Piccolo resoconto tattico di Euro 2020

Le cose più interessanti che abbiamo visto nella fase a gironi: il possesso verticale, Griezmann e una nuova idea di trequartista, Ronaldo centravanti.

La cosa più strana – ma inevitabile – degli Europei a 24 squadre è che servono 36 partite per eliminare otto partecipanti, e poi ne bastano solo 15 per determinare chi solleverà al cielo la coppa Henri Delaunay. Oggi che siamo alla fine della fase a gironi, dunque, gran parte della manifestazione è alle nostre spalle: le squadre hanno già trovato e mostrato la loro reale fisionomia, quindi potranno esserci poche modifiche sostanziali da qui alla fine, anzi la tensione degli scontri a eliminazione diretta finirà per rendere i commissari tecnici ancora più conservatori  – nel senso di restii ai cambiamenti. In virtù di tutto questo, ha senso ed è anche interessante tracciare un bilancio di ciò che abbiamo visto finora, dal punto di vista puramente tattico. Per farlo, ecco cinque temi significativi, non per forza nuovi, non per forza riferiti a squadre d’élite, ma che potrebbero rappresentare l’inizio di una nuova tendenza, o la conferma di un trend già in atto.

Griezmann e una nuova idea di trequartista
Al minuto 63′ della sfida contro la Scozia, far entrare Jack Grealish (al posto di Foden) è stata la scelta di Gareth Southgate per provare a sbloccare una gara in cui l’Inghilterra non era quasi mai riuscita a sfruttare il campo in ampiezza: inserire un giocatore che potesse ricevere centralmente, tra le linee e fronte porta, era un’idea per cambiare l’inerzia del gioco. Il problema, però, è che la mossa del ct inglese è stata vanificata nel momento in cui lo stesso Grealish ha finito per isolarsi sul centro-sinistra per cercare di associarsi con Mount, mentre le due punte Sterling e Rashford partivano larghi per poi tagliare dentro il campo.

La capacità degli esterni offensivi di sapersi riciclare anche come trequartista, nell’accezione moderna di un ruolo che però non esiste quasi più, rischia di diventare la chiave tattica decisiva di Euro 2020: se nell’Italia è Insigne, molto più di Berardi, il regista offensivo nell’ultimo terzo di campo, nella Germania tocca a Gnabry e Sané allargare o restringere il campo a piacimento, tagliando con e senza palla. Nella Francia, infine, è Griezmann l’elemento di trama e ordito che permette a Mbappé e Benzema di duettare senza allontanarsi troppo dall’area di rigore. Proprio Griezmann è probabilmente il migliore in Europa quando si tratta di cambiare la propria area d’influenza per facilitare lo sviluppo dell’azione in zona centrale, soprattutto quando si affrontano squadre organizzate per blocchi difensivi bassi: contro l’Ungheria, oltre ad aver segnato la rete del pareggio, l’attaccante del Barça è stato il giocatore del tridente offensivo ad aver toccato più palloni (69) e ad aver realizzato il maggior numero di passaggi chiave (tre), alternando la ricezione sulla linea laterale – come nell’occasione del palo di Benzema – a quella fatta dietro la prima linea di pressione. Una centralità tattica, tecnica ed emotiva che fa di Girezmann il vero elemento insostituibile della Francia, una squadra le cui probabilità di successo sono legate da come e quanto il trio d’attacco riuscirà a trovare l’equilibrio e le combinazioni giuste in fase di possesso.

Possesso palla sì, ma in verticale

«Questo è il tiqui-taka. Ed è una merda». Quest’affermazione di Guardiola, tratta direttamente dal libro Herr Pep, torna d’attualità ogni volta che ci si ritrova a dover commentare la crisi d’identità – prima ancora che di gioco o di risultati – che ha avvolto la Spagna post 2012, nella misura in cui il possesso palla da soluzione è diventato problema, da mezzo è diventato fine, da segno distintivo è diventato limite. Certo, va detto che con Morata o Gerard Moreno in giornata positiva, o anche solo normale, parleremmo di una squadra agevolmente a punteggio pieno e già qualificata, e quindi il punto non è, non può più essere, il possesso palla in senso assoluto, quanto piuttosto il possesso palla inteso come strumento in grado di garantire un vantaggio rispetto all’avversario. E questo avviene solo quando il pallone viene mosso in verticale, quando si trovano i giusti riferimenti tra le linee, dopo aver saltato il primo pressing. Si tratta di un concetto che lo stesso Guardiola ha estremizzato e radicalizzato al Bayern prima e poi al Manchester City, e che, con le dovute differenze, è visibile anche nell’Italia di Roberto Mancini: al di là del 3-2-5 in fase di prima costruzione – con il terzino sinistro all’altezza della linea degli attaccanti per garantire ulteriore ampiezza e quello destro a fungere da braccetto di una difesa a tre de facto – ciò che colpisce degli azzurri è la capacità di far progredire l’azione già al secondo o terzo passaggio, sfruttando la naturale propensione alla verticalità di Barella e Locatelli e la capacità di Jorginho di pensare, prima ancora che giocare, in avanti. L’ulteriore progressione, poi, è garantita dalla mobilità senza palla di Insigne e Berardi negli half spaces della trequarti offensiva, e dal costante attacco della profondità di Immobile su una direttrice di passaggio studiata (anche) per portare fuori i centrali avversari e aprire le tracce interne per l’inserimento delle mezzali.

Bello il tiro di Locatelli che batte il portiere della Svizzera, ma guardate come si distende l’Italia con tre passaggi in verticale

La partita contro il Galles, poi, ha restituito a Mancini anche Marco Verratti, un giocatore che possiede la dimensione verticale della giocata, che è in grado di creare gioco da solo e anche da fermo, spezzando il raddoppio o strappando palla al piede in conduzione dopo aver ricevuto l’outlet pass dalla difesa. È una questione di identità, di riconoscibilità, di principi, di istinti individuali e collettivi che si materializzano in un sistema in grado di esaltarli: e quelli dell’Italia sono senza dubbio verticali. Il possesso palla, in questo caso, è solo una naturale conseguenza.

La coerenza (e l’efficacia) della Svezia

Se, nella percezione comune, Spagna-Svezia è sembrata così simile a Italia-Svezia di tre anni e mezzo fa ­– ma anche a Germania-Svezia dei Mondiali 2018 – è perché la Nazionale scandinava è rimasta sempre e comunque uguale a se stessa, continua e coerente visivamente prima ancora che dal punto di vista dell’organizzazione tattica. Parliamo della ripetitività di immagini, contesti, situazioni che sarebbero teoricamente antitetici alla direzione intrapresa dal calcio contemporaneo e che, invece, continuano ad avere impatto e a essere efficaci soprattutto nei tornei brevi, manifestazioni in cui avere un’identità riconosciuta e riconoscibile è molto più importante del modo in cui questa identità si manifesta sul campo a livello sistemico.

Quindi ecco il 4-4-2 scolastico organizzato per blocchi difensivi bassi, la ricerca del dominio totale sulle palle inattive, le cerniera Olsson-Ekdal a occuparsi della prima costruzione, il talento cerebrale di Emil Forsberg – che agisce da esterno sinistro in fase di non possesso per coprire ulteriormente il campo in ampiezza – a gestire le transizioni dopo il recupero palla, la quantità di Sebastian Larrson a compensare sul lato opposto, l’anacronismo del doppio centravanti per risalire il campo. Quest’ultima scelta peculiare è stata attuata pur in assenza di Zlatan Ibrahimovic, e nonostante le qualità di Aleksander Isak potrebbero essere sfruttate non solo in un campo lungo. Il ct Jan Olof Andersson doveva farsi bastare questo per passare il girone, e probabilmente è bastato. Ancora una volta. Non può essere un caso.

Difesa a tre e aggressione alta  

Il dominio emotivo e psicologico che la Juventus ha esercitato nell’ultimo decennio sul calcio italiano, così come l’influenza di Antonio Conte sull’intero movimento e la legacy tecnica della BBC, ci porta a identificare la difesa a tre come un qualcosa di rigido, statico, monolitico, legato indissolubilmente al culto nostrano della difesa, dell’equilibrio ad ogni costo, all’idea per cui la componente reattiva debba prevalere su tutte le altre. Un qualcosa, insomma, che contrasterebbe con quei concetti di dinamismo, tecnica e velocità che sono alla base del calcio giocato nel resto d’Europa e che ricorrono ciclicamente nei dibattiti che accompagnano l’uscita delle nostre squadre dalle competizioni continentali. Il fatto che la partita più intensa della fase a gironi, quella tra Belgio e Danimarca, sia stata disputata da due squadre schierate con un 3-4-3 quasi speculare dimostra quanto la cosa che conta veramente sia il tipo di interpretazione della fase difensiva, non il numero di elementi che compongono – formalmente – la terza linea. E se, da un lato, le grandi difficoltà dei primi 45’ dei Red Devils sono derivate dall’incapacità del trio Alderweireld-Denayer-Vertonghen di accorciare senza palla attaccando lo spazio alle spalle dei propri centrocampisti, dall’altro il pressing ultra-offensivo dei danesi ha avuto nella linea Christensen-Kjaer-Vestergaard – tenuta costantemente sui 40 metri anche per impedire a Lukaku di ricevere, girarsi e puntare fronte porta il difensore del Milan ­– la base su cui costruire la prestazione fisicamente più impressionante della manifestazione.

La difesa a tre, in questa sua accezione dinamica, aggressiva e iper-cinetica in fase di non possesso, diventa quindi uno strumento funzionale a un calcio proattivo, dominante, d’iniziativa, d’imposizione fisica e tecnica del proprio gioco: e non sempre, dall’altra parte, ci sarà un De Bruyne pronto a entrare e a ribaltare partita e risultato, come dimostra la qualità e la quantità della prestazione della Germania dopo essere andata sotto con il Portogallo. Sempre con la difesa a tre, sempre con la linea a ridosso della metà campo per togliere lo spazio in verticale a chi quello spazio lo stava cercando. Al resto ci ha pensato Robin Gosens.

CR9

Quella di Cristiano Ronaldo che deve giocare centravanti per allungare (ancora) la sua carriera ad altissimi livelli è una chiave tattica che era già un’urgenza all’inizio dell’ultimo triennio vissuto dal portoghese al Real Madrid. Allora, Zinédine Zidane riuscì a convincerlo che, per massimizzare l’efficacia di ogni singolo tocco e quindi l’impatto della prestazione individuale su quella collettiva, fosse necessario ridurre la porzione di campo da coprire tanto in ampiezza quanto in profondità. Le stagioni alla Juventus – ad eccezione di qualche timido tentativo portato avanti da Sarri per altro senza troppa convinzione – hanno segnato un ritorno al passato, con Ronaldo che tende a partire dall’esterno sinistro palla al piede per poi accentrarsi: un dispendio di energie fisiche e mentali che hanno finito con l’evidenziare l’inevitabilità di un logorio fisico a cui nemmeno Ronaldo può sottrarsi.

Ad avercene, di centravanti così

Che Fernando Santos abbia perciò scelto di limitare la sua partecipazione alla manovra – poco più di 90 palloni toccati nei 180’ contro Ungheria e Germania – è del tutto comprensibile, anzi naturale, in considerazione della batteria di trequartisti ed esterni offensivi che può mettergli a disposizione e della necessità di averlo più fresco e lucido negli ultimi venti metri. Il Cristiano Ronaldo visto in queste gare degli Europei è un giocatore meno brutale, totalizzante e accentratore nell’interpretazione del ruolo, piuttosto tangenziale allo sviluppo dell’azione, ma molto più efficace. Perché sono il contesto e i compagni che gli permettono di esserlo: dagli otto palloni toccati in area di rigore – quattro tiri e altrettanti passaggi – sono originati tre gol e un assist. E senza la circostanza irripetibile di due autogol subiti nei primi 45’ contro la Germania, i conti sarebbero tornati anche per il Portogallo, non solo per CR7 a livello individuale.