Paolo Rossi se n’è andato a 64 anni. E sembra qualcosa di innaturale, un po’ come quando muoiono gli attori che nell’immaginario collettivo restano per sempre congelati nei loro film più belli. Può morire mai il Philip Seymour Hoffman di Onora il padre e la madre? O il Marcello Mastroianni di 8 e 1\2? Il film in cui è stato congelato Rossi è quello del trionfale Mundial ’82 in Spagna. Quello dell’inizio stentato, in cui il centravanti sembrava inadeguato, inadatto, impresentabile. Ma anche quello della rinascita, dei tre gol rifilati all’invincibile Brasile di Zico e Sócrates, della doppietta alla Polonia e della rete alla Germania in finale. Sembrava quasi la sceneggiatura di un film, dove l’uomo comune in difficoltà si trasforma in eroe, si rialza e sconfigge il nemico.

Più che un essere umano, Pablito è stato un modo di essere. Il nome più comune d’Italia, trasformato nel suo simbolo più luminoso. Tanto da esser pronunciato tutto insieme, tutto d’un fiato, paolorossi. Per molti anni, quando un italiano andava all’estero veniva subito associato al suo nome. Il connazionale più famoso di tutti, un fenomeno interplanetario. Più di Pavarotti, più di Enzo Ferrari. Basta vederlo in una foto sbiadita con la maglia azzurra e subito viene in mente l’Italia degli anni Ottanta, il risveglio dopo il decennio cupo del terrorismo. I paninari e gli yuppies, il centro di gravità permanente e l’estate che sta finendo, l’ottimismo e l’edonismo. Il suo volto sorridente di antieroe ha raccontato la luce dopo il buio, trasformando le piazze, fino a quel momento luogo di cortei e proteste, nel teatro ideale della festa collettiva.

Probabilmente non era il migliore di tutti. Molti suoi colleghi avevano più tecnica, più talento, più potenza. Eppure era furbissimo, rapido e rapace. Ha avuto il dono di trovarsi al posto giusto al momento giusto e ne ha saputo approfittare, scrivendo la storia. Lo stesso dono che non ha saputo sfruttare Totò Schillaci ai Mondiali del 90, arrivato a un passo dalla leggenda, senza mai entrarvi. Trionfo e oblio, un confine labilissimo.

Rossi è stato l’elogio della normalità, del “ragazzo come noi” cantato da Venditti, che baciato dagli dei diventa sublime. Ma la sua è stata anche una storia di redenzione. Prima di rialzare la testa in Spagna, infatti, il campione toscano era rimasto invischiato in una brutta vicenda legata al Calcioscommesse. Rossi era stato accusato di aver concordato un pareggio nel match fra l'Avellino e il suo Perugia. Un incontro giocato il 30 dicembre del 1979 e terminato proprio in parità: 2-2. Venne squalificato per due anni. «Non avevo idea di cosa fossero le scommesse», raccontò in seguito, «mi crollò il mondo addosso. Pensavo al classico pareggio accettato da due squadre che non vogliono farsi del male». Sembrava la fine di tutto, e invece era solo l’inizio. Rientrò nel 1982 con la maglia della Juve. Giusto in tempo per disputare tre partire di campionato. Mister Bearzot lo aveva aspettato nonostante tutto. Nonostante il parere contrario dei giornalisti e degli addetti ai lavori, che gli preferivano il capocannoniere Roberto Pruzzo. Ebbe ragione il ct. Esiste plot cinematografico migliore di questo?

Dopo la conquista del Mondiale e del Pallone d’oro, Pablito giocò altre tre stagioni con la Juventus vincendo una Coppa dei Campioni (quella dell’Heysel), una Coppa delle Coppe, uno scudetto e una Coppa Italia. Poi, a fine carriera, arrivarono le stagioni anonime al Milan (dove segnò solo due reti, ma tutte all’Inter, restando così anche nei cuori dei tifosi rossoneri) e al Verona. Ma la sua impronta nell’immaginario collettivo l’aveva già data anni prima in Nazionale. Ed è un privilegio che resterà per sempre.