Serie A

Tre cose sulla 33esima giornata di Serie A

Belotti implacabile, la Juve in difficoltà, l'ennesima impresa di Ranieri.

Sempre Belotti, comunque Belotti

È possibile che il calvario del Torino, per questa stagione, sia terminato con la vittoria al Genoa: un 3-0 netto ma comunque sofferto, elaborato, come del resto è stata questa deludente, per usare un eufemismo, stagione dei granata. Del resto, classifica del girone di ritorno alla mano, il Toro sarebbe terzultimo, e quindi condannato a un’orribile retrocessione: ma comunque, in un campionato che pure ha visto i granata non vincere più dal 18 gennaio al 22 giugno, la quota dei 37 punti è stata raggiunta. E soprattutto, è stato raggiunto un vantaggio sul terzultimo posto – otto punti – sufficiente a far ritornare un po’ di tranquillità in casa Torino nelle ultime giornate. Di questa stagione orripilante, c’è poco da salvare, se non, ancora una volta, l’urto e la consistenza del miglior giocatore della rosa: Andrea Belotti. Contro il Genoa, con una violenta esecuzione del suo sinistro, ha segnato il sedicesimo centro in campionato: numeri altissimi per l’attaccante di una squadra a lungo in debito d’ossigeno, e con una forza realizzativa tra le meno rilevanti del torneo. Belotti in carriera era riuscito a farne molti di più in un solo campionato, i 26 del 2016/17, ma allora si parlava di una squadra con ben altri mezzi, e con ben altri orizzonti. Ecco perché i 16 di quest’anno, pesati, valgono di più: sono stati la certezza del Toro in una strettoia altrimenti buia, e hanno una volta di più confermato il valore del numero 9 granata. Meriterebbe la chance in un contesto con ambizioni più nobili? Forse, ma intanto, anche in questo modo, Belotti ha confermato una dimensione di attaccante non banale.

La Juventus di Sarri ha fatto un passo indietro, ancora

Citare Agatha Christie, in certi casi, è inevitabile: Sassuolo-Juventus è un terzo indizio rispetto alle difficoltà della squadra bianconera. Quindi, è una prova. Il 3-3 di Reggio Emilia è maturato in maniera diversa rispetto agli ultimi risultati negativi collezionati dagli uomini di Sarri, ma dal punto di vista tattico è emersa una sensazione simile a quella percepita durante le gare contro Milan e Atalanta. La Juve, in questo momento, è nel pieno di un'evidente crisi di identità, è in bilico tra la squadra che aspira ad essere almeno nella testa del suo allenatore – difensivamente aggressiva, quindi capace di gestire i ritmi di gioco in maniera diversa, più intensa, rispetto al passato – e ciò che può dare in questo momento. Ovvero, alcune pennellate d'autore – il lancio con cui Pjanic, contro il Sassuolo, ha messo Higuaín in condizione di realizzare lo 0-2 – e poi tanta confusione, che si manifesta pienamente al primo episodio che va storto. Una squadra con questa fragilità è l'esatto opposto di quella immaginata al momento dell'arrivo di Sarri, che era stato portato dentro il mondo bianconero proprio per creare una sicurezza differente rispetto all'era-Allegri, fondata su principi di gioco più dominanti in tutte le fasi della gara e della stagione. In alcune fasi di quest'annata, il lavoro del tecnico toscano si è manifestato in maniera chiara, evidente, forse mai compiutamente, ma una rivoluzione del genere richiedeva e richiede ancora del tempo. Solo che certi progressi si sono dissolti nelle ultime partite, è come se la Juve si fosse arenata, certo incide l'eccezionalità della situazione, ma proprio le gare contro Atalanta e Sassuolo – due squadre dall'identità fortissima anche se sostanzialmente opposta – dimostrano quale può essere l'impatto di un allenatore su un gruppo di giocatori, a vari livelli, pure nel calcio post-lockdown. Il vantaggio sull'Inter e sulle altre inseguitrici è ancora ampio, ma il passo indietro dei bianconeri è un fatto significativo, soprattutto in vista della Champions League ad agosto e di una nuova stagione che arriverà dopo la fine di quella in corso, praticamente senza soluzione di continuità.

Sassuolo-Juventus 3-3

La salvezza della Sampdoria è un'impresa di Claudio Ranieri, l'ennesima

Claudio Ranieri è arrivato a Genova per cercare di aggiustare la Sampdoria, per normalizzarla, dopo gli anni felici di Giampaolo e l'esperienza traumatica di Eusebio Di Francesco. Più o meno come al solito, il tecnico romano ha fatto esattamente quello che gli è stato chiesto: lavorando per sottrazione, più che per addizione, ha creato una squadra dai principi elementari ma funzionali (e funzionanti) rispetto alle qualità degli uomini migliori della rosa. Questa semplicità concettuale è stata d'aiuto soprattutto nel calcio post-lockdown: dalla ripresa della Serie A, la Sampdoria ha vinto quattro match su otto, e se le sconfitte sono arrivate tutte contro squadre di livello superiore (Inter, Roma e Atalanta, più l'unica gara “sbagliata”, quella in casa contro il Bologna), le vittorie sono tutte recenti, e sono arrivate in partite decisive per la lotta salvezza – dodici punti conquistati su quindici a disposizione contro Spal, Lecce, Udinese e Cagliari. È il concetto di prima che si manifesta ancora: Ranieri ha preso per mano la Sampdoria e l'ha portata laddove era più sicura, non ha inseguito chimere tattiche astruse, ma questo non vuol dire che non sia riuscito a valorizzare alcuni uomini della rosa blucerchiata. La crescita di Bonazzoli e l'ottimo rendimento di Gabbiadini – quattro gol per entrambi dopo il lockdown – nonostante la presenza ingombrante di Quagliarella sono delle medaglie da appuntare sul petto del tecnico romano, un collezionista di imprese dal curriculum infinito, che d'ora in poi sarà ricordato anche a Genova come l'artefice di una salvezza complicata da raggiungere, soprattutto se ricordiamo com'era iniziata questa stagione.

I gol della Samp contro il Cagliari sono pure molto belli

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