Serie A

Il Milan di Pioli avrà ancora bisogno di Ibrahimovic

Nonostante l'età, l'attaccante svedese è stato determinante per il tecnico emiliano: è difficile pensare che i rossoneri possano portare avanti lo stesso progetto senza di lui.

Quando lo scorso ottobre è diventato il nuovo allenatore del Milan al posto di Marco Giampaolo, Stefano Pioli è stato descritto, oltre che come appassionato di basket e di moda, come un “traghettatore”, un “normalizzatore”. Al di là delle etichette, comunque, Pioli sembra davvero una persona normale, e la vicenda del rinnovo con i rossoneri lo dimostra. La società aveva sempre dichiarato che ogni decisione sarebbe stata presa alla fine del campionato e così (più o meno, diciamo a obiettivo Europa League raggiunto) è avvenuto: come uno stagista o un impiegato in scadenza di contratto, Pioli ha lavorato bene e si è meritato la conferma.

L’arrivo del tedesco Ralf Rangnick è saltato per vari motivi a cui chiunque in queste ore sta cercando di dare un senso, ma forse è sempre la strada della normalità, della logica, quella da seguire: la prossima stagione non sarà troppo diversa dalle settimane che stiamo vivendo, ci saranno poco tempo per la preparazione e pochi soldi per il mercato, il calendario sarà fitto di impegni visto l’inizio della Serie A a metà settembre, quello delle coppe europee a ottobre e l’obbligo di finire tutto entro gli Europei di giugno, e quindi si è preferito non abbandonare la strada conosciuta per un progetto affascinante ma ad alto coefficiente di incertezza. Magari Rangnick arriverà lo stesso, ma tra qualche anno, come peraltro non sembra escludere il suo comunicato diramato martedì sera: «L'AC Milan e io riteniamo, in comune accordo, che non è il momento giusto per una collaborazione».

Ma il lavoro svolto da Pioli in questi mesi non si può ridurre al solo concetto di normalità. Qualche giorno fa, sulla Gazzetta dello Sport, Arrigo Sacchi ha scritto: «Conosco Stefano da tempo, l’ho sempre stimato come un’ottima persona, lo pensavo un tecnico bravo ma non moderno. Oggi non solo possiede valori professionali e umani di altissimo livello, ma mi sta stupendo per i miglioramenti che è riuscito a ottenere in pochi mesi dai propri giocatori e per le idee che hanno permesso questa trasformazione». I meriti di Pioli sono molteplici (pur non dimenticando gravi blackout come il 5-0 di Bergamo e il secondo tempo del derby) e partono innanzitutto dal concetto di “fiducia” che la squadra ha in sé stessa e nel suo allenatore. A fine ottobre il Milan ha perso 2-1 a Roma commettendo un’impressionante serie di errori individuali degni della retrocessione, adesso invece il calciatore simbolo delle montagne russe psicologiche degli ultimi anni, Calhanoglu, ha fornito cinque assist in tre partite tra cui un rischioso passaggio in mezzo a quattro avversari per il 3-1 di Bennacer contro il Bologna.

Pioli poi ha valorizzato e sta valorizzando giocatori un tempo criticati come Kessié, Castillejo e Rebic, ha trovato nel trentunenne Kjær un leader difensivo (talvolta più affidabile del capitano Romagnoli) e, soprattutto, si è dimostrato saggio e duttile tatticamente nell’adattarsi al materiale a disposizione. Moderno, appunto. Contro il Lecce ha esordito con un WM mascherato da 4-3-3 per sfruttare quella che fino a quel momento era la miglior arma offensiva del Milan, cioè Theo Hernández; quindi è passato al 4-4-2 e progressivamente al 4-2-3-1 dopo l’acquisto, a gennaio, di Zlatan Ibrahimovic.

Ovviamente è stato proprio l’arrivo dello svedese la svolta della stagione dei rossoneri. Fa sorridere rileggere questo articolo di oltre due anni fa, dopo la firma con i Los Angeles Galaxy, in cui Ibra viene descritto al passato, quasi come un ex calciatore («Ibrahimovic ha rescisso il suo contratto con il Manchester United, probabilmente la sua ultima apparizione nel calcio europeo»), eppure è vero, in campo sta per lo più fermo, non pressa, sbaglia gol facilissimi come quello a porta vuota in Coppa Italia contro il Torino o quello in contropiede contro l’Udinese sul momentaneo punteggio di 2-1 che avrebbe risparmiato lo sforzo del gol di Rebic nel recupero. Si vede, ormai, che fa fatica.

Da quando è tornato al Milan nel mercato invernale, Ibrahimovic ha giocato 1.105' in tutte le competizioni, con sette gol realizzati e quattro assist decisivi serviti (Alessandro Sabattini/Getty Images)

Ma è anche vero che la sua semplice presenza crea gli spazi per gli inserimenti dei compagni, che comunque ha già realizzato sette reti (di cui due su rigore) e quattro assist, che quando si abbassa a centrocampo per fare il regista dimostra una visione di gioco che nessuno in squadra è in grado di eguagliare e che un sabato sera di febbraio, a Firenze, aveva segnato un gol poi annullato per un dubbio tocco di mano che sarebbe potuto diventare uno dei gol-manifesto della sua carriera, continuamente basata su una prova di forza quasi irriverente nei confronti degli avversari. Un gol tra l’altro molto simile a uno segnato con la maglia dell’Inter contro la Sampdoria nel 2007, tredici anni fa, quand’era nel pieno della sua onnipotenza calcistica.

Oggi questa onnipotenza si sta spostando sempre di più fuori dal campo. Così come è quasi tangibile la sua fatica nel correre, infatti, sono quasi tangibili anche la sua importanza nello spogliatoio, il suo carisma, la sua incidenza sulle prestazioni di compagni più giovani come Leão e Saelemaekers. Quando Ibrahimovic dice frasi come «se fossi arrivato al Milan dal primo giorno, avremmo vinto lo scudetto» non è perché ci crede veramente (questo Milan può lottare al massimo per tornare in Champions League, ed è quello che dovrà provare a fare l’anno prossimo sfruttando l’ottimo lavoro di questi mesi), ma per spronare la squadra a seguirlo e, di conseguenza, a dare il massimo per la causa e per l’allenatore. Ecco: scegliendo Pioli e non Rangnick, il Milan deve necessariamente scegliere anche Ibrahimovic. Altrimenti mancherà un pezzo, neanche troppo piccolo.

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