Calcio Internazionale

Solskjaer non è ancora pronto per il vero Manchester United

Ha ricostruito in parte l'identità dei Red Devils, ma sembra inadeguato per andare oltre un certo limite.

Il Manchester United è indecifrabile, è una squadra in balia delle onde. Qualche volta la marea spinge nella direzione giusta, troppo spesso porta fuori rotta. In questa stagione, i Red Devils hanno messo in fila tre vittorie consecutive una sola volta – a settembre, e una partita era uno 0-3 al piccolo Luton Town in Carabao Cup – e hanno vinto una partita a Old Trafford in due mesi; però hanno anche battuto il Psg al Parco dei Principi, nella gara più difficile di tutto il girone di Champions League, e hanno schiantato per 5-0 il Lipsia. E poi ancora hanno subito un netto 1-6 dal Tottenham, occupano il 14esimo posto nella classifica di Premier League e sono riusciti a perdere contro l’Istanbul Başakşehir, in una partita che sembrava mettere di fronte una squadra non trascendentale, per non dire scarsa, contro un avversario che semplicemente non c’era. Ma questi alti e bassi sono la ripetizione di un copione già visto: nel 2020, per esempio, il Manchester ha avuto la forza per conquistare il terzo posto in campionato mettendo in fila 15 risultati utili consecutivi in Premier League, ma ha anche perso tre semifinali in pochi mesi – in Carabao Cup, Fa Cup, Europa League. Sembra chiaro come anche a questo giro il Manchester United non sia una squadra pronta, matura, all’altezza delle migliori d’Europa, della sua stessa storia.

È dall’addio di Sir Alex Ferguson che a Manchester cercano un comandante in grado di camminare nel solco dello scozzese, e i risultati sono stati piuttosto scadenti. La proprietà dei Glazer e i loro uomini d'azione hanno provato prima a iniziare un nuovo percorso a lungo termine con David Moyes, poi hanno tentato di costruire nuovi idoli in panchina, portando a Old Trafford Louis van Gaal e José Mourinho, ma senza troppo successo. L’arrivo di Ole Gunnar Solskjaer aveva contribuito quantomeno a normalizzare un po' l'ambiente, cancellando le alchimie insostenibili dell’olandese, gli artifici retorici dello Special One. Sotto alcuni aspetti la scelta si è rivelata giusta: il tecnico norvegese conosce il mondo United, lo ha vissuto da giocatore in una delle fasi più brillanti della storia del club, e ha saputo soprattutto restituire alla squadra parte di quell’identità che cercava, prima di tutto fuori dal campo.

Per provare a far ripartire l'ingranaggio, Solskjaer ha prima di tutto restituito centralità al settore giovanile: nella scorsa stagione ha pareggiato il primato di Matt Busby – vera leggenda del club – che resisteva da 67 anni, facendo esordire otto giocatori dell’Academy, e da tempo impiega più o meno costantemente Rashford, Greenwood McTominay, Lingard. Poi ha provato a svecchiare la rosa e a renderla più funzionale, cedendo quei giocatori che non avevano un impatto positivo tra campo, spogliatoio e ambiente, cioè Lukaku, Alexis Sánchez, Fellaini, Smalling, Young, Darmian. Infine ha lavorato per valorizzare gli investimenti del club: ha tentato di risollevare Pogba dopo le incompatibilità con Mourinho, ha provato a limare i movimenti da centravanti atipico di Martial, ad aspettare e coltivare l’ambientamento di Lindelof e Fred, e ha trovato pedine fondamentali in Maguire, Wan-Bissaka e Bruno Fernandes – con il neoacquisto Van de Beek che ha giocato ancora poco, ma in una stagione senza precampionato è inevitabilmente più complesso inserire un giocatore nuovo.

Grazie a questo lavoro, in alcune giornate lo United riesce a essere una squadra brillante e difficile da superare: quando può aspettare la partita e l’avversario, raggrupparsi in pochi metri alle porte della sua area di rigore, ed esplodere in verticale appena recuperata la palla – per giocare sulle qualità fisiche e atletiche di talenti come Martial, Rashford, Bruno Fernandes, Greenwood – può essere una squadra letale. C'è un però: oltre questo gioco reattivo, ritagliato sulle caratteristiche primordiali dei suoi diamanti offensivi, il Manchester offre ben poco.

«Quando deve creare gioco contro un avversario che può aspettare basso, quando l’onere di fare la partita spetta allo United, la squadra di Solskjaer fa fatica», ha scritto Jonathan Wilson su Sports Illustrated. Ecco perché da quando c’è il norvegese in panchina i Red Devils hanno battuto tre volte il City di Guardiola, due volte il Paris Saint-Germain e asfaltato il Lipsia in Champions League. Ma si intuisce altrettanto facilmente perché il Crystal Palace, il Tottenham, l’Istanbul Başakşehir – squadre che possono, e forse devono affrontare lo United con una strategia più conservativa – sono usciti vittoriosi dalla sfida con lo United.

In 102 partite alla guida dello United, Solskjaer ha messo insieme 56 vittorie, 21 pareggi e 25 sconfitte in tutte le competizioni (Stu Forster/Getty Images)

Era andata in questo modo anche nella semifinale di Europa League, ad agosto, contro un Siviglia che per tutta la durata della partita giocata a Colonia è sembrato approfittare delle debolezze, fin troppo evidenti, del suo avversario. È uno degli aspetti in cui ci si aspettava un apporto maggiore da parte di Solskjaer. Lo United non ha un piano B, anzi non l’ha mai avuto con l’allenatore norvegese, che non è riuscito ad aggiungere un’impalcatura tattica in grado di moltiplicare le qualità dei suoi giocatori migliori più che sommarle.

Una squadra così forte ma così appiattita su se stessa è inevitabilmente discontinua, e viaggia sempre al di sotto delle sue possibilità, del suo potenziale – anche se forse ancora non siamo riusciti a capire davvero fin dove arriva questo potenziale, perché ne abbiamo intravisto solo alcuni scorci. È qui che dovrebbe lavorare e migliorare Solskjaer. Ma non solo: i limiti di questa squadra sfociano nel campo dell’intangibile, in aree remote della psicologia individuale e di gruppo che si traducono in campo in momenti di totale nonsense calcistico, come nel gol subito a Istanbul da Demba Ba.

Un gol da vedere e rivedere, malgrado tutto

Forse il norvegese non è (ancora?) abbastanza grande, o pronto, per guidare questo gruppo più in alto di così. OGS ha allenato il Manchester United per oltre 100 partite, ma non ha dimostrato di poter dare alla sua squadra la forza – psicologica prima ancora che pratica – che dovrebbe avere. Forse lo United paga anche l’assenza di una figura dirigenziale che sappia fare da connettore tra tutte le parti, dal campo agli uffici del club. Quello che è sempre stato l’altro ruolo di Ferguson, che da solo teneva le redini del club in ogni settore. Solskjaer non può farlo, non può essere quel tipo di manager, se non altro perché quella figura è anacronistica, superata. Ed Woodward nelle vesti di vicepresidente esecutivo non può bastare: manca un direttore sportivo, magari uno che come Solskjaer conosca Manchester e lo United, che aiuti a tenere la barra del timone durante i momenti più burrascosi e provi a contenere la frenesia al termine di ogni sconfitta, mentre il nome di Mauricio Pochettino torna inesorabilmente in trending topic su Twitter.

Il rischio che corre la squadra in questo momento è che gli incoerenti alti e bassi di queste stagioni diventino la nuova normalità del club, che un’intera generazione di giocatori talentuosi – e con un valore di mercato superiore al loro rendimento – sviluppi una cultura sportiva che accetta questi risultati, che consideri questa la sua nuova dimensione e la nuova dimensione del Manchester United: una squadra che l’anno scorso è arrivata terza, sì, ma dopo 37 giornate vissute lontane dalla zona Champions.

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