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Le canaglie della Lazio negli anni Settanta

Il romanzo di Angelo Carotenuto sulla squadra di Chinaglia e Maestrelli, ma anche su un'Italia irrequieta.

«Io non ci vado alla Juventus, mettitelo in testa. Casomai smetto di giocare».

Gli anni che vanno dal 1970 al 1977/78 sono stati anni furibondi e straordinari per questo paese. L’Italia li ha attraversati a velocità supersonica: per le strade, nelle piazze, nelle case, dentro il parlamento, negli ospedali, nei quartieri periferici, nelle borgate, nelle università, nei circoli operai, negli spogliatoi delle squadre di calcio, nelle redazioni dei giornali succedeva di tutto, nulla era destinato a rimanere fermo, ogni cosa cambiava. Le certezze di una popolazione vennero messe in discussione giorno dopo giorno, si stava da una parte o dall’altra, si moriva e si ammazzava per scelta, molti persero la vita per errore, trovandosi nella piazza sbagliata, sul treno sbagliato. Gli anarchici, i comunisti, i fascisti, le molotov, le stragi, il divorzio, l’aborto, il movimento femminista, la crisi petrolifera, il colera a Napoli, le rapine nelle gioiellerie, nelle banche, sempre più numerose, il numero di porto d’armi che cresceva in maniera esponenziale – venivano rilasciati con sorprendente facilità – la promessa del compromesso storico, la nascita delle brigate rosse. Molte di queste cose ebbero come centro Roma, o comunque la capitale è il nucleo o, se preferiamo, è il fotogramma che meglio di altri posti ci spiega gli anni settanta.

«La Lazio è un pianeta per miscredenti” […] “Siamo complessi, siamo come un terremoto che nessuno avverte».

In questa Roma sul punto di esplodere in qualsiasi momento, in cui nascere in una borgata o in un’altra, in centro o in periferia, ti segnava e ti definiva, forse più di oggi, in cui essere di destra o di sinistra non significava niente: si era fasci o si era comunisti e poi si era democristiani (almeno di facciata), in questa città meravigliosa e sfasciata c’erano, come oggi, due squadre di calcio: la Roma e la Lazio. Angelo Carotenuto nel suo bellissimo Le canaglie (Sellerio, 2020) racconta le vicende della Lazio di quegli anni calate nel rabbioso e incendiario contesto storico.

Era un squadra zeppa di farabutti eccezionali, di ottimi calciatori e di uomini rissosi, arroganti, determinati dentro e fuori dal campo. Gente che girava armata, che si picchiava nello spogliatoio, che aspettava la partitella d’allenamento per darsele di santa ragione, che stemperava la rabbia andando al poligono di tiro, che in campo spesso non si passava la palla, una squadra fortissima che in pochi anni passò dalla Serie B alla vittoria dello scudetto e poi al rischio di retrocedere di nuovo. Una squadra indimenticabile.

Giorgio Chinaglia, Pino Wilson, Martini, Nanni, Oddi, Pulici, Garlaschelli, Re Cecconi, Frustalupi, D’Amico, ma soprattutto Tommaso Maestrelli, un personaggio incredibile, partigiano, comunista, grande allenatore, persona capace di capire uomini e di gestirli. Angelo Carotenuto, per raccontarci questa storia, crea un personaggio: Marcello Traseticcio, fotografo di un quotidiano popolare romano, che ha passato gli anni Sessanta a scattare le immagini della Dolce vita, e che si ritrova a seguire la Lazio, conoscendo poco di calcio e senza aver mai tifato per nessuna squadra. Marcello è un osservatore, è malinconico, sa stare zitto e ascoltare. Ha imparato negli anni quali foto scattare e quali no. Imparerà a piazzarsi al posto giusto dietro la porta prima di un calcio di rigore, seguirà i calciatori al night, si farà rispettare da tutti loro, si legherà a Maestrelli particolarmente e per lui avranno un occhio di riguardo sia Chinaglia sia Re Cecconi.

Giorgio Chinaglia, l'allenatore Tommaso Maestrelli e Alessandro Abbondanza festeggiano la promozione della Lazio in Serie A, al termine della stagione 1971/72

«Il resto a Roma in quei giorni – be', il resto era un cassiere del Banco di Santo Spirito rapinato di 14 milioni da tre banditi coi passamontagna gialli e soprattutto il resto era Lazio-Milan, programmata il sabato vigilia di Pasqua. I biglietti erano esauriti dal lunedì sera, qualcosa si trovava alla borsa nera, dove il prezzo di una tribuna Monte Mario era salito da 10.400 lire fino a 50.000».

La storia di questa Lazio comincia con la stagione in cui vince il campionato di serie B, la prima di Maestrelli, ci sono già Wilson, Chinaglia e Martini. La Lazio non parte benissimo, i calciatori non hanno ancora inquadrato Maestrelli (che invece ha già inquadrato tutti loro), nel libro si legge di un’infuocatissima trasferta a Terni, in cui la Lazio sarà sconfitta (la Ternana vincerà poi il campionato, con la Lazio seconda). A quel tempo le trasferte erano una vera bolgia, i bus con le squadre venivano presi d’assalto, nei tunnel degli spogliatoi avvenivano veri e propri agguati. Il calcio forse più di oggi era una valvola di sfogo e le tensioni da stadio rispecchiavano quelle del tempo in cui si viveva. Le curve erano divise non solo dai colori sociali ma spesso anche da quelli politici.

I calciatori erano schierati politicamente. Martini votava Msi e non aveva paura a dichiararlo, rispondendo alla domanda di Maestrelli con un “che c’è di strano?”. Wilson sembrava democristiano ma poi si ipotizzò che simpatizzasse per Ordine Nuovo. Di Chinaglia si diceva fosse di destra ma era soltanto Chinaglia, un ribelle per fatti suoi. E in questo suo modo di essere guascone, carogna e leale, a volte c’erano comportamenti di sinistra a volte di destra. Chinaglia in quel campionato segnò 21 gol, vincendo la classifica dei cannonieri. Lui e Wilson sono i prescelti da Maestrelli quali leader della squadra, Improta viene ceduto perché non va d’accordo (per usare un eufemismo) con Chinaglia.

La Lazio 1975/76, l'ultima allenata da Maestrelli, poco prima dell'addio di Chinaglia (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

«Hanno ucciso Pasolini da poche ore […] e ci sono 50 mila persone all’Olimpico per Lazio Bologna».

Chinaglia che sonnecchia sulla panca nello spogliatoio mentre il mister parla, che Maestrelli adotta come un figlioccio, lo comprende, lo prende in casa, almeno due o tre volte a settimana Giorgione va a cena dal Mister. E non sarà il solo, casa Maestrelli in quegli anni sarà sempre aperta, diventando quasi un altro spogliatoio, il posto in cui si stemperavano le forti tensioni. Maestrelli era calmo, sapeva parlare con tutti i calciatori, trattare con i dirigenti, si faceva rispettare. Non aveva bisogno di urlare. Non sedava le risse, le gestiva. Non si oppose quando le due fazioni dei calciatori si divisero letteralmente in due spogliatoi. Era un comunista che portava un prete dalla squadra. Non esitava a chiudere a chiave lo spogliatoio lasciando dentro un paio di loro affinché si “chiarissero”.

Nel libro è riportato un suo strepitoso discorso a Wilson sulla fascia di capitano, un momento chiave, quello in cui i calciatori biancocelesti capirono con chi avevano a che fare e che si poteva vincere, non ne potevano avere la certezza ma di certo avvertirono qualcosa sotto la pelle. Uno dei capolavori di Maestrelli si verificò nella stagione dello scudetto, campionato 1973/74. La Lazio dopo un primo tempo giocato malissimo sta perdendo 1 a 2 dal Verona in casa. All’intervallo, l’allenatore, non fa entrare la squadra nello spogliatoio, la rimanda in campo, i calciatori – le canaglie – obbediscono, tornano in campo e si schierano per un quarto d’ora. Il pubblico non capisce subito, ma poi comincia a incitare la squadra in un modo incredibile. Nel secondo tempo la Lazio vincerà per 4 a 2 e comincerà a vincere lo scudetto.

«Se Maestrelli si fosse fatto prete a quest’ora sarebbe cardinale».

In ritiro i calciatori sparano, portano le armi in tasca, fanno risse nei night, al cinema. Chinaglia appena può fa a botte con qualcuno. Prima di ogni derby, i tifosi della Roma (ma immaginiamo accadesse anche il contrario) vanno a disturbare il sonno dei laziali, al punto che Petrelli (ex della Roma) apre la finestra e comincia a sparare.

La Lazio alle stelle, Chinaglia rifiuta la Juventus, così come Maestrelli che dice no ad Agnelli in persona, la Lazio che vince con calciatori che si detestano ma che poi in campo danno tutto, la Lazio che è destinata a sfasciarsi, che rischia in un paio d’anni la retrocessione con Chinaglia che non ne può più e vuole scappare (e poi scapperà negli Usa). La Lazio che finisce con la malattia e poi la morte di Maestrelli, con l’uccisione assurda di Re Cecconi che muore tra le braccia di Ghedin.

«Eppure non conta quel che si vede, conta la sensazione di far parte di qualcosa, sapere di esserci, sapere che non sei escluso. Né dal voto sul divorzio, né dallo scudetto».

Marcello tra spogliatoio, partite e giornale, racconta Roma al centro degli scontri tra fascisti e comunisti, dei morti ammazzati delle rapine in serie, del delitto Pasolini, della bomba a Piazza della Loggia a Brescia (undici giorni dopo il primo scudetto della Lazio), degli omicidi dei magistrati come Occorsio, dei primi rapimenti delle Brigate Rosse, di Almirante, Moro e Berlinguer. Bellissimi poi gli scambi tra lo scrittore Giovanni Arpino e Tommaso Maestrelli. E dopo, si legge,  di Lo Bello che prima di Lazio-Milan chiede di entrare nello spogliatoio dei romani e domanda di non lasciar giocare “l’abatino” per vendicarsi di Rivera che qualche partita prima gli aveva fatto una simulazione sotto agli occhi. Rivera quel giorno verrà impunemente massacrato, sotto gli occhi di un incredulo Rocco. La Lazio vincerà lo scudetto il 12 maggio del 1974, lo stesso giorno si vota il Referendum abrogativo sul divorzio, battendo il Foggia per 1 a 0 con un rigore di Chinaglia.

In quella squadra divisa in due gruppi sarà Luciano Re Cecconi a raccogliere il pallone e porgerlo al “nemico” Chinaglia. Gli scudetti si vincono così. Le canaglie è un libro sorprendente, un romanzo su una squadra di calcio che è un prezioso documento storico. Attraverso il pallone, agli scudetti che si cucivano a mano sulle maglie, si comprende un altro aspetto di quegli anni pazzeschi.

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