È arrivato il momento dei portieri africani?

Mendy, Onana e Gomis, ma anche i volti nuovi che stiamo vedendo in Coppa d'Africa. Come e perché stanno cambiando le cose?
di Redazione Undici 14 Gennaio 2022 alle 14:29

Le immagini più belle e significative della Coppa d’Africa 2021 (anche se in realtà si gioca nel 2022), almeno finora, sono quelle di Mohamed Kamara, portiere della Sierra Leone autore di una prestazione quasi commovente nella partita contro l’Algeria. Il 22enne estremo difensore degli East End Lions, club di Freetown (capitale della Sierra Leone), ha effettuato diverse grandi parate con uno stile tutto suo, è stato nominato Mvp della gara e le sue lacrime nell’intervista postpartita sono diventate virali in tutto il mondo. Al di là della del caso specifico e della storia romantica di Kamara, la sua prestazione eccezionale va a inserirsi in una tendenza che sembra ormai consolidata: i portieri africani, dopo anni di sottovalutazione trasversale (dovuta anche a tutta una serie di maleodoranti stereotipi razzisti), stanno iniziando ad avere una dimensione importante a livello internazionale.

Il merito, ovviamente, va ascritto agli atleti che hanno aperto la strada, e ai club che gli hanno dato fiducia: il senegalese Edouard Mendy è diventato campione d’Europa con il Chelsea; il camerunese André Onana è stato fermo per un particolarissimo caso di “doping involontario”, ma prima della squalifica era titolare dell’Ajax e compariva puntualmente nelle liste dei talenti più promettenti d’Europa, e non a caso ora sembrerebbe destinato a essere acquistato dall’Inter come erede designato di Handanovic; il marocchino Yassine Bounou, detto Bono, è titolare del Siviglia, vale a dire la prima (e forse unica) antagonista del Real Madrid nella corsa per il titolo di Liga; l’altro senegalese Alfred Gomis, cresciuto in Italia, è da alcuni anni titolare del Rennes e nella stagione 2020/21 ha disputato anche la Champions League. Ma come e perché sono cambiate (finalmente) le cose e le percezioni?

Al di là dei pregiudizi discriminatori e dell’attrattiva verso altri ruoli, un parametro che vale in Africa come in tutte le altre zone del mondo e per cui i bambini sono inevitabilmente più affascinati dai giocatori offensivi rispetto ai portieri, una delle problematiche storiche riguarda la formazione. In un’intervista rilasciata a So Foot, Alain Giresse (ex centrocampista campione d’Europa con la Francia nel 1984 e, in seguito, ct di Gabon, Mali, Senegal e Tunisia) ha detto che «l’Africa è ovviamente in ritardo in quanto a infrastrutture, e quindi i giovani portieri non si allenano fin da subito in modo specifico e quindi hanno delle carenze rispetto ai loro pari età europei. Quando si spostano nel Vecchio Continente, questo divario si manifesta in maniera molto più evidente, ma ora certi trasferimenti avvengono prima, e quindi i portieri africani possono sviluppare il loro potenziale nella maniera giusta». Anche Vincent Enyeama, ex portiere della Nazionale nigeriana, sostiene che il problema di questi aspiranti atleti non è la mancanza di talento grezzo o di predisposizione al ruolo, quanto di opportunità: «I portieri africani», ha detto parlando a New Frame, «hanno grandi doti ma non le accademie giuste dove poterle allenare. Sono talentuosi, si svegliano e vanno in campo. La loro non è mancanza di concentrazione, ma di abitudine e di direttive su cosa fare e non fare in campo».

Sébastien Migné, ex ct del Kenya e della Repubblica del Congo, amplia il discorso e parla di professionalità che prima non c’erano, e che ora si stanno affermando anche in Africa: «In passato», ha detto a So Foot, «la distanza con Europa e America era più ampio anche perché in Africa non c’erano dei coach che si dedicavano solamente ai portieri. Da qualche anno le cose sono cambiate, stanno cambiando: ogni Nazionale ha un preparatore dei portieri, alcuni club hanno allargato i loro staff. Non a caso, viene da dire, sta arrivando il momento dei portieri africani». E cosa manca poter colmare un gap che, ad alto livello, rimane comunque significativo? Migné non ha dubbi: «Il problema da risolvere ora, per i portieri africani, riguarda il loro percorso con i club: Mendy, Onana e gli altri che sono cresciuti in Europa e sono rimasti a giocare in Europa affrontano partite complicate ogni settimana, anzi più volte alla settimana. Chi, invece, milita in squadre del Togo o del Kenya non ha questa stessa possibilità. Una strada per migliorare le cose sarebbe far crescere tutte le leghe e portarle quantomeno al livello di quella sudafricana o egiziana, ma non è facile».

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