Serie A

L'Inter del triplete non assomiglia a nessun'altra storia

Il culto che ancora oggi quell'Inter continua ad alimentare va oltre i tre trofei conquistati, e ha a che fare con una mistica che Mourinho e i suoi giocatori furono in grado di costruire attorno a loro.

A dieci anni dal triplete dell’Inter, i sacerdoti della celebrazione hanno officiato il rito della ricorrenza raccontando i risultati di quella stagione strepitosa come uno svolgimento naturale delle premesse che erano in campo: un allenatore fenomenale, una squadra di talenti scelti, una dirigenza finalmente determinata, un pubblico capace all’improvviso di addomesticare gli sbalzi d’umore devastanti. Invece, l’Inter cominciò a vincere il triplete prendendosi dritto in faccia un pugno dal suo calciatore più importante, Zlatan Ibrahimovic, che, in un giorno di fine luglio, entrò nello spogliatoio, dopo una partita estiva con il Chelsea, e disse: «Ho deciso: vado a Barcellona, voglio vincere la Champions League».

La notizia raggelò tutti, incluso José Mourinho, il quale non andò all’orecchio di Zlatan a dirgli «senza di te vinceremo tutto» con la sicurezza di chi sa il fatto suo, come aveva raccontato anni fa Marco Materazzi, ma con la paura nel cuore, come ha raccontato lui stesso venerdì scorso. Nella discrepanza tra la realtà effettuale delle cose e il verso che alle cose è stato dato, tra il dolore della ferita e la forza della reazione, in altre parole nella capacità di dominare quei momenti che i teologi chiamano “di merda”, c’è il segreto di quello che accadde in quella stagione.

L’Inter vinse il campionato italiano di calcio all’ultima partita, segnando all'undicesimo minuto del secondo tempo un gol che le fece superare la Roma, fino a quel momento campione d’Italia. L’Inter conquistò la Champions League pur essendo stata fuori dalla corsa fino a quattro minuti dalla fine della partita contro la Dinamo Kiev, quando prima Sneijder e poi Milito capovolsero il risultato. L’Inter vinse la coppa Italia a Roma, all’Olimpico, entrando in campo stordita dai settantamila che cantavano “Roooo-ma, Roooo-ma, Rooooo-ma”. Mourinho minacciò di non disputare la gara se non avessero smesso di cantare. Non smisero. L’Inter però vinse.

Da anni, Massimo Moratti aveva cercato di raggiungere suo padre, nell’olimpo della Grande Inter di Helenio Herrera, la squadra che si recita come una preghiera (Sarti, Burgnich, Facchetti…). Aveva speso una quantità strepitosa di soldi nell’impresa, portando a Milano i più grandi fuoriclasse (Ronaldo) e i più clamorosi flop (Pancev). Non ci era riuscito. Provocando nel pubblico interista una serie di sintomatologie psichiche, dal bipolarismo al vittimismo, dalla depressione al complottismo.

Mourinho si trovò tra le mani una squadra che aveva costruito Roberto Mancini e gli diede più sicurezza di sé, un senso della missione, una capacità di guardare alla sconfitta come la guarda un uomo libero, senza dare la colpa a nessuno (per dirla con le parole di Iosif Brodskij). C’erano in quella squadra calciatori che erano arrivati all’ultima occasione della loro vita, come Javier Zanetti, Samuel, Lucio. Calciatori che erano arrivati contemporaneamente all’apice della propria carriera, come Maicon, Cambiasso, Chivu, Stankovic, Julio Cesar. C’erano calciatori che erano appena arrivati, come Diego Milito, Wesley Sneijder, Goran Pandev, Samuel Eto’o. Per ciascuno di loro, era arrivato il momento.

Wesley Sneijder fu un acquisto last-minute, eppure si rivelò fondamentale: fu anche autore di uno dei tre gol dei nerazzurri nella semifinale di andata di Champions contro il Barcellona (Julian Finney/Getty Images)

L’Inter vinse il triplete perdendo la semifinale di ritorno contro il Barcellona, a Barcellona, uno a zero (la finale contro il Bayern Monaco fu, più che altro, la certificazione di qualcosa che era già avvenuto prima). L’andata era finita tre a uno. L’Inter giocò per sessantacinque minuti in dieci uomini, contro uno stadio che gli ringhiava addosso, difendendosi dai colpi di una delle più ammirate e ammirevoli squadre di tutti i tempi. Eto’o giocò terzino. Combattendo su ogni palla. Compiendo un sacrificio nel senso etimologico della parola: facendo, cioè, qualcosa di sacro.

Non l’avrebbe mai fatto se non ci fosse stato in panchina Mourinho. Un allenatore convinto che «chi capisce solo di calcio, non capisce niente di calcio». Capace di tirar fuori dai propri calciatori le risorse più nascoste (Julio Cesar ha raccontato che dopo aver parlato con lui, alla fine di una pessima partita, promise a se stesso che non avrebbe sbagliato più). Attraverso una concezione del calcio che discende da una concezione dell’uomo, in linea con la moderna neurobiologia, secondo la quale non esiste una separazione tra il corpo e la mente, perciò è compito dell’allenatore preparare simultaneamente il fisico, la tecnica, la tattica e psicologia dell’atleta.

Marco Materazzi e José Mourinho festeggiano subito dopo la vittoria della Champions, a Madrid. Pochi minuti dopo si saluteranno, in lacrime (Shaun Botterill/Getty Images)

Non per buttarla in politica, ma la reazione è stata la guida dell’Inter di José Mourinho. All’avanguardia progressista del calcio del possesso palla, quell’Inter lì oppose un calcio dell’attesa, della resistenza, dell’adattamento alle circostanze. Alle grandi idee di gioco, il grande gioco del controllo strategico del campo. Contro il dominio dell’informazione, la controinformazione di denuncia della “prostituzione intellettuale”. La storia finì con le lacrime. Quelle che Materazzi e Mourinho fecero cadere sulle rispettive spalle, la notte in cui si compì la missione del triplete, dicendosi addio e incarnando simbolicamente un distacco collettivo, disperato e straziante. Roba che alimenta ancora un culto e indica un luogo a cui tornare, il più presto possibile. C’era da aspettarselo. Nessun grande reazionario può esistere senza offrire qualcosa di immenso da rimpiangere.

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