«Nel calcio non c’è umanità, non puoi commettere errori», ha detto André Onana

Il portiere dell'Ajax è stato squalificato per doping nonostante il tribunale avesse accertato che non avesse alcuna intenzione di alterare le sue prestazioni.
di Redazione Undici 15 Dicembre 2021 alle 15:56

Il 24 novembre del 2021, André Onana è finalmente tornato in campo. Quella contro il Besiktas, in Champions League, è stata la sua prima partita dopo la squalifica comminatagli per un particolarissimo caso di doping. O meglio: per un errore in buona fede che, però, ha violato i regolamenti antidoping. Tutto comincia il 30 ottobre 2020, quando Onana si sottopone a un controllo antidoping di routine e in seguito viene riscontrata la sua positività. Dopo qualche mese, il portiere camerunese dell’Ajax fornisce questa versione dei fatti: «Ho assunto per sbaglio un farmaco che contiene una sostanza proibita dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping. Questo farmaco era stato prescritto alla mia compagna, ma io pensavo che si trattasse della pillola giusta, dato che le confezioni erano praticamente identiche». Durante il processo, a Onana viene effettivamente riconosciuto l’errore in buona fede, quindi l’assenza di qualsiasi volontà di alterare le sue prestazioni. Eppure viene squalificato lo stesso, prima per un anno e in seguito per nove mesi.

Oggi che la squalifica è terminata, oggi che Onana è di nuovo un calciatore a tutti gli effetti, ha potuto raccontare di nuovo la sua storia. In più, ha aggiunto molti dettagli interessanti relativi a questo periodo senza calcio, che ha definito assurdo, ingiusto e paradossale. «Ricordo ancora», spiega Onana in un’intervista rilasciata a Marca, «la notte in cui ho preso il Lasimac al posto del Litacol. Erano due medicinali molto simili, due pillole marroni da 40 milligrammi. È incredibile pensare che un oggetto così piccolo possa rovinarti la carriera e la vita fino a questo punto». In un altro punto dell’intervista, il portiere dell’Ajax racconta le sensazioni che ha provato dopo che ha ricevuto la notizia della sua positività: «Ho pensato: “Dannazione, che errore stupido!”. Anche la Uefa ha riconosciuto che si è trattato di uno sbaglio del tutto involontario, che la pillola che ho preso non aiuta a migliorare le prestazioni. Ma purtroppo il calcio e la vita non sono facili: gli errori determinano delle sanzioni e ho dovuto pagare per ciò che ho fatto, anche se non di proposito. Quello che mi sento di dire, però, è che nel calcio non c’è umanità, nel senso che gli errori dei calciatori non sono accettati, neanche se commessi in buona fede. Sei responsabile di tutto ciò che entra nel tuo corpo. Se bevi anche solo dell’acqua contaminata, è colpa tua. La cosa incredibile è che ho anche iniziato a dubitare di me stesso: leggendo tutto ciò che veniva scritto su di me, e ho pensato di essere diventato un tossicodipendente. Ripeto: nel calcio non c’è umanità. Per molti noi calciatori siamo dei robot e non abbiamo il diritto di fallire».

Onana, dunque, respinge qualsiasi accusa o anche solo delle semplici ipotesi di doping. Riconosce di essere stato positivo a una sostanza proibita, ma solo per un errore in buona fede: «Sarebbe stato stupido da parte mia, non credete? Ero appena stato eletto miglior portiere della Eredivisie per la quarta volta, ero nel pieno della mia carriera e uno dei migliori al mondo. Cosa avrei avuto bisogno di migliorare?». La particolare dinamica dei fatti ha convinto il Tas di Losanna a ridurre la squalifica da dodici a nove mesi, ma per Onana anche questa pena era sproporzionata: «È stato scandaloso, anche perché un portiere non deve correre, e quindi non aveva senso che ricorressi al doping. Il tribunale si è reso conto di ciò, ma esiste una legge da far rispettare». Oltre ai problemi di natura giudiziaria e psicologica, Onana ha dovuto affrontare anche una condizione nuova e sconosciuta a lui e forse a tutti: quella del giocatore squalificato. «Non potevo lavorare con nessun tecnico qualificato», spiega il portiere dell’Ajax. «L’unica cosa che potevo fare era sopravvivere, resistere e allenarmi da solo. Per tornare a essere il portiere che ero, abbiamo dovuto mettere insieme una squadra di 17 persone: preparatore fisico, preparatore dei portieri, psicologo e tante altre figure. Non è stato facile, ma ci siamo riusciti. Grazie a Dio e al lavoro di tutti».

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