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Vittorio Sereni, il poeta del calcio

Gli scritti e i versi sul calcio, sul ciclismo e sulla condizione del tifoso, raccolti in un nuovo libro.

Sostiene il mio amico Marongiu che quando attraversiamo un periodo così così, quando cioè siamo reduci da una o più delusioni d’amore, quando in nessun modo abbiamo il genio di rimetterci in gioco, possa essere d’aiuto un gol al Chievo. Dicasi Chievo ma per non recare offesa tiriamo pure in ballo il nostro amato Cagliari. Il principio rimane invariato e può spiegarsi così: un gol al Chievo è un guizzo in una partita di non grande rilievo, fosse anche un rigore dubbio che il portiere a momenti riesce a parare, una rete rocambolesca in mischia o un involontario colpo di stinco. Qualsiasi cosa pur di ritrovare confidenza con il gol e quindi fiducia in se stessi.

Il punto è che, secondo il Marongiu – che pure ha la sua bella laurea in filosofia e conosce a memoria Ferito a morte e va in sollucchero quando esce un film di Cuarón – secondo lui il calcio è sovrapponibile alla vita e la vita sovrapponibile al calcio. E che c’è di strano, si dirà, siamo tutti in un certo senso postmoderni, figli illegittimi di tennis e trigonometria. Immaginiamoci allora un punto della storia al di sopra di ogni sospetto, un’epoca di rigore e militanza che comprenda magari intellettuali del rango di Fortini, Giudici. Immaginiamo di leggere una cosa come questa: «Come fa uno che scrive, che ha letto certi libri, un “intellettuale” ad appassionarsi, a prendere sul serio la partita della domenica e il campionato e i campioni del pallone?». Se lo è chiesto per tutta la vita Vittorio Sereni, poeta degli attimi del nostro Novecento, che al calcio, al ciclismo e allo sport ha dedicato scritti in versi e in prosa, una riflessione profonda e complessa che unisce il fatto collettivo e i suoi riflessi personali, l’epica e l’estetica, la memoria e la nostalgia. Li ha raccolti, questi scritti, Alberto Brambilla, docente universitario, studioso e conoscitore del rapporto tra sport e letteratura, in Il verde è sommerso in nerazzurri. Vittorio Sereni e lo sport. Scritti 1947-1983 (Nomos). 

Non è né «posa» e né «vezzo», assicura l’interista Sereni, né voglia di «differenziarsi dagli altri del suo solito ambiente. E allora cos’è? Anzitutto è un legame affettivo ed esistenziale, capace di restare «nei perigliosi paraggi della prosa senza rinunciare alla poesia». Dopo lunghe riflessioni – siamo negli anni Sessanta, il primo componimento di Sereni dedicato al calcio è del 1935 – il poeta di Luino applica al pallone gli strumenti affilati della sua ricerca poetica: lo sdoppiamento, il tramutarsi di passioni in fantasmi. «Oggi mi pare di poter osservare in me uno sdoppiamento tra considerazioni obiettive sulle vicende calcistiche – e su quelle della squadra del cuore in particolare: con un senso di distacco progressivo che in certi momenti sfiora la totale indifferenza – e il fantasma nerazzurro che mi accompagna dai tempi in cui non avevo occhi che per il “Peppino nazionale” – al secolo Giuseppe Meazza».

Sereni conosce bene le cose del mondo, ha avuto modo di toccare con mano le asprezze della vita: la guerra al fronte, il dramma della prigionia. Il caro Marongiu, e noi tutti nati e cresciuti sul finire del secolo scorso, edonismo e debito pubblico, figurine Panini e turbocapitalismo, tutt’al più abbiamo visto pezzetti di storia scorrere dal finestrino della televisione. Ne consegue che quello che per noi è un naturale bagaglio cultural-nazionalpopolare, per lui è stato lavoro e fatica, tempo ed energie spesi a dare lucidamente corpo alle sensazioni del tifoso, schivando il timore del ridicolo, il giudizio, lo stigma del mondo intellettuale. «Io in poesia sono per le cose», scrive a Vigorelli nel ’37, e non a caso è Saba il suo nume tutelare, dal quale eredita – oltre all’amore per le cose – quello per la narrazione, la tendenza al romanzo nella composizione in versi. E non è forse Saba il poeta delle Cinque poesie sul gioco del calcio? Sì, ma lui non era «né sportivo né appassionato di sport», spiega Sereni. Semplicemente «gli accadde un giorno di accostarsi a questo come a tanti altri spettacoli del mondo e di sentirsene subito mosso al canto». 

Nel cantare il calcio Sereni si è servito del suo raffinato lirismo, sino a fare di «una banale cronaca un sofferto bilancio esistenziale» – evidenzia Brambilla. I suoi versi sembrano sottrarre al lettore il fatto in sé, concentrandosi piuttosto a restituirne l’atmosfera, trasformando un Inter-Juve in un fatto acustico e cromatico: «Il verde è sommerso in nerazzurri / Ma le zebre venute di Piemonte / sormontano riscosse a un hallalì / squillato dietro barriere di folla». Un rumore di festa e di attesa che è però il preludio a quella vacuità, a quel malinconico senso di vuoto che sempre attraversa la poetica di Sereni: «Giro di meriggio canoro, / ti spezza un trillo estremo. / A porte chiuse sei silenzio d’echi / nella pioggia che tutto cancella». Nella visione di Sereni il calcio e lo sport ci costringono insomma al confronto personale, in un passaggio fulmineo che va dall’entusiasmo condiviso alla solitudine, e in un ultimo alla riflessione, nel giro di un mezzo pomeriggio.  

Nel suo non mostrare, nella volontà a non essere esplicito, il poeta lacustre coglie probabilmente l’aspetto più importante della questione, con buona pace nostra – mia e di Marongiu e di tutti quelli che non hanno provato (o non sono riusciti) a dare un nome a certi sentimenti. Coglie cioè, per dirla con Brambilla, come «il calcio sia uno spettacolo molto serio, degno appunto di studio e di analisi; ma anche che esso rimanga per molti versi un fenomeno ancora inafferrabile nella sua specificità». Come spiegare a qualcuno cui non importi nulla che siamo capaci di star bene, o male, per un’intera settimana (quando non per tutta la vita) nel ripensare a quel gol, a quella sconfitta, a quel palo su cui si sono infranti i sogni di una domenica di bambino? «All’origine», spiega Sereni, «c’è un oscuro fatto personale, la scelta di un colore fatta una volta per tutte e non veramente motivabile, che si è oscuramente mutato in fatto personale, con tutto l’orgoglio e le ansie e le viltà piccole e grosse». È proprio il caso di dirlo: mistero della fede. 

Nel suo sdoppiarsi, l’autore degli Strumenti umani guarda con obiettività a uno spettacolo che a suo giudizio è il solo capace «di offrire un riscontro alla varietà dell’esistenza, di specchiarla o piuttosto rappresentarla nei suoi andirivieni, nei suoi imprevisti, nei suoi rovesciamenti e contraccolpi; e persino nelle sue stasi e ripetizioni: al limite, nella sua monotonia». Ma il fantasma della sua passione lo spinge oltre, alla «radice del tifo» che è «reperibile qui: nel punto in cui avverti il nesso tra il tuo carattere e la sembianza, la cifra che la squadra assume ai tuoi occhi, per analogia ma anche per contrasto o semplicemente per complementarità rispetto all’immagine che hai di te stesso. Diventa una metafora della tua esistenza, la sorte della squadra – senza per questo diventare la tua stessa sorte, che sarebbe davvero troppo – è un possibile diagramma del tuo destino: o, con parole meno solenni, di come vanno o possono andarti, nel bene e nel male, le cose». Una metafora, il calcio, un gol al Chievo, una poesia. 

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