Serie A

Serie A 2019/20: le migliori cinque sorprese

I giocatori che ci hanno stupito di più, in positivo.

Abbiamo già pubblicato la nostra hit parade dei migliori calciatori e quella dei migliori allenatori della Serie A 2019/20, ora chiudiamo la nostra rassegna con i giocatori che ci hanno più sorpreso, ovviamente in positivo. Non è stata una scelta semplice, anche perché il concetto di “sorpresa” è molto sfumato, soprattutto nel calcio di alto livello: è più sorprendente l'affermazione di un giovane talento sconosciuto oppure il grande ritorno di un atleta che da anni era in crisi di rendimento? O ancora: il titolo di “sorpresa dell'anno” può andare a un calciatore che abbiamo sempre considerato forte ma intermittente, magari anche un po' insolente, e che invece ha trovato finalmente la sua continuità? Insomma, ci sono tanti modi per meravigliare, per stupire. E allora ecco una selezione mista, con giocatori di tutti i ruoli e di tutte le età, che hanno fatto mostrato il meglio del loro repertorio, in maniera un po' inattesa, nel campionato più anomalo dell'era moderna.

Luis Muriel

Non c'è squadra in cui Luis Muriel non abbia fatto bene. Le sue accelerazioni, la sua corsa vellutata, la rapidità di gambe, il senso del gol. Non è passato molto tempo da quando l'attaccante colombiano veniva paragonato a Ronaldo il Fenomeno, e con le dovute differenze – e un po' di immaginazione – gli highlights di Muriel restituiscono un po' di quella magia del brasiliano. Di certo, i mezzi del colombiano sono eccezionali, eppure non sono bastati, nell'arco della sua carriera, a restituirgli un ruolo da protagonista, anche in una squadra di secondo piano. Ogni volta, Muriel incantava e stupiva: e ogni volta, dall'esplosione iniziale, pian piano si acquietava, si nascondeva e finiva per farci chiedere a tutti “cosa ne è stato”. I mesi alla Fiorentina, nella scorsa stagione, sono stati un piccolo compendio di tutto questo: un debutto con il botto, la sensazione di avere tra le mani un elemento fenomenale, e poi di colpo il vuoto. Muriel che segna sei gol in meno di due mesi, zero nei successivi due e mezzo.

Quando non è stato riscattato dalla Fiorentina, l'Atalanta ha deciso di puntare su di lui, e sembrava un cruccio, più che altro. Ma i 15 milioni versati al Siviglia e un contratto da cinque anni hanno fatto capire come a Bergamo si credesse davvero nel colombiano. Quindi il colpo di genio: Muriel non più trascinatore unico a cui si chiedono i miracoli, ma “sesto uomo”, per dirla nel linguaggio cestistico, in grado di fare la differenza nel corso della gara. Non è andata bene: è andata splendidamente. Muriel ha segnato 18 gol in stagione, tanti quanti il titolarissimo Zapata. In stagione ha segnato un gol ogni 80,5 minuti, media che scende a 69,1 se si conta soltanto il campionato. Una media gol che non ha eguali in Europa. Un'operazione win-win, per club e calciatore: da una parte l'Atalanta che si ritrova tra le mani un giocatore devastante, che può far entrare nei momenti caldi della partita e che può gestire a suo piacimento, in un reparto offensivo ricco di alternative; dall'altra la dimensione ideale per un calciatore che gioca in un contesto importante, competitivo, dove può misurarsi anche in Champions, senza però avere la pressione e la centralità che nelle stagioni passate lo avevano spesso inibito.

Dejan Kulusevski

La cosa più sorprendente nella rivelazione di Dejan Kulusevski riguarda noi, più che il giocatore del Parma: ci siamo accorti di lui ed era già troppo tardi. Certo, quando il ventenne di Stoccolma ha preso ad arare i campi di Serie A con le sue progressioni palla al piede, quando ha iniziato a saltare gli avversari con una velocità e una tecnica stupefacenti, a servire i compagni con traccianti ambiziosi eppure precisi, a scagliare in porta il suo (già proverbiale) tiro a giro di sinistro, anzi già prima che succedesse tutto questo, gli osservatori e gli uomini-mercato dell’Atalanta l’avevano scovato, valutato e portato a Bergamo, poi il Parma aveva deciso di prenderlo in prestito, e probabilmente anche la Juventus sapeva che stavamo per entrare in contatto con un giocatore dal talento enorme, potenzialmente sconfinato – e infatti ha deciso di acquistarlo già durante la stagione per 40 milioni di euro. Il punto è che quando ci siamo abituati a vedere cose bellissime da parte di Kulusevski, quando ci siamo resi conto che un campione stava sbocciando davanti ai nostri occhi, lui era già al livello successivo: certe prestazioni e certe giocate erano la regola, non più un’eccezione, D’Aversa gli aveva già affidato le chiavi della manovra offensiva del Parma e il Parma si era salvato senza affanni, anzi per un certo periodo ha anche accarezzato il sogno di puntare all’Europa. Poi però la squadra emiliana è rientrata nei ranghi, ma Kulusevski no.

Grazie alle sue grandi prestazioni con la maglia del Parma, Kulusevski è stato nominato “Miglior Giovane” dalla Lega Serie A per la stagione 2019/20 (Claudio Villa/Getty Images)

È stata l’ultima conferma, quella definitiva: avevamo a che fare con un calciatore in grado di decidere le partite ma anche di gestirsi – e gestire una squadra – nell’arco di una stagione, magari Kulusevski è riuscito a farlo perché si trattava del Parma, ma, ricordiamolo ancora, parliamo di un ragazzo di vent’anni che non aveva mai giocato in Serie A. E che ora coltiva – realisticamente – l’ambizione di fare la stessa cosa in una grande squadra. L’occasione è già arrivata, Kulusevski l’ha colta, ora la cosa più interessante non è capire se lo svedese sarà in grado di ripetere le cifre – dieci gol e otto assist – e il dominio tecnico di quest’anno, su questo non sembrano esserci molti dubbi, piuttosto se e/o quando riuscirà a prendere in mano la manovra offensiva della Juventus, magari da mezzala, magari da esterno, in ogni caso con un ruolo da protagonista in una squadra candidata a vincere la Champions League. Gli è bastata una stagione per acquisire questo status d’élite, e questo forse è l’unico modo possibile per descrivere la rivelazione di Kulusevski, così immediata, così fragorosa.

Chris Smalling

Quando è arrivato alla Roma, negli ultimi giorni dello scorso calciomercato estivo, Chris Smalling sembrava più un rincalzo che un potenziale titolare: era il centrale di difesa che doveva completare il reparto, almeno numericamente, con la sensazione che al posto suo sarebbe potuto arrivare chiunque e la sostanza non sarebbe cambiata. Invece nel corso della stagione Paulo Fonseca ha intuito che l’idea migliore era quella di modulare la difesa della sua squadra sugli istinti e le letture del difensore inglese. Smalling intende il ruolo del centrale alla maniera classica, basato su una fisicità debordante e un ventaglio di opzioni palla al piede ancora tutto sommato limitato. Ma l’aggressività nell’uno contro uno e la capacità di estendere il raggio d’intervento dall’area di rigore alla fascia, dove copre gli attacchi alle spalle del terzino dal suo lato, ne ha fatto in poco tempo uno dei pilastri della terza linea giallorossa. Non a caso l’inglese è il secondo difensore centrale con più minuti nella rosa giallorossa, superato solo da Gianluca Mancini che però quest’anno ha speso tanti minuti anche a centrocampo (quindi non una vera alternativa allo stesso Smalling).

Smalling ha giocato 37 partite di tutte le competizioni con la Roma, realizzando tre gol, tutti in campionato (Emilio Andreoli/Getty Images)

Le sue prestazioni, contro ogni aspettativa, hanno convinto il ct della Nazionale inglese Gareth Southgate a considerare Smalling un’opzione valida per le convocazioni pur non rappresentando l’archetipo del difensore centrale del suo sistema. Il difensore della Roma non gioca in Nazionale dal 2017, e ne era uscito dopo anni bui al Manchester United. Le prestazioni in giallorosso hanno spinto lo stesso Southgate ad ammettere l’errore di valutazione: a marzo, prima del rinvio degli Europei all’estate 2021, Southgate aveva detto al Guardian di «rimpiangere il modo in cui ho trattato Smalling, che in questa stagione è stato uno dei difensori centrali inglesi migliori in assoluto».

Juan Musso

Nonostante abbia iniziato tardi con il calcio – «Ho giocato a basket fino a 14 anni, l'idea di prendere il pallone con le mani nasce da lì» – Juan Musso ha impiegato appena due stagioni per diventare uno dei portieri più continui ed affidabili della Serie A: quest'anno è stato il numero uno che ha collezionato più clean sheets, 14, uno in più di Handanovic e Donnarumma. Quello che colpisce di Musso è la tranquillità, la sicurezza e la velocità di adattamento ad un contesto totalmente differente rispetto a quello di provenienza, rese possibili anche da una struttura fisica di assoluto livello – 93 kg distribuiti su 191 centimetri: Musso non è certo uno “sweeper keeper” proattivo di ultima generazione, ma nel corso di questa stagione si è dimostrato sicuro, reattivo, mentalmente solido e ricettivo alle sollecitazioni di ogni singola fase della partita.

Prima di unirsi all'Udinese, nel 2018, Musso è cresciuto nel vivaio del Racing Avellaneda, considerato tra i migliori in Argentina, e poi ha disputato due stagioni in prima squadra (Marco Luzzani/Getty Images)

I suoi punti di forza sono il tempismo, la capacità di non farsi sorprendere sul primo palo e un’ottima coordinazione occhio-mano che gli permette di esaltarsi sulle conclusioni ravvicinate: buone anche la rapidità con cui riesce ad andare a terra e l'autorità nelle uscite in presa. Il profilo sembra quello del “secondo” che tutte le big europee vorrebbero ma, giunto all’apice del suo prime tecnico, fisico e psicologico, Musso potrebbe legittimamente puntare alla titolarità di squadre in ascesa e dal progetto futuribile. Nel caso, si tratterebbe di un’opportunità che si è guadagnato sul campo pur non rubando particolarmente l’occhio per spettacolarità degli interventi e modernità nell’interpretazione del ruolo.

Marash Kumbulla

Scrivere di Kumbulla tra le rivelazioni della Serie A appena terminata significa in realtà scrivere di un calciatore di cui si sa già quasi tutto. Eppure il difensore albanese – classe 2000, 20 anni compiuti a febbraio – nel 2018/19 aveva disputato una sola partita in Serie B con il Verona. È questo l’aspetto più impressionante della carriera di Kumbulla: il suo adattamento istantaneo non solo alla Serie A, ma letteralmente al calcio professionistico. Nel suo campionato d’esordio Kumbulla ha dimostrato numeri ai livelli di de Ligt, Acerbi e de Vrij (ed è più giovane di tutti e tre), ha eseguito alla perfezione i compiti di pressione alta e anticipo affidatigli da Juric e si è tolto anche la soddisfazione di un gol, con un perfetto stacco di testa contro la Sampdoria. La sua migliore prestazione, però, rimane probabilmente quella di febbraio contro la Juventus: una gara dominata contro un avversario imprevedibile come Douglas Costa, condita da 6 contrasti vinti e impreziosita dal successo dell’Hellas per 2-1. Kumbulla ha saltato le ultime partite per infortunio ed è al centro di numerose voci di mercato che lo vedono conteso da Inter, Lazio e Juventus, le migliori squadre della Serie A. Nonostante le dichiarazioni del suo allenatore («Kumbulla è pronto per una big, anche se mi piacerebbe che rimanesse un altro anno»), il suo futuro sembra indirizzato. Sarà interessante scoprire se ha ancora margini di miglioramento: dopotutto l’anno prossimo sarà soltanto il suo secondo anno nel calcio dei grandi.

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