Stupirsi per la prestazione dominante di Marco Verratti a Barcellona, nell'andata degli ottavi di Champions League, significa non aver seguito con attenzione il percorso evolutivo nelle ultime due stagioni. Oppure, più maliziosamente, significa essere ancora vittima di quel pregiudizio che porta a non vedere – o, almeno, a non vedere abbastanza – i miglioramenti di un calciatore che, nell’immaginario comune, è ancora fermo all’espulsione contro il Real Madrid nel 2018, o alle due brutte prestazioni nello spareggio mondiale contro la Svezia.

La situazione è ben diversa: non solo in virtù di quanto è successo al Camp Nou, si può affermare che Verratti è diventato un giocatore superiore, che appartiene alla stessa dimensione cui appartenevano Xavi e Iniesta. Ovvero quei giocatori che, nella decina di partite in cui comparivano sui nostri teleschermi in chiaro e in prime time, ci mostravano tutta la distanza – geografica ma anche filosofica e culturale – che c’era tra il loro calcio e il nostro calcio. Questo non vuole dire, ovviamente, che Verratti sia diventato come Xavi e Iniesta, che diventerà come loro, o che lo spirito d’emulazione della “generazione Barcellona” abbia finalmente prodotto una copia conforme agli originali; semplicemente il ragazzo che lasciò Pescara senza nemmeno un anno di apprendistato in Serie A è diventato un giocatore in grado di essere protagonista assoluto in una partita di alto (e altro) livello; di avere, in quella partita, un impatto tecnico, tattico e psicologico che lo faccia associare a quei giocatori; di mostrare una continuità che lo renda degno di certi paragoni, ormai slegati da fantasie e narrazioni giornalistiche, perché oggi sono poggiati su solidi riscontri fattuali. È una questione che riguarda la differenza tra il reale e il percepito, tra ciò che Verratti doveva essere e ciò che effettivamente è diventato, andando oltre se stesso, oltre i suoi limiti, oltre la profonda discontinuità del progetto tecnico del Psg – che dal 2012, anno dell'arrivo di Verratti, ha cambiato quattro volte allenatore.

Il dominio che Verratti è ormai in grado di esercitare – sempre e comunque e indipendentemente dal contesto – è l’espressione di una superiorità, di una consapevolezza di sé e dei propri mezzi che faticavamo a riconoscergli perché troppo impegnati a giudicarlo e raccontarlo attraverso il filtro della proiezione ideale e stereotipata che avevamo di lui, della sua parabola di carriera. Quella, cioè, che lo voleva come naturale erede di Andrea Pirlo sia per ciò che riguarda il ruolo – regista davanti alla difesa – che per il dover diventare l'organizzatore di gioco in una big europea, oltre che della Nazionale. Si tratta di un bias cognitivo che troppo a lungo ha impedito di comprendere chi sia realmente Verratti e cosa possa, sappia o debba fare su un campo da calcio, che in qualche modo ha finito per compromettere una valutazione davvero oggettiva delle sue prestazioni e del suo impatto nella sua squadra, nel senso letterale del termine: in occasione della sconfitta interna di domenica sera contro il Monaco, il centrocampista abruzzese avrebbe dovuto osservare un turno di riposo,  ma poi stato inserito quasi per disperazione al 55esimo minuto – non a caso, prima del suo ingresso in campo, l’hashtag #Verratti è diventato trend topic su Twitter, e i tifosi sottolineavano come «con Verratti è una cosa, senza di lui un’altra», e va detto che tra i parigini mancavano pure Neymar e Di Maria.

L'imprescindibilità di Verratti è stata chiara fin dal primo giorno di lavoro per Mauricio Pochettino come allenatore del Psg: «Parliamo di un giocatore con grande abilità nella lettura del flusso della partita, che ci permette di conservare il possesso e di far uscire la palla dalla difesa nel modo che vogliamo per creare occasioni. In fase offensiva , poi, il suo apporto è ancora più determinante per come è in grado di generare situazioni pericolose con una singola giocata: per me è davvero un grande giocatore», ha detto il tecnico argentino dopo il 4-1 del Camp Nou, una partita in cui Mbappe ha rubato la scena, ma di cui Verratti è stato il vero vincitore.

Pochettino, in effetti, sembra essere il secondo allenatore – dopo Zeman – ad aver sviluppato con lui una connessione tecnica e umana immediata: l'ha messo al centro del suo progetto, sfruttando l’intuizione che Thomas Tuchel ebbe nel 2018, quando Verratti era ancora alla ricerca della sua dimensione definitiva: «Preferisco che Marco giochi da numero 8, anche perché non credo che abbia la pazienza necessaria per giocare da numero 6. Chiede sempre la palla e cerca sempre la soluzione offensiva, per questo è molto importante per noi. Può tranquillamente giocare con Rabiot oppure con altri tre centrocampisti, ma sempre da numero 8», disse il tecnico tedesco commentando lo spostamento da pivote a mezzala di possesso per assecondare la natura immediata e verticale delle sue giocate, e allo stesso tempo mettendo da parte i principi del gioco posizionale.

Pochettino ha accentuato ulteriormente questa tendenza, avanzando la posizione di Verratti e affiancandogli un giocatore come Paredes – cui è deputata la prima costruzione, in modo da massimizzare gli effetti della sua creatività negli ultimi trenta metri. Di fatto Verratti è oggi un “8” e un “10” allo stesso tempo, la mezzala che consolida il possesso e il trequartista cui è demandata la rifinitura: il suo gioco è la dimostrazione pratica del teorema per cui quello del regista non è più un ruolo vincolato a una posizione specifica ma un insieme di compiti e funzioni demandato a chi ha una visione ampia e totale del campo.

Nell'assist servito a Kean durante la gara col Saint-Etienne, si vede chiaramente come Verratti interpreti un ruolo nuovo, diverso, più offensivo rispetto al passato

La partita contro il Barcellona, in questo senso, è la polaroid ideale di questo Verratti 3.0 calcisticamente maturo e consapevole, finalmente affrancato dal peso di dover essere un tipo di giocatore che non è, e che forse non è mai stato: in fase di non possesso, agendo da sotto-punta in un 4-2-3-1 spurio, è stato determinante nello schermare Busquets, sporcandogli ogni linea di passaggio e impedendogli di far progredire l’azione in verticale con la rapidità necessaria; quando la palla ce l’aveva il Psg, invece, Verratti si è mosso da rifinitore puro a ridosso delle tre punte in un 4-2-1-3 in cui Mbappe, Icardi e Kean giocavano molto stretti, e con Gueye, Paredes e Marquinhos che si occupavano dell’uscita del pallone dalla difesa. Una posizione che ha ben presto mandato fuori giri le rotazioni difensive di un Barcellona: la squadra di Koeman si è spesso trovata a fronteggiare un Verratti libero di ricevere in situazione dinamica, tra l'altro fronte porta, e di trovare la traccia in profondità per la corsa di Kean o Mbappe.

Proprio quest’ultimo è stato il dettaglio decisivo che ha dimostrato come Verratti abbia colmato una sua lacuna storica, l’occupazione preventiva degli half spaces alle spalle della prima linea di pressione. Il resto lo ha fatto la naturale predisposizione a muovere la palla in avanti con rapidità e la capacità di servire un assist o di un passaggio che aderisca alla sua visione del gioco, che è poi anche quella dei compagni con cui ha stabilito una connection privilegiata: «Marco è un fenomeno e mi pare sia evidente per tutti. È il calciatore che mi ha impressionato di più da quando sono qui» ha detto recentemente Kylian Mbappé alla Gazzetta dello Sport.

Che queste parole siano arrivate dal beneficiario della giocata simbolo della notte catalana non è un caso: l’assist di Verratti è stato talmente visionario e contro-intuitivo – e, per questo, in tutto e per tutto simile a quello per il gol di Kean contro il Saint-Etienne – da essere diventato la dimostrazione di come la sua creatività non vada imbrigliata nel rigido schematismo per cui un centrocampista con la qualità e la fisicità di Verratti debba essere impiegato sempre e solo come vertice basso di un centrocampo a tre. L’idea di calcio di Verratti è sviluppata in funzione della creazione della superiorità numerica e/o posizionale, sulla base di una velocità di piede e di pensiero che non prevede, non può prevedere, una singola giocata conservativa: tutto ciò che fa è alimentare il flusso offensivo di squadra attraverso caratteristiche uniche, cioè che appartengono solo a lui.

L'assist in questione, con un tocco di prima delicatissimo

Si tratta del vero punto di svolta della carriera, almeno dal punto di vista narrativo e della considerazione di uno status di stella assoluta che già gli appartiene. Per anni Verratti avrebbe dovuto essere il “nuovo Pirlo”, il “nuovo Xavi”, il “nuovo Iniesta”, la sua è stata una carriera vissuta tra suggestioni e parallelismi che le sue stesse qualità alimentavano o giustificavano fino a un certo punto; inoltre, si è parlato, scritto e raccontato di Verratti come dell’eterna promessa. dell’incompiuto di talento nel momento in cui stava semplicemente progredendo verso una diversa e migliore versione di se stesso. Quella che ha raggiunto oggi.

Ora, stupirsi quando si produce nella sua classica conduzione palla prolungata fatta di tocchi ripetuti e ravvicinati, quando esibisce il suo infinito campionario di finte e controfinte di corpo per liberarsi dell’avversario dopo aver ricevuto spalle alla porta nella sua metà campo o quando, ancora, spezza in dribbling il raddoppio uscendo da una situazione complicata sulla linea laterale, significa stupirsi di un giocatore che è diventato forte e decisivo come quelli di cui avrebbe dovuto seguire le orme, solo che l'ha fatto in un modo unico e che è soltanto suo. Dopo la notte di Barcellona, finalmente, sembra che se ne siano accorti tutti.