i campi da gioco d’Europa. Bisogna avere il coraggio di dire per tempo chi sono i fuoriclasse, bisogna rischiare, qui rischio e lo dico: Fabián Ruiz, numero 8 del Napoli, è un fuoriclasse.


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