Serie A

Come Romelu Lukaku si è impadronito della Serie A

L'attaccante belga si è imposto prima di quanto credessimo.

Il primo gol contro il Napoli, quella progressione devastante di sessanta metri conclusa con il sinistro sul palo e poi in rete, è il gol che definisce Lukaku per le sue qualità più evidenti e immediate, quelle che si notano subito. Dall’inizio della carriera, al belga vengono riconosciute due doti in particolare: la capacità di attaccare in campo aperto e la familiarità con il gol. Il suo gioco, però, per quanto lineare, non è necessariamente così basico. O quantomeno non si limita a questi due aspetti.

Il calcio di Romelu Lukaku ha delle sfumature – in termini di letture, di come intende il suo ruolo di centravanti dinamico e il suo modo di stare in campo – che lo hanno reso in poche settimane un elemento fondamentale nel sistema dell’Inter. E anche uno dei migliori giocatori, se non il migliore in assoluto – in termini di impatto sulla squadra e sul campionato –, nella prima metà di questa sua prima annata in Italia.

Lukaku sta segnando con continuità dall’inizio della stagione. Lo ha sempre fatto, in realtà. E continua a farlo all’Inter, dove ha trovato un contesto ideale per sfruttare al massimo il suo potenziale. È un discorso che ha diversi livelli di analisi. C’entra l’intesa sviluppata fin dall’inizio con Lautaro Martínez, con cui ha costruito un tandem d’attacco da 30 gol (su 49 di squadra, oltre il 60% del totale): quattordici in Serie più due in Champions per il belga; nove più cinque per l’argentino. I due si muovono con gli automatismi riconosciuti e riconoscibili di una squadra allenata da Antonio Conte: scambiano la posizione, si alternano nell’allungare e accorciare la squadra, dialogano con il pallone quando arrivano al limite dell’area avversaria. Anche nel già citato primo gol al Napoli si vede Lautaro tagliare il campo in diagonale per aprirgli due strade – il passaggio in profondità o proseguire la corsa. Sceglierà la prima, e avrà ragione lui.

Di Lorenzo scivola e apre il campo, ok, ma tutto quello che c'è dopo va comunque fatto, e portato a termine

Non c’è solo l’intesa con il partner d’attacco, che è quasi sempre lo stesso, visto lo scarso utilizzo di Politano e i problemi fisici di Alexis Sánchez. Il gioco di Lukaku si inserisce perfettamente nel sistema offensivo di tutta la squadra. C’è un movimento che il belga ripete più volte all’interno della sua partita, un movimento che fa parte del suo bagaglio tecnico praticamente da sempre: Lukaku ama prendere campo, abbassarsi o allargarsi (preferibilmente a destra), favorendo l’inserimento dei centrocampisti – Sensi, Barella, Vecino – o dei laterali, soprattutto Candreva.

È un movimento che ha interiorizzato e inserito nel suo portfolio: si incolla al centrale, lo porta lontano dalla sua zona abituale, apre spazi per i compagni. Quest’anno, in questo dettaglio, è favorito anche dal sistema di gioco. Nel 3-5-2 di Conte capita molto spesso che si crei un uomo-su-uomo tra le due punte nerazzurre e i centrali, che una volta costretti a uscire lasciano spazi enormi se non c’è una contromisura – tattica, di squadra, già calcolata – della formazione avversaria.

Se Lukaku si allarga, tendenzialmente succede qualcosa di importante

Quando si defila, però, Lukaku non gioca solo per i compagni. In realtà quel movimento sembra nascere da un’esigenza personale, è quasi un’opzione egoista. Serve per creare la sua comfort zone, per mettersi nelle condizioni che preferisce. E in questo – altro livello di analisi per capire l’eccezionalità della stagione dell’attaccante – Lukaku si è trovato perfettamente a suo agio con il suo nuovo allenatore, che lo conosce e lo segue da tempo, e sa perfettamente come valorizzare una punta con le sue caratteristiche. Lo scorso luglio l’Independent ha pubblicato un articolo in cui racconta che nel 2017, ai tempi del Chelsea, Conte avrebbe criticato l’utilizzo che faceva Mourinho dell’attaccante belga allo United, parlando con i suoi collaboratori di come Mourinho stesse usando male Lukaku al Manchester United. Lo faceva giocare spalle alla porta, mentre lui lo immaginava in un ruolo più mobile, per consentigli le sue corse palla al piede «potenzialmente devastanti».

Conte aveva già individuato la qualità più esaltante di Lukaku. Il belga un fisico non comparabile con nessuno dei giocatori del suo livello, per stazza e passo sul lungo. Ed è lontano dallo standard del nuovo attaccante moderno – quello che sta brillando soprattutto in Premier – fatto di punte snelle, filiformi e agili che scattano come fulmini in pochissimi passi. Nella sua corsa, Lukaku non è funambolico, non ha un ritmo sincopato che manda fuori tempo il marcatore. Anzi è molto lineare, e semplicemente inarrestabile quando prende velocità (velocità di punta che può arrivare a 36 km/h, dato misurato ai tempi del Manchester). Lo abbiamo già visto in tantissime altre occasioni negli ultimi mesi, non solo nel gol al Napoli.

Prima di continuare la lettura, un paio di azioni di Lukaku in versione Prova a prendermi

Quando può aumentare i giri del motore in campo aperto sembra quasi soprannaturale: non sembra possibile che un giocatore di quella corporatura possa avere nella corsa il suo punto di forza. Invece è esattamente così. Lo si intuisce anche guardando una compilation dei suoi gol, che poi sono le azioni in cui viene attivato nel modo più efficace. Sono quasi sempre azioni in cui Lukaku riceve fronte alla porta, possibilmente con tanto campo davanti da attaccare. Anzi, al contrario, l’ultima volta che in Serie A ha segnato un gol ricevendo spalle alla porta, con un uomo addosso, era ottobre, contro il Sassuolo: è la dimostrazione che Lukaku non usa il suo corpo come perno per appoggiarsi, e quindi anche come appoggio per i compagni. Ma preferisce guadagnare velocità e usare il fisico per proteggere il pallone in corsa.

In alcuni di questi movimenti è un attaccante moderno, composito, nel senso che unisce caratteristiche  che nel calcio di qualche anno fa sarebbero state proprie di due o tre giocatori (quindi ruoli) differenti. Il gol contro il Brescia, in cui rientra da destra dopo aver ricevuto con i piedi sulla linea, è un gol da ala pura. È forse il suo gol più bello quest’anno, stilisticamente parlando. E non ha niente del tipico gol che farebbe un centravanti classico.

Qui è quando l’ala destra dell'Inter supera il metro e novanta e ha il numero 9 sulla schiena

Poi ci sarebbe anche una eccellente capacità realizzativa, che dovrebbe valere il titolo (almeno temporaneo) di capocannoniere se non fosse per i numeri senza senso di Immobile. Non è solo la retorica del fiuto del gol e dell’istinto in area. È soprattutto la tecnica nel tiro che gli garantisce una precisione di altissimo livello: in campionato calcia nello specchio il 54.5% delle sue conclusioni, 1.8 ogni 90 minuti su poco più di tre tentativi. In questo senso è un attaccante molto “economico”: non ha bisogno di una produzione sconfinata per essere efficace. Il suo fit perfetto nel sistema disegnato da Conte nasconde, in qualche modo, i suoi difetti, che comunque ci sono. E sono già venuti fuori anche in questa stagione eccezionale. Nel gioco a due con Lautaro, o nel fare da rifinitore per i centrocampisti che si inseriscono, Lukaku dimostra ancora una sensibilità di tocco ancora non d’élite. E sono situazioni tattiche che si ripetono nello schema di movimenti dell’Inter. È una carenza tecnica, non di lettura e di tempismo.

Dove invece dimostra di poter ancora migliorare in termini di comprensione del gioco è nel lavoro a metà campo. Lukaku pensa quasi sempre in verticale, specialmente quando avrebbe tanto campo da attaccare – uno scenario che capita di frequente in un Inter che si appoggia alle punte anche per uscire dal palleggio basso che attira il pressing avversario, una peculiarità delle squadre di Conte. Nel gioco di sponda, quando si posiziona spalle alla porta avversaria e prova ad attivare i compagni, sa usare il fisico molto più di quanto non si dica. Ma non dimostra la sublime capacità di trovare sempre l’appoggio più semplice e allo stesso tempo utile al momento di far uscire la squadra dal pressing.

Grazie ai 14 gol realizzati, Lukaku è diventato il miglior marcatore dell'Inter dopo 18 presenze dal 1994 a oggi: il record precedente apparteneva a Christian Vieri, approdato in nerazzurro nel 1999 (Chris Ricco/Getty Images)

Come si è visto in questa prima metà di stagione all’Inter, però, non sono queste spigolosità ancora da smussare a limitare Lukaku. I numeri, individuali e di squadra, e il primo posto in classifica confermano la sensazione che il belga sia diventato in poco tempo uno dei giocatori più decisivi della Serie A. Piuttosto, una squadra con l’ambizione dell’Inter – che evidentemente sta disegnando una curva di crescita molto verticale – ha bisogno che il suo riferimento offensivo sia decisivo anche, se non soprattutto, nelle partite più importanti e nei momenti difficili, dove invece troppo spesso ha deluso: si è visto soprattutto in Champions, quest’anno, dove Lukaku, come tutta la squadra, non è stato all’altezza di quanto sta costruendo in campionato.

Ma comunque, in questo momento, al netto della vena realizzativa di Immobile e dell’ineluttabilità (in questo caso è il termine giusto) di Cristiano Ronaldo, Lukaku è il miglior attaccante della Serie A. Per l’impatto che ha avuto e continua ad avere sull’Inter, che è la squadra migliorata di più rispetto alla scorsa stagione ed è forse quella che più di tutte riesce a massimizzare le qualità del suo undici titolare. A partire proprio dal suo numero nove.

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