Società

Per un calcio dei corpi nuovi

Il problema del calcio con l'omofobia: perché pochissimi giocatori di alto livello hanno fatto coming out?

Odio gli sport di squadra, sono per gli sport individuali. E ancora: detesto il calcio, il calcio mi fa schifo. Questo ha pensato, detto, chiesto all’ordine delle cose, il bambino, poi adolescente, di sei, otto, quattordici anni, che veniva costretto – talvolta fisicamente, spinto, chiuso fuori casa – al bagno di umiliazione pubblica delle partite di calcio tra i palazzoni dell’Aler di Rozzano. O alle elementari, durante l’intervallo, o nelle ore di educazione fisica al liceo. Dicevo di odiare il calcio, ma la verità è che mi faceva paura.

Anche perché, poi: giocare a calcio, io non ho mai saputo giocare a calcio. Incapace, inetto, i titoli guadagnati con le mie performance: mongoloide, handicappato, babbo di minchia, tiro a banana. Non ho mai capito come si potesse imprimere a quella sfera di plastica o cuoio, attraverso il piede, la direzione auspicata. Mi sarebbero servite, pensavo, lezioni speciali, un piccolo training: ma un padre che mi insegnasse almeno le basi io non ce l’avevo, e poi i maschi sanno già giocare a calcio, puoi essere più o meno bravo, ma proprio impedito, come me, no. Io che tiravo verso centrocampo e la palla schizzava a sinistra, tiravo a sinistra e quella rimbalzava al centro. Traiettorie sbagliate, proibite. Rivelazioni. Ecco il minorato, ma hai qualche problema mentale? A te ti mettiamo in porta.

Il gioco del calcio è misura di tutte le cose – maschili. Il calcio ha rappresentato per me soprattutto un modo di entrare in relazione con l’altro, col corpo degli altri, che non mi apparteneva. Un apparato di codici e comportamenti permesso e incentivato anche da chi insegna, forma, allena. Ancora oggi, nella connivenza dei più. Il calcio, l’educazione sentimentale che ho subito e poi rifiutato. Menare, giocare a calcio: le due discipline gemelle in cui ho sempre fallito.

Eppure, piccole sporadiche isole di discontinuità ci sono state: nel terzo o quarto liceo della mia vita, capitava che durante le ore di educazione fisica giocassimo a calcio tutti insieme, maschi e femmine. Mi succedeva persino di divertirmi. Le mie compagne, incapaci come me, o più brave di me: nel disordine euforico, piccola sovversione carnevalesca, ci si liberava dal registro usuale, dal canone, si sperimentava, nessun giudizio. Forse, se avessi trovato prima vie d’accesso del genere, le cose sarebbero andate diversamente. Perché cos’è il calcio, di per sé, senza l’appropriazione, la manipolazione patriarcale?

Ancora oggi, mentre l’attivismo si diffonde sempre meglio, lasciamo che lo sport venga usato per convalidare antichi sistemi di potere. Il mondo del calcio è una delle ultime grandi roccaforti machiste – i calciatori gay non esistono, si è arrivati a dire, negli anni. Se ci fossero farebbero meglio ad andarsene, nella mia squadra non li vorrei: l’hanno sostenuto personalità importanti, figure potenti del calcio italiano. Fidanzate di copertura, desideri infognati, scissioni psichiche: chissà in che stato versano mente e cuore dei calciatori omosessuali. Che ovviamente esistono, sono sempre esistiti, anche se le società calcistiche non fanno nulla per legittimarne l’esistenza. Non si può pretendere che di colpo salti fuori dal cappello un atleta – eroe, sprovveduto, povero pazzo – che scelga di contrapporsi alla corrente, guadi il corso della storia da solo. Sono necessari azzardi, atti di rottura, si dice: ma agli interpreti del tempo nuovo viene garantito supporto, protezione? Che lavoro svolgono le società in questo senso? Qui occorre mettere a fuoco non solo delle tendenze, dei costumi: qui si tratta di responsabilità.

Justin Fashanu, attaccante inglese, fu il primo calciatore in attività della storia, nel 1990, a fare coming out. Da allora, soltanto pochi altri colleghi hanno seguito il suo esempio, quasi tutti dopo il ritiro. Il più famoso è Thomas Hitzllsperger, nazionale tedesco ex Stoccarda e Lazio (Allsport UK /Allsport)

Il calcio del futuro spero riesca a rinunciare alla sua impermeabilità alla cultura, al progresso. Compenetrare piani, sperimentare: basti pensare alle sfide che le persone transessuali e transgender pongono a un mondo diviso per compartimenti stagni. I corpi si manifestano oggi con una variabilità molto più ampia, vengono risemantizzati, ibridati. Le recinzioni di natura sono spezzate e dislocate continuamente dall’intervento soggettivo e personale del desiderio. Alterazioni biochimiche, modificazioni anatomiche, regole nuove, nuovi strumenti: il futuro dirà la sua, toccherà adeguarsi, o farsi da parte.

Di fronte a tutto ciò il mondo del calcio per ora resta cieco o volta la faccia, mantiene lo sguardo su un binarismo arcaico e vessatorio. E invece sarebbe ora che lo sport diventasse un territorio più espressivo e narrativo che punitivo, bellico. Un confronto pansomatico, di tutti i corpi tra loro, gli sportivi come emissari del nuovo e non più guardiani degli standard ereditati. Si aprirebbero – postilla utilitaristica – occasioni anche commerciali, ulteriori sentieri del branding: nel tempo che viviamo i centri identitari stanno iniziando a moltiplicarsi, persona si dice in molti più modi. Arriverà forse, chissà, a un certo punto anche il tempo delle squadre miste: formazioni mutevoli, tutte da immaginare, nelle quali le tensioni e la violenza verranno naturalmente drenate grazie alla proliferazione dei tratti e delle qualità. Mischiare, la soluzione al male è spesso mischiare di più, mischiare tutto.

Da Undici n° 34

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