Le squadre dell’anno della Uefa non hanno un valore scientifico, e in realtà non sono neanche davvero indicative dei migliori undici giocatori di un anno solare nei campionati e nelle competizioni europee. Però possono aiutare a fotografare un momento storico particolare, una tendenza di lungo periodo. Nella squadra dell’anno del 2020 ci sono solo due giocatori della Liga spagnola: Sergio Ramos e Lionel Messi. In effetti nessun altro avrebbe meritato il posto di Ronaldo, Lewandowski, Neymar o Alphonso Davies. E anche gli inserimenti di Ramos e Messi sarebbero discutibili. C'è una differenza evidente rispetto al recente passato, rispetto agli ultimi anni in cui la Liga è sempre stata spesso molto rappresentata in questo premio collettivo: il campionato spagnolo forniva quasi sempre sei o sette giocatori alla formazione dei sogni, addirittura nove nel 2015. Qualcosa è cambiato, e la squadra dell’anno Uefa 2020 aiuta a inquadrare un calo di qualità, di bellezza, di valore globale, della Liga.

Guardare le partite del campionato spagnolo nell’ultimo periodo è infatti diventato noioso: si segna meno, si crea meno, si inventa meno calcio rispetto a due, tre o quattro stagioni fa. Ci sono meno emozioni, in generale: sempre meno partite vengono risolte con azioni collettive brillanti o con giocate individuali, ovvero le cose che rendono una partita molto più appetibile per uno spettatore neutrale. Negli anni Dieci le squadre spagnole sono state divertentissime e fortissime, anche in Europa, dove hanno esercitato un dominio sulle competizioni internazionali senza precedenti: le vittorie del Real Madrid e del Barcellona in Champions League; quelle di Siviglia e Atlético Madrid in Europa League; i derby nazionali in finale, in semifinale, spesso sono stati confronti emozionanti risulti negli ultimi minuti. Erano tutti segnali dello stato di benessere di una lega che esprimeva il calcio più bello, a tutti i livelli.

Certo, un ricambio generazionale è logico, comprensibile. E soprattutto non è detto che sia possibile farlo in maniera indolore. Ma come alibi può valere fino a un certo punto. Real Madrid e Barcellona, in questo senso, sono la punta dell’iceberg. Quest’anno verosimilmente faranno fatica a superare quota 80 punti, e magari l’Atlético Madrid riuscirà a ripetere il successo del 2014; non hanno più rose nettamente superiori alle migliori squadre europee, non riuniscono i migliori talenti del mondo in sigle mediatiche come la Bbc o la Msn. Insomma, non restituiscono più la sensazione di onnipotenza di prima. Il Clásico dello scorso dicembre è stata una gara simbolica per molti motivi: per la prima volta dal 2003 entrambe le squadre sono arrivate allo scontro più atteso da una sconfitta, e alla fine i tre punti sono andati a quella che ha nascosto meglio i suoi problemi, a quella che li ha manifestati meno.

In questa sintesi ci sono Messi, Benzema, Kroos, Griezmann, eppure si notano chiaramente le falle di sistema del Real Madrid come del Barcellona

Nell’ultimo decennio il Barcellona ha trasformato la squadra più bella del mondo in una macchina dalla precisione meccanica, ma ripetitiva e prevedibile; il Real Madrid, invece, non riesce a uscire dallo schema dettato dai suoi veterani, finendo il più delle volte a cercare di risolvere le partite passando da una serie infinita di cross verso l’area. I problemi delle due big di Spagna di riflettono e si ritrovano, in scala minore, anche in tutte le altre squadre di un campionato che per dieci anni, proprio grazie alla classe media, è stato il laboratorio tattico più illuminato d’Europa – non a caso questa fase storica è stata piena di squadre iconiche guidate da allenatori eccellenti, per esempio l’Espanyol di Pochettino, l’Athletic Club di Bielsa, il Betis di Quique Setién, il Celta Vigo di Luis Enrique. Oggi invece la Liga sembra un campionato statico, piatto, anche nelle idee. In Liga il campo sembra sempre piccolissimo, ristretto da un gioco orizzontale che aiuta chi non ha il pallone a schierarsi per difendere come preferisce, nel miglior modo possibile: l’esatto opposto del calcio degli anni Venti, che sta evolvendo in maniera netta e sta diventando un gioco più forte, più frenetico, con nuove esigenze – ad esempio quella di allungare e allargare il campo in ogni direzione per generare nuovi spazi.

Se Real Madrid e Barcellona, così come l’Atlético, hanno disponibilità economiche che le rendono comunque competitive entro certi limiti, tutte le altre squadre finiscono per arenarsi in progetti fallimentari. Alcuni per una gestione societaria incompetente, come il Valencia, che ha sperperato asset più che validi; chi per una gestione sportiva senza una vera direzione, come il Betis, che avrebbe giocatori di qualità superiore in Fekir o Canales, o altri di buon livello in Bartra e William Carvalho, ma sembra sempre la squadra più fragile del mondo. L’unica che resiste e riesce a replicarsi senza passare per un disastro sportivo è il Siviglia, che però con Monchi sembra aver trovato una specie di formula magica che permette di individuare allenatori e giocatori giusti al momento del bisogno. E alla fine vince l'Europa League.

Nel gol del Celta Vigo la palla attraversa l’area di rigore del Betis fino a cadere sui piedi di Santi Mina: esiste un livello più basso di attenzione, competitività, cura dei dettagli?

Sta succedendo, in Spagna, l'opposto di quando accade nell’attuale Serie A: in Italia ognuna delle venti squadre è riconoscibile, ha un’identità e una sua forza che riesce a individuare e sviluppare, e la somma di queste singole identità ha generato un campionato sorprendentemente interessante. In Spagna sembra di vedere il negativo della stessa fotografia. È sempre più difficile produrre qualcosa di nuovo e allo stesso tempo vincente. Anche chi riesce ad eccellere rispetto alle sue ambizioni iniziali sembra comunque legato a una carenza di concorrenza. Come nel caso di Getafe e Granada: la squadra di José Bordalás ha uno stile di gioco così peculiare, e poco legato al pallone, che difficilmente potrà sviluppare giocatori spendibili in contesti differenti o ambire a risultati sempre migliori; il Granada invece è una squadra organizzata sul gioco di posizione e su diverse variazioni tattiche che permettono di modellarsi sull’avversario di turno. È una squadra che può gestire il pallone o attaccare in verticale, ma la sensazione è che sia già arrivata a un punto di saturazione – anche perché gli elementi chiave, ovvero Gonalons, Darwin Machis e Soldado, non particolarmente spendibili a livelli più alti – e che da un momento all’altro potrebbe sgonfiarsi.

Un esempio diverso, da valutare su un periodo più lungo, è quello del Celta Vigo, che a differenza di Getafe e Granada è davvero imbottito di talento. Però il punto è proprio qui: il club galiziano viene da un paio di stagioni in cui si è salvato dalla retrocessione per un soffio, tirato per i capelli dal capitano Iago Aspas. Solo un paio di mesi fa, con l’arrivo del Chacho Coudet in panchina, il Celta sembra aver trovato la sua identità e una quadratura. La squadra di Vigo è l’archetipo di un campionato che adesso il più delle volte non riesce a canalizzare nella giusta direzione il talento, dopo anni di grandi invenzioni e di sviluppo di qualità forse anche dove non ce n’erano.

«Riuscite ad immaginare un calcio con rischi minimi, pieno di passaggi orizzontali e senza sbilanciamenti? Non immaginatelo, accendete la televisione». Inizia così un articolo pubblicato su El Confidencial che parla dello scarso appeal della Liga, facendo leva soprattutto sull’assenza di dribbling nel campionato: «Da tempo la paura della sconfitta domina un campionato spagnolo che ha spinto il dribbling verso la sua estinzione. La giocata individuale è una cosa del passato. Un aspetto atavico del gioco diventato obsoleto a fronte di proposte di massimo controllo che cercano di ridurre al minimo il margine di errore». Nell’articolo intervengono anche diversi allenatori di settori giovanili, tecnici professionisti che spiegano come in Spagna non si producano più talenti universalmente forti, ma solo giocatori di sistema, elementi che sono ingranaggi perfetti per il gioco di posizione, quindi atleti che difficilmente potranno andare oltre certi limiti. In questo senso si può leggere una corrispondenza con le difficoltà della classe del ‘96 di talenti spagnoli. Fino a pochi anni fa – quando erano tutti giovani promesse – sembrava l’ennesima generazione d’oro spagnola destinata a dominare il calcio europeo. Invece oggi la curva di crescita degli Asensio e dei Ceballos, dei Fabián Ruiz e dei Pablo Fornals, dei Junior Firpo e dei Jesus Vallejo (che è 1997) sembra sinistramente piatta: giocatori che quest’anno compiranno 25 anni e che a quest’ora ci saremmo aspettati di vedere nelle vesti di protagonisti ai livelli più alti. Solo che evidentemente l’evoluzione del gioco è andata in un’altra direzione.

Questo non vuol dire che in Spagna non si produca più talento di un certo spesso. Bryan Gil, esterno dell’Eibar, è un talento grezzo che merita almeno una puntata al piano superiore. Ma la l’eccezione di Bryan Gil è appunto un’eccezione, per la Liga. E forse qualche anno fa avrebbe fatto parte di una rosa di una decina di giovani promesse. Allora se la Premier League è diventato negli anni indubbiamente il miglior campionato d’Europa, pur con tutti i suoi problemi, se la Serie A si sta trasformando nel laboratorio tattico più interessante, la Liga invece si sta appiattendo, sta invecchiando e perdendo brillantezza, appeal, qualità e capacità di rinnovarsi. È ancora possibile invertire la rotta e tornare il campionato più bello di tutti. Ma prima bisogna capire come arrestare la caduta.