Gigi Riva è un mito che si è conservato uomo

Compie oggi 75 anni un simbolo del Cagliari e del calcio italiano.
di Nicola Muscas 07 Novembre 2019 alle 15:44

Nasci, cresci, mostri al mondo il tuo genio ribelle, crepi. Magari a 27 anni e con una bella J nel cognome, consegnandoti alla storia sempre giovane, sempre bello, sempre all’apice del successo. Nemmeno il tempo di scrivere una brutta canzone, o di sbagliare un campionato. Rimani lì, nell’Olimpo, a farti rimpiangere dalle generazioni che verranno. Facile fare il mito a queste condizioni.

Ma Gigi no. Lui ha sperimentato i dolori della ruggine, è stato esposto alle intemperie che logorano, alle miserie che la vita ci mette davanti, a quella prova assurda che è invecchiare giorno dopo giorno, lontano dal clamore delle folle.

E ha vinto, perché il mito di Gigi Riva ancora resiste, in Sardegna e nel mondo, senza ammaccature. A cinquant’anni da quel grande poema epico che è stato lo scudetto del Cagliari, resiste intatto il suo fascino, rimane immutata la sua grandezza. È per questo che il 7 novembre di ogni anno è come il giorno di Natale, per chi è tifoso del Cagliari. Un Natale un po’ speciale questa volta, il numero 75.

Ma a guardarla con attenzione, la parabola di Gigi Riva, si continua sempre a imparare qualcosa. Anche adesso che esce poco e vederlo per strada è diventato raro e prezioso. Ci insegna come sempre, alla sua maniera – e cioè senza avere nessuna velleità di insegnare qualcosa a qualcuno –, a convivere con le nostre debolezze, a pesare le parole, a schivare i riflettori in un mondo che vive di immagini riflesse  nello schermo di uno smartphone.

Con il Cagliari, l’unica squadra della sua carriera a parte la stagione d’esordio al Legnano, Riva ha giocato 377 partite, con 208 gol segnati, dal 1963 al 1977 (Carlo Baroncini/AFP via Getty Images)

«Mi piace guardarmi la partita in santa pace», dice all’Unione Sarda, «la partita del Cagliari. Ma mai in diretta, me la rivedo dopo, con calma. Il mio pacchetto di sigarette a fianco e via. Non posso seguire le partite in diretta, mi emoziono troppo anche alla tv, non se ne parla». Dice invece suo figlio Nicola, intervistato da Centotrentuno: «Chi non lo ha mai conosciuto fuori dal campo è normale abbia negli occhi il mito. Se dovessi parlare dell’uomo, io lo ringrazierei per avermi insegnato l’onestà e la purezza d’animo».

È questa, forse, la cosa più importante che ci insegna oggi Gigi Riva: il mito, la divinità, esistono e resistono solo se alle spalle esiste l’uomo, con il suo pesante bagaglio di imperfezioni, fragilità, contraddizioni. E allora tanti auguri – dalle colonne di questa rivista che si chiama Undici, come te – tanti auguri Gigi Riva, un mito che si è conservato uomo.

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