Edin Dzeko potrebbe lasciare la Roma. Di nuovo. La Roma potrebbe perdere il suo capitano. Di nuovo. Da Roma potrebbe andar via un giocatore che sembrava aver deciso di fermarcisi. Di nuovo. La Roma potrebbe essere costretta a ricominciare tutto da capo. Di nuovo. Un fisico diventato piuttosto famoso grazie a linguacce fotogeniche ed equazioni rivoluzionarie disse che la follia consiste nel ripetere la stessa azione fino alla nausea aspettandosi ogni volta un risultato diverso. Immagino la nausea dei tifosi romanisti di fronte all'ennesima ripetizione della stessa azione: prima Totti, poi De Rossi, ieri Florenzi, oggi Dzeko, ogni sei mesi, dodici al massimo, si ricomincia dallo stesso punto. La teoria vuole che ogni iterazione del processo avvicini al risultato desiderato, ma cosa succede quando il risultato desiderato non è chiaro? A Roma sembrano incastrati in un loop infinito, intrappolati nella convinzione che il successo sia sempre a una rimozione di distanza: andato via Totti saremo liberi dall'ingombro della nostalgia; liberi da De Rossi e liberi da quel provincialismo che tante volte ci ha impedito di raggiungere il traguardo; andato Florenzi e andata quella romanità imbarazzante, quelle corse ad abbracciare la nonna che ci fanno fare brutta figura con il pubblico internazionale; via Dzeko e via quell'arroganza che pretende di mettere in discussione l'autorità dell'allenatore-manager. Tolto tutto questo, però, cosa rimane?

C'è una brutalità sospetta nella maniera in cui la Roma ha gestito e gestisce certe situazioni: dietro la freddezza della posa manageriale si intravede la fragilità che muove il meccanismo di compensazione. La Roma è stata per anni oggetto di una narrativa che la voleva provincia sentimentale e nostalgica, pezzo di strapaese in un calcio che andava spedito verso la globalizzazione, luogo di indugi e indulgenze ormai inaccettabili nel tempo delle squadre-aziende, ambientazione per telenovelas calcistiche fatte di tradimenti, menzogne, ripensamenti, riconciliazioni, innamoramenti. Nella Roma di oggi c'è l'ansia di far dimenticare il passato, si avverte l'urgenza di dimostrare che i capitani d'impresa non stanno solo a Milano e a Torino: nell'A.S. Azienda non c'è romanità o anzianità che giustifichi trattamenti preferenziali, non c'è dipendente che possa permettersi di disturbare il dirigente o dirigente a cui sia permesso di mancare l'obiettivo previsto per il prossimo quarter, non c'è tempo da dedicare alle pretese di Totti, ai dubbi di De Rossi, alle frustrazioni di Florenzi, ai malumori di Dzeko.

Ma nonostante lo sforzo di cambiare tutto, tutto resta come prima: la Roma, come Roma, è stata fatta e disfatta, ingrandita e rimpicciolita, costruita e distrutta troppe volte, e i resti di quel che è stato ormai occupano tanto spazio che non c'è più posto per quel che sarà. Quante volte, negli ultimi dieci anni, la Roma, come Roma, ha ricominciato tutto da capo? Come si spiega, allora, quest'ansia di essere fermi, sempre nello stesso posto, sempre nello stesso momento? Come si può accettare il terrore che tutto sia già successo nel passato e che succederà ancora in futuro? Come si fa a uscire da questa storia che la prima volta è tragedia, poi farsa, di nuovo tragedia, ancora farsa?

Jean Cocteau parlava di Roma come si parla dei cimiteri: «Roma, tante volte sotterrata e dissotterrata, continua nel suo solenne seppellimento. Non vi è cosa che non si inclini, che non ceda, che non si comprima e che non scavi la propria fossa». Negli ultimi anni la Roma ha inclinato, fatto cedere, compresso tutti gli uomini speciali che ne hanno indossato la maglia. Dzeko è solo l'ultima (ma anche l'ennesima) ripetizione di questo ciclo, forse la più incomprensibile perché stavolta tutto sembrava messo al posto giusto: la proprietà nuova (e straniera), l'allenatore innovativo (e straniero), la squadra giovane e stuzzicante, il capitano gentile nei modi ed esperto nelle cose di campo (e straniero). Dzeko sembrava l'uomo giusto per l'ennesima (l'ultima?) rifondazione, apprezzato per i suoi cento e rotti gol con la maglia giallorossa ma amato soprattutto per aver rifiutato prima il Chelsea, poi l'Inter, infine la Juventus: d'altronde, i gol segnati dicono “solo” quanto sia forte, le offerte rifiutate raccontano quanto ci tenga alla Roma e a Roma.

Ma anche questa volta la tragedia si è consumata, la farsa si è ripetuta: in altre occasione era stata una sconfitta per 7-1, stavolta è stata una partita (enfasi su una) persa due volte (enfasi su due), prima in campo e poi a tavolino. E anche questa volta della tranquillità indispensabile nei momenti di passaggio restano i frantumi fatti di sfuriate negli spogliatoi, di allenamenti a parte, di convocazioni mancate e di risposte negate in conferenza stampa. Tra la ritrovata autostima e la crisi di nervi c'è una sconfitta in casa con lo Spezia e una sostituzione di troppo, tra scendere in campo con la fascia di capitano al braccio e seguire la partita in tv c'è una parola di troppo. D'altronde, la storia di Roma è anche la storia di incendi incontrollabili, inarrestabili, impossibili. Eppure ci stupiamo sempre di come basti una scintilla per appiccare il fuoco (you can't start a fire without a sparkDancing in the dark non sarebbe male come nuovo inno della Roma).

Edin Dzeko si è trasferito alla Roma nell'estate del 2015: da allora, ha disputato 242 con la maglia giallorossa, e il suo score è di 114 gol segnati (Mario Carlini /Iguana Press/Getty Images)

Certe volte la Roma, come Roma, sembra ormai incapace di vivere la tranquillità, di godere della quiete. Ne La dolce vita Maddalena dice a Marcello di voler lasciare la città, di non voler incontrare nessuno. Marcello le risponde spiegando perché a lui Roma piace tantissimo: «È una giungla, tiepida, tranquilla, dove ci si può nascondere bene». Roma, come la Roma, oggi è un deserto bollente e caotico, senza un angolo in cui ripararsi dal calore e sfuggire al rumore, tutto è esposto e noto, non c'è modo di mantenere un segreto e nascondere i problemi. Una città in cui un allenatore e un calciatore, un dirigente e un presidente, non possono litigare senza poi sentire le loro parole recitate in filodiffusione è un luogo ostile alla vita calcistica. Forse alla Roma, come a Roma, chiunque provi a esercitare il potere (sindaco o allenatore, amministratore delegato o direttore sportivo cambia poco) è destinato a fallire perché non c'è modo di non esser visti, di non farsi sentire, di essere ignorati: Elias Canetti scriveva che «il segreto sta nel nucleo più intimo del potere», e senza l'uno non c'è l'altro, e senza potere non c'è successo.

Forse restare alla Roma, come a Roma, è impossibile perché è una sfida all'istinto di autoconservazione. Amare Roma significa arrendersi e lasciarsi schiacciare da una forza che spinge verso di sé, verso il basso, verso il passato. Accettare Roma significa arrendersi alla forza che ti inclinerà, ti farà cedere, ti comprimerà: «Roma è una droga e io sono un tossico. Se Roma è una malattia, me la sono presa pure io», dice Nicola Lagioia a chi gli chiede di spiegare il luogo terribile de La città dei vivi, il posto degli orrori di Luca Varani, Marco Prato e Manuel Foffo. La città che non giudica ma assolve di cui parlava Flaiano è ormai degenerata nella città dell'indulgenza plenaria, un luogo di libertà inebriante che trasforma chiunque ci si fermi nella versione più libera (e quindi incontrollabile) di se stesso, un posto in cui la logica sembra meno stringente che altrove, un punto della realtà che scivola sempre più lontano dal reale, un pezzo di mondo che diventa impossibile comprendere dalla cronaca (perché tutto nella cronaca sembra inverosimile) e che resta conoscibile solo nel romanzo (perché tutto nel romanzo è credibile).

Persino un ragazzo tranquillo, discreto, quieto come Edin Dzeko si trasforma in un Kit Carruthers e viene trattato come gioventù bruciata in questa Roma che sforma, trasfigura, mostrifica. Forse il problema della Roma, come di Roma, sta in questo: è una città, un'esperienza che rende sconosciuti e inconoscibili come i quartieri delle poesie di Pasolini. E in un luogo in cui nessuno resta uguale a se stesso, tutto resta fermo allo stesso momento, in un'eternità angosciante alla quale ci si può arrendere, diventandone parte, o dalla quale si può scappare, accettando i rimpianti.