Calcio Internazionale

Tutte le crepe tra Gareth Bale e il Real Madrid

Storia di un amore che non è mai stato davvero amore.

Come spesso capita alla fine di una lunga relazione arriva il momento di guardarsi indietro, chiedersi se fosse proprio necessario lanciarsi addosso quel certo numero di porcellane, realizzare infine che chiudere prima sarebbe stato meglio per tutti. La storia d’amore tra Gareth Bale e il Real Madrid si è chiusa dopo sette anni, quattro Champions League, quattro mondiali per club, due scudetti e svariate coppe nazionali.

Per dirla con Woody Allen: «Continuo a studiare i cocci del nostro rapporto cercando di capire da dove è partita la crepa». È il tormento di Alvy Singer nelle prime battute di Annie Hall, ed è quello che hanno fatto i media spagnoli per raccontare la storia di una separazione finita male: cercare la crepa. Bale arriva a Madrid nell’estate del 2013 con un carico di aspettative da 100 milioni di euro, all’epoca l’esborso più oneroso nella storia del calcio. Alla prima stagione centra Champions League e Coppa del Re mettendo a referto 22 gol e 16 assist. Probabilmente a Madrid ricordano esordi peggiori.

Ma il fatto è che da subito, questo ragazzone gallese che sembra un Billy Elliot troppo cresciuto, fatica a integrarsi nei meccanismi del madridismo. Lo si rimprovera di scarso impegno, lo spogliatoio ha nei suoi confronti continue crisi di rigetto, gli allenatori fanno buon viso a cattivo gioco. Il primo fu Carlo Ancellotti, il papa buono, che con il sopracciglio inarcato si ritrovò costretto a rassicurare che Bale nunca ha tenido problemas con sus compañeros, e viceversa nessun problema hanno avuto con lui i compagni di squadra. Lo disse con lo sguardo serio e teso di chi intimamente pensa l’esatto contrario. Poi venne il regno di Zidane e le cose andarono peggiorando per un giocatore che il giornalista Juanfe Sanz ha definito «extraño y anárquico» rispetto al gruppo dei blancos – al punto che Marcelo lo ha accusato pubblicamente di non conoscere una parola di spagnolo.

La crepa, si diceva. Finale di Champions League, anno 2017. Di fronte c’è la Juve di Allegri ma quel che conta è che la partita si gioca a Cardiff, Galles, città in cui il nostro è nato e cresciuto, dove ha tirato i primi calci in mezzo alla strada. Tuttavia Zidane non è il tipo da lasciarsi andare ai sentimentalismi – chiedete a Materazzi – e come spesso accade gli preferisce Isco. Bale gioca poco più di dieci minuti, sul finale, con il risultato già in cassaforte per il Madrid. Una sorta di umiliazione inflitta davanti al pubblico di casa che pure non sembra dare in escandescenze come accadde invece a Cagliari nel ’71, quando la Nazionale di Valcareggi fu sepolta da un fitto lancio di arance: il Ct degli Azzurri, infatti, non schierò nemmeno un giocatore della squadra di casa allora campione d’Italia – ma questa è un’altra storia e comprende una vasta quantità di prodotti ortofrutticoli di dubbia freschezza.

La storia di Bale con il Real prosegue invece tra polemiche e infortuni, mentre nelle gerarchie della squadra il gallese scivola lentamente tra le seconde scelte. Si arriva all’anno dopo, a un’altra finale di Champions, quella di Kiev contro il Liverpool, quella che Gareth non ha mai perdonato a Zizou. Ancora una finale, ancora una panchina. Stavolta l’Espresso di Cardiff subentra al 61esimo rilevando il solito Isco. Ma stavolta il risultato è inchiodato sull’1-1 e Bale spacca letteralmente la partita a colpi di accelerazioni, siluri da casa sua, rovesciate da cineteca. In 20 minuti ribalta gli inglesi con una doppietta che consegna agli almanacchi il 3-1 finale. È la storica partita del povero Karius in stato confusionale, ma anche quella della spettacolare chilena di Gareth Bale. A fine gara, nel giorno più importante e bello della sua carriera, il gallese picchia durissimo: «Se non gioco, se per l’allenatore non conto abbastanza, me ne dovrò andare». Dichiarazioni esplosive pronunciate con ancora addosso la camiseta sudata e la medaglia di campione d’Europa. Dichiarazioni che tuttavia vengono eclissate da quelle ancora più roboanti del monarca assoluto del madridismo contemporaneo: Cristiano Ronaldo. Quella stessa notte il portoghese annuncia di fatto il suo addio, cui seguirà a breve quello di Zidane.

Una foto storica: Bale ha appena segnato lo splendido gol che vale il suo primo trofeo al Real Madrid, la Copa del Rey 2014, vinta in finale contro il Barcellona; nei sei anni successivi, vincerà altri 14 titoli, tra cui quattro Champions League (Dani Pozo/AFP via Getty Images)

Nuovo allenatore, nuova possibilità: Bale resta a Madrid durante l’interregno di Julen Lopetegui e Santiago Solari ma ugualmente finisce per diventare un esubero. Al suo posto gioca stabilmente Vinícius e siccome non c’è mai limite al peggio ecco che il Real richiama Zidane, meno di un anno dopo il suo addio. Le vecchie ruggini sono tutt’altro che accantonate al punto che il francese, nell’estate del 2019, dichiara: «Se va via oggi, è meglio che domani».

Eppure la rottura non si consuma nemmeno questa volta, con i malumori che si trascinano sino a diventare autentiche bordate sul finire della scorsa stagione, nella folle era del post lockdown che ha cambiato i ritmi e le abitudini del mondo del calcio. Quella in cui tra Bale e il Real volano gli stracci, i piatti, il vaso cinese che ci ha regalato tua madre e che mi ha sempre fatto schifo. La crepa è diventata un solco insormontabile. Contro l’Alavés il ragazzo si cala la mascherina sugli occhi e viene ripreso mentre schiaccia un pisolino, adagiato sul sedile della panchina. Contro il Manchester City, lo scorso 7 agosto, partita di ritorno degli ottavi di Champions, nemmeno si degna di salire sul charter della squadra: mentre i suoi compagni vengono eliminati dalla competizione ad opera dei ragazzi di Guardiola, Bale è immortalato a Madrid, durante una partita di golf.

Lo score totale di Gareth Bale con il Real Madrid è di 251 presenze in competizioni ufficiali, con 105 reti realizzate (Denis Doyle/Getty Images)

Come nelle separazioni più dolorose è ovviamente anche una questioni di soldi. Spiega l’ex presidente Calderón: «Se Gareth non è pronto a tagliarsi lo stipendio o lasciare il club, le parti dovranno trovare un’altra via d’uscita». Via d’uscita che probabilmente non è stata trovata se è vero come è vero che il club di Florentino Perez pagherà al Tottenham parte dell’ingaggio da 17 milioni per il prestito del giocatore.

Alvy Singer e Annie Hall si lasciarono con malinconia a Los Angeles e con malinconia si ritrovarono a New York, dopo qualche anno, a ricordare i vecchi tempi prima di salutarsi ancora e non rivedersi più. Ma questa storia d’amore sembra non avere spazio per le note romantiche. Assomiglia piuttosto a quelle storie in cui, a ripensarci, sembra di ripensare alla vita di un altro, e a chiedersi davvero sono stato sette anni con quella tizia? Sull’addio di Bale si è espresso così il giornalista Josep Pedrerol: «Sono stati sette anni di gol decisivi ma anche di infortuni e scarso impegno. Gareth è un grande giocatore, un magnifico giocatore, ma a Madrid non mancherà a nessuno».

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