Il rito sacro è salvo. Come nella migliore tradizione del nostro Paese, è stata messa la pezza all'ultimo minuto. E l'Italia ha evitato un'Olimpiade dimezzata. Di più: anonima, spersonalizzata. Senza bandiera e senza inno tricolore. Come se i nostri atleti fossero apolidi, cittadini del mondo, privi di una rappresentanza identitaria e geografica. L'opposto del sovranismo, e per un incredibile contrappasso è tutto figlio di una manovra politica firmata Lega, firmata Giancarlo Giorgetti. Che all'epoca del primo governo Conte, quello con Di Maio e Salvini vice, rivestì il ruolo chiave di sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Fu lui a ideare e partorire la riforma che venne approvata il 30 dicembre 2018, e che sta facendo discutere da poco più di due anni. Una riforma che secondo molti, tra cui il Comitato Olimpico Internazionale, aveva messo in discussione l'autonomia dello sport: una nuova struttura – Sport e Salute – aveva infatti sostituito la vecchia Coni Servizi Spa, l’azienda che si occupava di distribuire i finanziamenti statali destinati allo sport.

L'istituzione di Sport e Salute ha determinato una frattura profonda con il Coni, presieduto da Giovanni Malagò, e con il CIO: nel 2019 questo nuovo ente ha ricevuto 368 dei 408 milioni destinati al finanziamento delle varie federazioni sportive, quando prima questa ripartizione era affidata direttamente al Coni, attraverso una sua emanazione – Coni Servizi Spa, come detto. I detrattori hanno più volte sottolineato che era dai tempi del fascismo che l'autonomia dello sport in Italia non subiva un attacco così violento. Da circa due anni è partita una battaglia politica che ieri ha vissuto il suo ultimo atto, con la resa del governo. In piena crisi istituzionale, con il presidente del Consiglio Conte in procinto di salire al Quirinale per rassegnare le dimissioni, si è dovuto trovare il tempo per approvare un decreto legge che sanasse la lesione istituzionale e consentisse di fermare la procedura punitiva che questa mattina sarebbe stata ratificata dal CIO in vista dei Giochi di Tokyo. Secondo cui gli atleti italiani sarebbero stati accettati alle Olimpiadi solo su base individuale, non in quanto rappresentanti di una nazione. Uno schiaffo che avrebbe conferito all'Italia lo status di Paese impresentabile. Come avvenuto in passato con Kuwait, Russia, Bielorussia. Per i nostri atleti sarebbe stata una mortificazione troppo dura da sopportare. E per il nostro Paese sarebbe stata un'umiliazione storica.

Le Olimpiadi sono ben più di un evento sportivo. Sono una delle rarissime manifestazioni in cui un atleta sente di rappresentare realmente una nazione. Sa che ha addosso gli occhi di un intero Paese, anche quando il suo è uno sport che per quattro anni viene seguito in tv solo a orari e su canali improbabili. Le Olimpiadi sono un evento magico, si crea un'alchimia irripetibile. Soltanto durante quelle due settimane sport considerati minori assumono un'importanza superiore al calcio. Ed è proprio durante il rito della premiazione, con il tricolore issato e l'inno che parte – in caso di medaglia d'oro – che l'atleta, con la sua emotività, disvela l'universo di sacrifici e abnegazione che hanno reso possibile vivere quel momento straordinario.

A Rio, nel 2016, Federica Pellegrini è stata la portabandiera dell'Italia, quarta donna ai Giochi estivi dopo Miranda Cicognani, Sara Simeoni, Giovanna Trillini e Valentina Vezzali, alfiere azzurra alle Olimpiadi di Londra nel 2012 (Jamie Squire/Getty Images)

Il sacro rito è stato salvato, dicevamo. All'ultimo momento utile, la lesione è stata sanata. Se non fosse profondamente triste per il nostro sport, sarebbe quasi divertente leggere il contenuto del decreto firmato ieri. Sembra un provvedimento riguardante una separazione matrimoniale. Ci sono la divisione dei beni, dei figli (in questo caso dei dipendenti), delle competenze, e – va da sé – della cosiddetta cassa. Perché, come detto, le federazioni erano state svuotate del proprio potere finanziario. Di fronte a una brutta figura internazionale, che sarebbe stata soprattutto politica, l'Italia ha preferito fare marcia indietro. Anche perché sarebbe stata amplificata dalla recente vittoria dell'Italia sul terreno della politica sportiva: la conquista delle Olimpiadi invernali del 2026, che si disputeranno a Milano e a Cortina d'Ampezzo. Lo scontro con il Comitato Olimpico avrebbe potuto avere conseguenze ancor più drastiche, con questo evento così importante alle orizzonte.

Il decreto legge firmato il 26 gennaio 2021, poche ore prima del pronunciamento definitivo del CIO, ha posto la parola fine al contenzioso. E, come spesso accade al termine uno scontro, ci sono i vincitori e i vinti. E ieri è stata certamente la vittoria di Giovanni Malagò numero uno del Coni, che ha cominciato quasi in solitaria questa battaglia contro la riforma approvata dal primo governo Conte. Ma al suo fianco Malagò si è ritrovato un alleato prezioso e apparentemente privo di punti deboli: lo stato maggiore dello sport olimpico. Lo sport è una forza politica transnazionale, con un proprio governo e con proprie leggi. Non ammette ingerenze da parte dei Paesi membri. È come se il CIO fosse un governo autonomo. E alla fine, il braccio di ferro lo ha vinto Malagò. Politicamente, è stato uno scontro con tante chiavi di lettura. La principale, tutta italiana, è quella classica: Roma contro Milano. Ma qui ci soffermiamo, ovviamente, sull'aspetto sportivo. E chi ama lo sport non può che essere felice e soddisfatto della conclusione.

Alle Olimpiadi di Tokyo, Covid permettendo, avremo quindi il tricolore a rappresentare l'Italia. Avremo il nostro portabandiera, che non è stato ancora individuato. E ascolteremo l'inno di Mameli quando i nostri atleti vinceranno le medaglie d'oro. Sembrano cose scontate, inalienabili, eppure ieri eravamo a un passo dal dover rinunciare a tutto questo. Poi abbiamo evitato il pasticcio, proprio all'ultimo istante disponibile. Il resto lo lasciamo alle cronache politiche.