Due anni fa stavano per scomparire, ora i Columbus Crew giocheranno la finale della MLS

Tutto merito dei tifosi, o quasi.
di Redazione Undici 11 Dicembre 2020 alle 15:36

Sta per finire una delle stagioni MLS più complesse di sempre: la pandemia ha costretto la lega a modificare la formula del campionato, così è stato creato un torneo intermedio (MLS is Back Tournament) che ha anticipato la ripresa della stagione regolare, poi ripartita con un format ridotto. Ora siamo quasi alla fine di questo lungo percorso: il 12 dicembre si gioca la finale dei playoff, che vale per la vittoria della MLS Cup, tra Columbus Crew e Seattle Sounders. La franchigia dello stato di Washington potrebbe centrare il secondo titolo consecutivo, mentre per i Crew la vittoria finale potrebbe chiudere un cerchio che si è aperto nel 2018: la squadra di Columbus stava infatti per scomparire, a causa di un trasferimento ad Austin, in Texas.

Tutto è cominciato quando Anthony Precourt, ex proprietario dei Crew, aveva deciso di cambiare la sede della franchigia. La città individuata per il trasferimento dall’Ohio era appunto Austin, duemila chilometri più a Sud di Columbus. Secondo lui c’era un maggior potenziale commerciale, ma i tifosi non erano d’accordo: venne creato un movimento di protesta ufficiale, chiamato “Save The Crew”, che è andato oltre l’Ohio, coinvolgendo tantissimi appassionati di soccer in tutti gli Stati Uniti. Questa vicinanza trasversale alle sorti dei Crew va ricercata nella storia della società: fondata nel 1995 insieme alla MLS, è stata la prima a vendere 10mila abbonamenti; inoltre nel 1999 Columbus è diventata la prima città dotata di uno stadio costruito appositamente per il calcio. Insomma, i Crew sono stati riconosciuti come un patrimonio calcistico nazionale, e così una cordata di imprenditori – guidata dalle famiglie locali Edwards e Haslam – ha deciso di rilevare il club, e di mantenere la sede a Columbus. Al termine di una battaglia legale, i Crew hanno cambiato proprietà e hanno avviato la ricostruzione che li ha portati fino alla finale della MLS. Anche Anthony Precourt, nel frattempo, è riuscito a coronare il suo sogno: dal prossimo anno, il suo Austin FC diventerà la 27esima squadra iscritta alla lega.

La finale si giocherà al Mapfre Stadium, il famoso stadio di casa dei Crew. Nonostante, come detto, si tratti di un impianto con un certo peso nella storia della società e del calcio americano, il progetto della nuova proprietà è ambizioso, strutturato, radicato nella comunità locale ma anche aperto al futuro: nell’estate 2021, infatti, dovrebbe essere inaugurato un nuovo stadio, che sarà in grado di ospitare oltre 20mila spettatori. Pure la squadra è stata costruita in maniera coerente: il roster non ha subito grossi stravolgimenti, anzi gli acquisti più importanti di quest’anno – Nemeth e Boateng – hanno inciso davvero poco, a differenza di giocatori già presenti in rosa che sono stati letteralmente rivitalizzati, tra cui soprattutto il portoghese Pedro Santos e l’attaccante Zardes, ex dei Los Angeles Galaxy; dal 2013 al 2018 il tecnico dei Crew è stato Gregg Berhalter, attuale ct della Nazionale maschile, sostituito poi Caleb Porter, già campione MLS alla guida dei Portland Timbers, nel 2015. Proprio Porter, quando ha accettato l’incarico, ha affermato di essere un allenatore «sempre in cerca di una storia, non solo di un lavoro: ho detto sì ai Crew perché mi piace la loro tradizione, apprezzo il fatto che i fan abbiano avuto un ruolo così importante nella storia della società. Vogliamo rinvigorire la squadra, magari riportando un grande trofeo a questa comunità». Manca davvero poco alla realizzazione di questo proposito: l’ultimo – e unico – trionfo dei Crew in MLS risale al 2008. Tornare a vincere dodici anni dopo sarebbe un bel modo per chiudere tutti i conti con il passato.

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