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Il ferroviere e il golden gol è un romanzo sul calcio e sui sogni

Carlo D'Amicis racconta una storia di passione, anzi di ossessione per il gioco.

Una cosa che capita con i romanzi, con i buoni romanzi – e Il ferroviere e il golden gol di Carlo D’Amicis (66thand2nd, 2019) lo è –, è che questi ti riportino indietro con la memoria ma anche con un pezzetto di cuore (azzardiamo la parola “cuore”, ma lo facciamo a ragion veduta), a un passato, in questo caso a quello in cui eri ragazzo e ogni tanto si incontrava qualcuno che ti raccontava due cose minime, ma su quelle con l’inventiva del ventenne ci costruivi una storia.

Si chiamava Bruno, lo incrociammo in un campeggio che stava fuori Santa Maria di Leuca, guidava un piccolo furgone che portava noi ragazzi dal villaggio alla spiaggia e ritorno. Fu una estate piovosa e con Bruno facemmo lunghe partite a tressette con il morto. Lo chiamavamo Bruno Furgone, Bruno Tressette, Bruno de Roma, e così via. Ci raccontò che d’inverno faceva l’osservatore per la Lazio, girava per i campetti di provincia, lì in Puglia, e visionava ragazzini che avrebbero potuto diventare calciatori.

Nel 1973 un’automotrice Fse impiegava due ore e diciassette minuti per congiungere Taranto e Bari. Dal momento che oggi l’Intercity 773 ne impiega poco più della metà capisco come deve sentirsi Albertini in confronto a Rivera Bruno, lo immaginavamo comparire in mezzo all’erba di un campetto di chissà quale periferia, con un taccuino in mano, a prendere nomi, a scrivere questo ha un buon dribbling, bel colpo di testa, questo meglio di no, troppo irruento e così via. Bruno che però d’estate guidava il furgone di un camping, e allora era vero che faceva l’osservatore oppure no? Girava per il Salento con lo stesso furgone del camping? Aveva intuito la nostra passione per il calcio e ci aveva raccontato solo la storia che volevamo ascoltare? Non lo so, ma Bruno fu un idolo per un paio di settimane e per qualche inverno me lo sono immaginato a Maglie, a Manduria, a Galatina, a scegliere lo stopper per la Lazio del futuro e poi, in un lampo, gli stopper non sono mai più stati di moda. Bruno sempre solo, l’osservatore è un lavoro solitario, pioggia e sole, l’osservatore sta lì, senza ombrello, con poche speranze nelle tasche, osserva. Bruno è ritornato di colpo, e chissà dove è stato, quando ho cominciato a leggere la storia del ferroviere di Carlo D’Amicis.

Il ferroviere un nome non ce l’ha, anzi sì, il suo nome è il suo mestiere, si chiama Il ferroviere; mestiere che poi non fa più perché è stato posto in cassa integrazione. Ha la passione per il calcio, anzi il calcio è la sua ossessione. Il calcio per lui è quello che accade quotidianamente, nel senso che a ogni fatto corrisponde una metafora calcistica, una similitudine tra una giornata di pioggia e un’ala destra, un retropensiero pronto a far calare Zico e Gentile nel cuore del Salento, dove accade poco e al ferroviere accade ancora meno. La sua vita scorre come se fosse ancora seduto alla scrivania di una piccola stazione, ad accumulare moduli che non compila, a guardare il binario vuoto, proprio davanti agli occhi, nel niente che sopravviene tra un regionale e l’altro.

[…] quando arriva il momento di andare sul dischetto per il rigore decisivo, qualunque calciatore capisce bene qual è la differenza tra un sogno e un desiderio. […] Nessuno desidera tirarlo, un penalty all’ultimo minuto. Ma chi è che non sogna di realizzarlo? Il romanzo di Carlo D’Amicis uscì per la prima volta una ventina d’anni, ritorna più attuale e struggente che mai, perché ci sono cose nel cuore degli uomini che non spariscono mai e sempre ricompaiono. Il sentirsi inutili, l’essere soli, agitarsi nel mondo con passo malinconico, non azzeccare mai il dribbling giusto, non riuscire mai a mettere il tuo compagno di squadra solo davanti al portiere. La vita è quel posto che ti permette di pensare come se fossi Roberto Mancini ma ti consente di agire solo con i piedi di Luciano Sola, un disastro. Nel cuore del ferroviere c’è tutto questo, più il senso di colpa nei confronti del fratello Leone, costretto in sedia a rotelle, ma vincente, deciso, forte, calcolatore, diventato ricco vendendo mobili in televisione. Leone che sa come manipolarlo, prendersene cura per finta ma in fondo riducendolo a minima cosa, offrendogli un lavoro nelle televendite che è solo un altro modo per ricordargli l’inferiorità e per controllarlo. Nel cuore del ferroviere c’è l’amore per sua cognata Lisa, cui affiderebbe tutto e tutto – in fondo – affida. Tutto perde. Nel cuore del ferroviere, soprattutto, c’è il pallone.

Manuel Rui Costa in azione durante un match di Champions League tra Arsenal e Fiorentina. Il portoghese ha giocato dal 1994 al 2001 con la squadra viola, poi è passato al Milan (Mark Thompson /Allsport)

Il ferroviere, così come ci aveva raccontato Bruno in un’estate di quasi 30 anni fa, dopo essere diventato parzialmente disoccupato, comincia a girare per i campetti sperduti della Puglia, cercando i talenti tra i ragazzini che giocano a pallone senza sapere la storia del calcio, col fiuto del gol ma che ignorano che esista un Gigi Riva, con la visione di gioco senza conoscere Rivera, col dribbling di Garrincha senza averlo mai sentito nominare. Che giocano a pallone ma, in fondo, quella porta e il suo portiere da battere sono loro indifferenti. Il ferroviere si crea un’illusione – che non è poi troppo diversa da quella che ci creiamo da tifosi ogni volta che speriamo che un centravanti mediocre abbia un guizzo fa fuoriclasse –  e dentro quell’invenzione fantastica, degna di Sandro Mazzola, ne costruisce un’altra di trovare il talento e segnalarlo alla dirigenza della Juventus, sceglie i calciatori, promette, illude loro e le loro famiglie, fa firmare contratti sui tovaglioli. Si salva per un po’, trova uno spazio dentro il quale far crescere il proprio sogno e condividerlo con dei ragazzi, e il sogno è talmente vivido da diventare reale o, come accade nella grande letteratura, essere talmente verosimile da trasformare la bugia di un ferroviere nella fantasia creativa di un osservatore.

In Puglia coltiviamo tradizioni sedentarie, e niente mi affatica più di tutto questo andirivieni. Mi capiranno Rui Costa e tutti i centrocampisti abituati a giocare palla a terra, dandosela sui piedi, ogni volta che i rinvii della difesa si ostineranno a scavalcarli, mettendo di fatto la partita sulla corsa Arriverà un giorno in cui in un campo sperduto vicino al mare Del Piero scarterà tutti quei ragazzini e poi non segnerà, Lippi masticherà amaro in panchina, il ferroviere starà in un momento felice che valicherà il suo spazio limitato e con lui i suoi ragazzi, come Leonardo Lapelosa, talentuosissima ala destra che non scostava mai i piedi dalla linea laterale, riusciva a fare ogni magia rimanendo sulla fascia, una particolare fobia gli impediva di muoversi verso il centro del campo, peggio ancora verso l’area di rigore. D’Amicis riesce a condensare  in un romanzo breve malinconia e solitudine, amore e passione, voglia di scappare e paura di muoversi, avere l’idea e il non sapere come realizzarla, arrivare solo davanti al portiere e in quel momento ricordarsi di un amore perduto e non tirare, o desiderare di essere lanciato verso la porta e giocare con centrocampisti che a te, proprio a te, non la passeranno mai. Il calcio a volte somiglia alla vita, un calciatore qualche volta lo scopre, il ferroviere ne è certo, lo scrittore lo sa da sempre.

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