Società

Breve storia dello sport e degli atleti transessuali

Mara Gómez sarà la prima calciatrice MtF a giocare nel campionato argentino.

Mara Gómez ha 22 anni, i capelli lunghi fino alle spalle ed è nata in Argentina. Ama giocare a pallone e fa l’attaccante. Ha imparato a calciare le punizioni sui campi sterrati ai confini del mondo, circondata da compagni maschi, enormi mandrie di pecore e pastori. Fin qui però nulla di strano. Se non fosse che il suo nome è destinato ad entrare nella storia del calcio mondiale. Mara è transessuale, e sarà la prima giocatrice transgender a firmare un contratto per una squadra femminile iscritta nella Prima Divisione del campionato argentino.

Da questa stagione militerà infatti nelle file del Villa San Carlos, società della città di Berisso, centro di quasi novantamila anime, a nord dalla città di La Plata, nella provincia di Buenos Aires. Fino a ieri giocava nel Malvinas (le Falklands, per intenderci), arcipelago sperduto nell’Atlantico del sud, disputando soltanto tornei regionali. Pochi giorni fa, il salto nel calcio che conta. E nelle pagine dei giornali, nei servizi dei tg e nei rotocalchi televisivi di tutto il pianeta.

Il tema del “genere” degli atleti è uno dei più caldi nello sport di oggi. Da una parte ci sono quelli che credono che per caratteristiche fisiche una transessuale sia avvantaggiata rispetto alle sue colleghe. Dall’altra quelli che vedono nella loro presenza un passo in avanti in tema di discriminazione. Ma come riuscire a far convivere il diritto di tutti a partecipare a una competizione sportiva senza ledere i diritti di un’atleta garantendo una competizione equa? Si deve fare in modo che tutti gareggino ad armi pari o lo sport si deve conformare ai valori della nostra società? La diatriba è complessa.

Mara non è la prima e non sarà certo l’ultima. L’albo d’oro dello sport è stracolmo di casi come il suo. Quello più noto ha coinvolto la bicampionessa olimpica sudafricana Caster Semenya, finita nelle prime pagine di tutti i giornali dopo aver letteralmente distrutto le avversarie nella finale degli 800 metri dei Mondiali di atletica di Berlino. Una superiorità così schiacciante da spingere alcuni ad “accusarla” di essere un uomo. Ne è nata una querelle combattuta a colpi di test del dna, squalifiche, ricorsi, riammissioni (grazie a cui riuscì a vincere l’oro alle Olimpiadi di Londra). I risultati delle analisi chiarirono che la Semenya non era un uomo, ma una donna con iperandrogenismo, condizione che determina un’eccessiva produzione di ormoni sessuali maschili (come il testosterone).

A dare una spallata consistente a chi è favorevole all’ingresso dei transgender nello sport è stata tempo fa Martina Navratilova. «Non basta definirsi donna per competere con le donne», ha affermato  l’ex tennista. «Devono esserci dei criteri, se hai un pene non puoi competere con le donne. La via scelta dalla maggior parte delle Federazioni sportive non risolve il problema. Così è una vera e propria truffa che ha consentito a centinaia di atleti che hanno cambiato genere di vincere quello che non avrebbero mai potuto ottenere in campo maschile, specialmente negli sport in cui è richiesta potenza». Martina ha parlato esplicitamente di imbroglio. Eppure, negli anni ‘70, nel team della tennista di origine cecoslovacca c’era una certa René Richards. Le faceva da motivatrice. Ex chirurgo-oculista con la passione per il tennis, René si chiamava in realtà Richard. Fece il marine, si sposò, ebbe un figlio. Poi decise di operarsi e di diventare donna. La Usta le negò il permesso di giocare agli Ua Open, ma una sentenza della Corte Suprema di New York nel 1977 le accordò la partecipazione. Quell’anno disputò la finale di doppio a Flushing Meadow in coppia con la connazionale Betty-Ann Grubb. In carriera conquistò due finali nel singolare e tre nel doppio, arrivando fino al 20esimo posto del ranking. Poi appese la racchetta al chiodo ed entrò a far parte dell’entourage della Navratilova.

Da qualche mese, Caster Semenya ha iniziato anche la sua carriera calcistica: a settembre 2019 è stata ingaggiata dal JVW F.C., una squadra con sede a Bedfordview, un sobborgo di Johannesburg (Mark Kolbe/Getty Images)

Quarant’anni prima era stata Dora Ratjen a scatenare le polemiche. Ai più il nome di Dora potrà dire poco o niente, eppure nel 1936 arrivò a un passo dal bronzo nel salto in alto alle Olimpiadi di Berlino davanti ad Adolf Hitler. Due anni più tardi stabilì il record del mondo agli Europei di Vienna. Peccato che proprio durante il viaggio di ritorno in Germania, qualcuno notò che Dora aveva la barba. Si scoprì allora che la donna in realtà si chiamava Heinrich Ratjen e che era un uomo. Fu arrestato per frode, in Germania a quell’epoca non si andava tanto per il sottile, e privato di ogni titolo. Vent’anni dopo l’atleta ammise la truffa dicendo di averlo fatto su esplicita richiesta della Gioventù hitleriana, «per amore dell'onore e la gloria del popolo tedesco». Dopo la sua morte alcune ricerche anagrafiche stabilirono che Heinrich avrebbe presentato sin dalla nascita caratteri sessuali dubbi, tanto che vi fu incertezza nell'identificarlo maschio o femmina. Registrato all'anagrafe come Dora Ratjen, avrebbe solo successivamente manifestato i caratteri sessuali maschili, continuando però a vivere come una donna.

L’affermazione dei diritti degli atleti transessuali nello sport è tema intricatissimo. Una matassa difficile da districare. Il regolamento del Comitato internazionale olimpico impone ad ogni atleta trans femminile nata biologicamente maschio che vuole partecipare a una competizione tra donne, il rispetto di regole precise. Innanzitutto gli atleti trans devono dichiarare la loro identità di genere, che non può essere modificata per scopi sportivi per almeno quattro anni. Devono poi dimostrare che il livello totale di testosterone nel sangue sia stato costantemente inferiore a 10 nanogrammi per litro almeno nei 12 mesi precedenti alla gara. E per farlo devono sottoporsi a una terapia specifica che riesca a sopprimere il testosterone naturale (detto endogeno) nei loro corpi. Cosa che riuscì solo fino a un certo punto a William Bruce, che vinse l’oro nel decathlon a Montreal nel 1976. La sua impresa fu immortalata nel film Jeux de la XXIème olympiade diretto da Jean Beaudin, Marcel Carrière, Georges Dufaux e Jean-Claude Labrecque. Nel  2015, in un noto programma statunitense, William annunciò di essere una transgender e di volere diventare donna a tutti gli effetti. Vanity Fair pubblicò le foto di Jenner post-operazione sulla sua copertina nel giugno 2015.

Nel dicembre del 2019, Rachel McKinnon ha scritto un articolo sul New York Times con questo titolo: «I Won a World Championship. Some People Aren’t Happy», letteralmente “Ho vinto un campionato del Mondo ma molte persone non sono felici” (Oli Scarff/ AFP via Getty Images)

Il 17 ottobre 2018 è un’altra data da segnare con il circoletto rosso. Quel giorno la ciclista canadese Rachel McKinnon conquistò il titolo mondiale di ciclismo su pista a Los Angeles diventando la prima transgender nella storia dello sport a vincere un mondiale. Il caso scatenò, ça va sans dire, tonnellate di polemiche. Non solo nell’opinione pubblica ma anche fra gli avversari di Rachel. «Sono arrivata terza, ma è un risultato falso», scrisse su Twitter la medaglia di bronzo, Jennifer Wagner-Assali. Immediata la replica della McKinnon: «Mi alleno da 15 a 20 ore la settimana, due volte al giorno, cinque o sei giorni la settimana. Ciò che ottengo, me lo conquisto faticando. E voi che criticate siete solo dei bigotti».

Ma i casi sono infiniti. Da Hanna Mouncey, 30 anni, giocatrice di pallamano esclusa lo scorso dicembre dalla nazionale australiana proprio perché trans fino a Terry Miller e Andraya Yearwood, entrambi transgender, giunte prima e seconda sia nei 100 che nei 200 metri femminili negli ultimi campionati statali del Connecticut, passando per l’ultimissimo caso della calciatrice Argentina Mara Gómez. «Il calcio mi ha salvato la vita», ha raccontato la calciatrice. «In passato ho vissuto momenti difficili. Ma da quando gioco a pallone mi hanno trattato sempre molto bene. Non mi sono mai sentita esclusa. Dovrebbe essere questa la normalità. D’altronde, facciamo tutte lo stesso mestiere, non è vero?».

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