Il Fair Play Finanziario è morto?

Il caso del Manchester City ha evidenziato le fragilità dei regolamenti Uefa.
di Redazione Undici 19 Novembre 2019 alle 13:35

Oltre a quello nel titolo, potremmo proporre un quesito più sfumato: il Fair Play Finanziario funziona davvero? Per risolvere questi interrogativi è necessario individuare un campo, o meglio una prospettiva da cui guardare l’andamento delle cose. Dall’introduzione delle prime misure restrittive varate dalla Uefa per regolamentare il rapporto tra entrate e uscite dei club (2010, con impatto reale a partire dal 2012), i conti dei club sono migliorati molto: secondo i dati riportati da Calcio&Finanza, nel 2008 il 47% delle società europee riportava perdite, in molti casi rilevanti, cioè superiori al 20% del reddito, al punto che le 718 società di prima divisione del calcio europeo generavano circa 1,7 miliardi di euro di disavanzo negativo. Nel 2017, il risultato aggregato di questi stessi club europei è diventato positivo, con i profitti che si sono attestati intorno ai 600 milioni di euro.

Secondo questo aspetto particolare, dunque, non è eccessivo pensare e scrivere che il Fair Play Finanziario abbia portato dei grossi benefici economici al sistema calcistico europeo. Allo stesso tempo, però, sono emerse delle criticità rispetto ad altre situazioni che dovrebbero essere regolate dal FFP, o che almeno avrebbero dovuto essere regolate in maniera più severa, cioè con meno possibilità di elaborare scappatoie. Come spiega The Athletic in un articolo sul caso di Manchester City e Psg, «il Fair Play Finanziario è morto, e la Uefa deve rendersene conto». Queste parole così drastiche derivano dal fatto che il club inglese – esattamente come quello francese due anni fa – è stato soggetto a indagine per presunte violazioni dei parametri finanziari imposti dall’Uefa, e probabilmente sarà assolto, cioè non sarà escluso dalle prossime edizioni di Champions League. Le stesse società erano state multate nel 2014 per 60 milioni di euro, in più erano state punite con il ridimensionamento delle rose per le competizioni europee della stagione successiva.

La mano pesante dell’Uefa non si è spinta oltre questo punto, anche perché nel frattempo i parametri per operare sul mercato sono stati ulteriormente diluiti. Anzi, proprio il Manchester City ha espresso nuovi “metodi creativi” per aggirare le regolamentazioni imposte dall’Uefa: The Athletic racconta dell’inchiesta del giornale tedesco Der Spiegel sul club inglese, che «starebbe riducendo artificialmente i costi di gestione attraverso finanziamenti che vanno contro le regole». Alla fine, come detto in apertura, la confederazione europea non dovrebbe condannare il Manchester City per queste presunte violazioni, così come è stato fatto per il Psg, che in una sola sessione di mercato, nell’estate del 2018, ha completato i due trasferimenti più costosi della storia del calcio – Neymar e Mbappé. In quel caso, il club francese ha sostenuto l’investimento utilizzando un’altra istituzione al limite del regolamento, il prestito con diritto di riscatto, per portare Mbappé nella capitale dal Monaco senza incappare nelle restrizioni del FFP. Ci sono state delle grandi polemiche rispetto alla scarsa possibilità di incidenza dell’Uefa su un certo tipo di operazioni, ma alla fine anche il Psg non ha subito gravi ripercussioni – al punto che il Tas di Losanna, a marzo 2019, ha annullato il riesame del contenzioso tra il club parigino e l’Uefa.

Da qui parte il requiem di The Athletic sul Fair Play Finanziario inteso come strumento per restituire equilibrio competitivo al calcio europeo. Se esistono delle meccaniche legali e legalizzate che permettono a certe società di superare certi limiti di spesa, o di aumentare il fatturato strutturale, come può essere colmato il gap con gli altri competitor di altri campionati? L’articolo cita il caso della Juventus, che ha visto crescere i ricavi commerciali dopo che Jeep ha aumentato il valore della sponsorizzazione, un accordo stipulato in maniera assolutamente legittima, quindi non sanzionabile nell’ambito del FFP. E poi il Manchester City, ancora: il club inglese, attraverso la società controllante City Football Group, ha investito sull’acquisto di club in tutto il mondo (Melbourne City in Australia, New York City in Mls, Sichuan Jiuniu in Cina) e sulla costruzione di infrastrutture, ovvero costi che non incidono nelle valutazioni del FFP. I ricavi derivanti, però, contano per sistemare il bilancio. Insomma, è una riedizione in chiave moderna del vecchio detto “fatta la legge, trovato l’inganno”. Anzi, in questo caso si tratta di diversi inganni, tra l’altro perfettamente regolari, per aggirare dei parametri che promettevano di essere molto più stringenti.

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