Calcio Internazionale

Il Brasile 2006 e la fine del quadrato magico

Doveva essere una delle Seleçao più forti di sempre, ma non andò così: il racconto di un affascinante spettacolo mediatico, e di un inevitabile epilogo.

L’eco lontano dei tamburi è portato dal vento direttamente sull’altra sponda del lago. «Accelera», mi dice Massimo, il giornalista con cui divido l’auto, «è il segnale che sta iniziando l’allenamento». Accelerare è una parola, perché il traffico sulla strada panoramica da Lucerna, quella che disegna il contorno del lago dei quattro Cantoni, si sta facendo sempre più pesante. Maledico in silenzio la mia solita pigrizia nel cercare gli alberghi. Sapevo da un mese di dover seguire la preparazione mondiale del Brasile a Weggis, “ridente paesino di 3.500 abitanti nel Cantone Lucerna”, come recita ogni depliant. Sono perfino fortunato ad aver trovato una camera nel capoluogo, a 50 chilometri dalla zona delle operazioni. I tamburi sono sempre più avvertibili, ritmano il succedersi, fuori dal finestrino, dei classici elementi da idilliaco paesaggio svizzero: cielo terso, lontane cime innevate, prati verdissimi, mucche al pascolo, aiuole fiorite, prostitute…

Prostitute? A centinaia. È la fine di maggio del 2006, e mentre l’Italia prepara l’impresa a Coverciano, il più grande spettacolo del mondo – il superfavorito Brasile – ha piantato le sue tende sulle rive di questo lago dei bei sogni in cambio dei due milioni di dollari garantiti dall’agenzia cantonale per il turismo. Il seguito della carovana è calcolato in 100 mila persone, tra tifosi ricchi che vivranno il Mondiale da turisti, tifosi poveri che si arrabattano in mille mestieri per finanziarsi due mesi in un altro continente e brasiliani già di stanza in Europa, e che certo non si perderanno la loro meravigliosa Seleção. Le prostitute sono una delle conseguenze di un popolo in viaggio, un popolo proverbialmente dedito alla baldoria a partire dai suoi giocatori, che infatti in quei giorni ci danno dentro come se non ci fosse un domani: non passa edizione dei giornali locali senza che qualche fotografia di nottate in discoteca – e non ci si ferma qui, ma l’avevate già capito – certifichi una gestione del ritiro estremamente libera.

D’altra parte, il pensiero che una squadra così forte debba soltanto mantenere il suo tradizionale buonumore per vincere a mani basse è piuttosto diffuso. È il Brasile del “quadrato magico”, lo schema con due punte e due trequartisti che l’anno prima, alla Confederations Cup, ha sbaragliato il campo: Kaká e Ronaldinho dietro Ronaldo e Adriano, inconcepibile qualcosa di meglio, almeno sulla carta. È un Brasile così sicuro di se stesso che Carlos Alberto Parreira, il tecnico già campione del mondo contro di noi nel 1994, ha ufficializzato da un anno la formazione titolare assegnando agli eletti le maglie dall’1 all’11. Ecco, portate una Seleção di questa qualità in una Svizzera da cartolina e avrete l’ingorgo perfetto: sull’unica strada che conduce a Weggis, e in generale nel ritmo non più sonnacchioso della cittadina.

È il Brasile del “quadrato magico”, lo schema con due punte e due trequartisti: Kaká e Ronaldinho dietro Ronaldo e Adriano, inconcepibile qualcosa di meglio, almeno sulla carta.Sono i mesi del Joga Bonito, la campagna di Nike incentrata sul calcio allegro di Ronaldinho. Il parco per i fan è sponsorizzato, come tutta l’area dei pascoli sulla quale hanno allestito il campo d’allenamento, la sala stampa, la zona mista e il luna park calcistico dedicato ai 100mila. Più che un ritiro premondiale, sembra Woodstock. Quando a un pubblico del genere viene consentito di assistere all’allenamento – ogni giorno – allenarsi sul serio diventa impossibile: esaurita una breve corsetta per smaltire le birre della sera prima in discoteca, comincia lo show dei palleggi da foca. Combinazioni favolose per gli spot pubblicitari, meno per preparare un torneo così impegnativo. Andando a memoria, ricordo soltanto Kaká spazientito dall’andazzo generale, e probabilmente presago del naufragio immanente.

Gli altri si divertono come pazzi, dai torelli che finiscono sempre per mettere in mezzo Gilberto Silva – meno tecnico rispetto agli altri califfi – alle partitelle rigorosamente in uno spicchio di campo. Esercizi molto statici: la supposizione ingenua è che vengano svolti per migliorare il gioco nello stretto, quella più maliziosa (ma realistica) è che così non si corre. Le continue ovazioni della torcida, rapita dalla plastica magnificenza delle giocate, equivalgono all’entusiasmo col quale la gente di Southampton salutò la partenza del Titanic per il suo viaggio inaugurale. L’orchestra suona, i tifosi ballano, l’iceberg è ancora al di là della linea dell’orizzonte.

Kakà ha segnato un solo gol ai Mondiali, proprio nel 2006: contro la Croazia, nella prima partita della Seleçao, contro la Croazia (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Ronaldo è impresentabile, Adriano quasi: secondo i giornali brasiliani, all’inizio del ritiro svizzero il primo ha vinto il derby del sovrappeso sul secondo, nove chilogrammi in più sul peso forma rispetto ai sei del compagno.La sala stampa di una Seleção è sempre coerente col mood della squadra: nel 1994 era molto seria, nel 2002 sapeva distinguere il tempo per divertirsi da quello per lavorare, in quel 2006 il caos regna sovrano, anche perché tutte le tv del mondo hanno ormai capito che i brasiliani si fermano più volentieri in zona mista se a intervistarli è una bella ragazza (succede con tutti, con loro un po’ di più), e in molti casi l’espediente di mandare una collega carina viene superato dall’invio di una modella spacciata per giornalista. La cosa tiene su l’ambiente in sala stampa nei lunghi periodi morti, ma mette alla prova la capacità di concentrazione. Le telefonate dei giornali che reclamano i pezzi in ritardo in quei giorni si sprecano. Per dare un’altra idea del clima, c’è un giornalista uruguaiano – tale Oscar Straneo – che è il sosia sputato del presidente brasiliano dell’epoca, Lula. Quelli di Rede Globo, il colosso mediatico del Sudamerica, non riescono a crederci: scritturano Oscar per una serie di esilaranti gag con i giocatori, e quando il vero Lula spedisce un videomessaggio registrato di auguri alla squadra non ci crede nessuno.

Dopo un’ultima fermata a Ginevra per l’amichevole con la Nuova Zelanda (e siccome gli All Whites non sono gli All Blacks, la Seleção arriva al Mondiale senza nemmeno un collaudo decentemente impegnativo), la carovana – che si ingrossa giorno dopo giorno, raccattando di tutto – battezza il nuovo ritiro a Königstein, nella cintura di Francoforte, dalla parte dell’aeroporto. La prima partita è in programma a Berlino contro la temibile Croazia, e la montagna dell’attesa partorisce il topolino di un solo gol, un salvifico tiro da fuori di Kaká, come abbiamo visto l’unico ad aver lavorato a Weggis con sicura professionalità. Ronaldo è impresentabile, Adriano quasi: secondo i giornali brasiliani, all’inizio del ritiro svizzero il primo ha vinto il derby del sovrappeso sul secondo, nove chilogrammi in più sul peso forma rispetto ai sei del compagno. Soprattutto nel caso di Ronie, la situazione pare essersi cristallizzata. Ronaldinho gioca come quando è triste, senza accendersi mai.

Il gol realizzato contro il Ghana negli ottavi di finale dei Mondiali 2006 ha permesso a Ronaldo di diventare il miglior marcatore nella storia del torneo iridato, con 15 gol segnati; questo record sarà battuto da Klose durante l'edizione 2014 (Torsten Silz/DDP/AFP via Getty Images)

Infine, il problema che tutti pongono da un anno a Parreira, ricevendo in cambio soltanto sorrisi melliflui: nel 4-2-2-2 ai terzini è richiesto di coprire l’intero campo, ma Cafu ha 36 anni e Roberto Carlos 33. Reggeranno tutto il Mondiale? Se l’ouverture ha seminato parecchi dubbi, la seconda partita – un 2-0 un po’ più comodo all’Australia – ne dissolve giusto alcuni. Gioca meglio Adriano, consapevole che malgrado la strepitosa Confederations dell’anno prima il ventre molle di quel quartetto rimane lui, specie considerando la forte corrente che spira a favore di Robinho, primo dei non eletti lì davanti ma delizioso showman in allenamento.

La terza partita, a qualificazione già raggiunta, allarga il sorriso a Ronaldo: nel 4-1 al Giappone è contenuta una doppietta che lo affianca a Gerd Müller in testa alla classifica ogni tempo dei cannonieri del Mondiale. La seconda rete, l’ultima in ordine di apparizione della serata, è particolarmente bella: una girata dai 16 metri nella quale la rapidità perduta è compensata da una precisione chirurgica. Ce n’è a sufficienza per mettere una pietra sopra le ansie della preparazione, o magari a scopare la polvere sotto il tappeto, immaginando di lì in poi il Ronaldo vero. Quel giorno segnano anche Gilberto, quello che all’Inter era stato definito il cameriere di Ronaldo, e soprattutto il grande Juninho Pernambucano, un tiratore sublime – specie su punizione – tenuto in panchina soltanto dal pedigree dei titolari.

Ronaldinho era atteso come la grande stella dei Mondiali 2006, ai quali si presentò da Pallone d'Oro in carica; in cinque partite, però, il numero dieci del Brasile non riuscì a incidere e non realizzò neanche una rete (Phil Cole/Getty Images)

Parreira ha consegnato da tempo ai giocatori le chiavi dello spogliatoio, vedrete che loro sapranno trovare la soluzione migliore.Il terzo ritiro del Brasile è una Disneyland nibelunga, Bergish-Gladbach, nei dintorni di Colonia. Da Weggis è una marcia costante verso il nord di Berlino, sede della finale, e la prova successiva – il Ghana negli ottavi – è fissata a Dortmund. Gli africani giocano presuntuosi e vengono spazzati via dalla scansione Ronaldo-Adriano-Zé Roberto: quest’ultimo è un mediano formidabile per come riesce a tenere incollata una squadra in cui non corre praticamente nessun altro, ma di una nobiltà unica quando si tratta di triangolare da fermi (o quasi: in realtà Kaká e un Adriano in via di dimagrimento ce la mettono tutta). A questo punto il Titanic avrebbe un problema: l’iceberg, ormai perfettamente visibile sullo sfondo e in via di avvicinamento rapido. Ha le insegne della Francia, che dopo due insulsi pareggi con Svizzera e Corea del Sud e una vittoria libera-tutti contro il Togo ha preso a sberle la giovane e ambiziosa Spagna – di lì a due anni avrebbe dominato il pianeta – entrando adesso in rotta di collisione con lo Showtime in maglia gialla. Che si fa? Qualche giorno di allenamenti seri, o magari spazio a qualche riserva meno sfiatata tipo i terzini Cicinho e Gilberto, belli tonici contro il Giappone? Parreira sorride ancora mellifluo davanti alla domanda, che deve sembrargli di un’ingenuità colossale. Ha consegnato da tempo ai giocatori le chiavi dello spogliatoio, vedrete che loro sapranno trovare la soluzione migliore.

La formazione in effetti cambia, perché al quadrato magico viene sottratto il lato di Adriano, a favore di Juninho, mentre Gilberto Silva, a furia di spolmonarsi nei torelli, prende il posto dell’esangue Emerson. Non cambia invece la baldoria continua attorno al ritiro e, dicono in tanti, al suo interno: inseguire le mille voci che girano non avrebbe senso, tanto è in campo che si vede la verità. Beh, per tutti noi che in pubblico proclamiamo mille distinguo tattici su ogni modulo, ma nel privato delle nostre case passeremmo la vita a veder giocare il Brasile dei cinque numeri 10 (Mexico ‘70) o quello brutalmente assassinato da Paolo Rossi nell’82 (Zico, Socrates, Junior, Cerezo, Eder, Falcao…), quella di Francoforte è una verità amarissima. La Francia vince soltanto 1-0 perché non crede nemmeno lei alla facilità della missione, e fino all’ultimo teme di essersi infilata in qualche trappola nascosta. Macché. Il Brasile non gioca a niente e viene eliminato.  Peggio che nell’82, meglio per noi: quando una (potenzialmente) grande Seleção salta in aria, è sempre l’Italia la più lesta a prenderne il posto. Però che tristezza, il giorno dopo a Francoforte: niente più modelle, niente sosia di Lula, i centomila si sono dissolti come acqua inghiottita da un lavandino. Ricorda la scena finale di Jesus Christ Superstar: passa un pullman a raccogliere gli attori, e in breve ciò che resta di tanto show è una nuvoletta di polvere.

Da Undici n° 20

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