Dal 2016 a oggi il Pallone d’Oro è sempre andato a calciatori ultratrentenni

I giocatori nati negli anni Novanta non sono riusciti a eguagliare e superare i fenomeni degli anni Ottanta?
di Redazione Undici 18 Ottobre 2022 alle 15:47

Karim Benzema è nato a Lione il 19 dicembre 1987, e quindi tra poche settimane compirà 35 anni. Ieri ha ricevuto il Pallone d’Oro, ed era dai tempi di Stanley Matthews, nel 1956, che il premio di France Football per il miglior giocatore d’Europa non veniva assegnato a un atleta così anziano. In realtà questo record che sembra assurdo non lo è poi così tanto. Anzi non lo è per niente, perché è solo la conferma di una tendenza. E basta rileggere l’albo d’oro per comprenderlo: dal 2016 a oggi, il Pallone d’Oro è stato vinto solo da giocatori ultratrentenni; e sarebbe andata in questo modo anche se il premio non si fosse fermato per la pandemia, visto che nel 2020 avrebbe vinto – con un voto plebiscitario, tra l’altro – Robert Lewandowski. Certo, qualcuno potrebbe non concordare con alcune assegnazioni: magari nel 2019 la giuria avrebbe potuto premiare Van Dijk invece che Messi, magari un anno fa darlo a Jorginho – campione d’Europa per club e per Nazionali – sarebbe stato più giusto. Al netto di queste perplessità, resta il fatto che una sola generazione, sempre la stessa, è padrona del Pallone d’Oro da quindici edizioni: merito di Ronaldo e Messi, indubbio, ma anche Modric e Benzema (e Lewandowski) sono nati tra il 1985 e il 1988.

Una deduzione immediata – e quindi scontata – che si potrebbe fare dopo aver letto certi dati è quella che riguarda la debolezza della nuova generazione. O meglio: quella che riguarda l’incapacità, da parte dei giocatori nati negli anni Novanta o Duemila, di ereditare davvero i troni occupati per anni da chi li ha preceduti – al punto che il secondo Pallone d’Oro che non va a Ronaldo e a Messi finisce nelle mani di Karim Benzema, e nessuno può neanche pensare di ritenerlo sbagliato. Quella del vuoto di potere è una lettura della realtà piuttosto condivisibile: in fondo De Bruyne ha 31 anni, Neymar e Salah hanno già scavallato la soglia dei trenta, Mbappé ha iniziato a giocare da professionista nel 2017 ma per lui, così come per Haaland e Vinícius, è ancora troppo presto. Magari questi ultimi tre ce la faranno, un giorno, ma nel frattempo tutti gli anni Novanta – Mbappé è nato a dicembre 1998 – sono stati già cancellati, visto che nessun calciatore nato in quel decennio ha mai vinto il premio, da un club ristretto di fuoriclasse irripetibili.

Ecco, proprio quest’ultimo aspetto va discusso. O quantomeno messo in discussione da un altro punto di vista: Messi e Ronaldo e Modric e Lewandowski e Benzema, che per qualcuno sono tutti allo stesso livello, sono i primi calciatori della storia che si sono giovati di un calcio davvero iperprofessionalizzato, di strumentazioni e metodologie di allenamento ultramoderne, insomma di un contesto mai visto prima che ha allungato a dismisura le carriere dei giocatori, che ha riscritto completamente il concetto di longevità, visto che ora i grandi campioni continuano a essere decisivi per molti anni dopo i trenta. In passato non era così, e ci sono diversi esempi piuttosto significativi: Michel Platini si è ritirato a 32 anni da compiere, Diego Maradona e Johan Cruijff hanno lasciato Napoli e Barcellona a 31 anni, Franz Beckenbauer e Pelé si sono trasferiti negli Stati Uniti a 31 e 33 anni, rispettivamente.

La verità, dunque, è che siamo di fronte alla prima generazione di fuoriclasse che non vuole abdicare perché semplicemente non può e in fondo non deve farlo, visto che è composta da giocatori ancora in piena efficienza, ancora fortissimi. Subito prima di Cristiano Ronaldo e Messi ci sono stati Ronaldo il Fenomeno, Ronaldinho, Shevchenko, Owen, Zidane, Roberto Baggio, tutti giocatori fragili o comunque meno longevi, e poi fino a quindici anni fa carriere come quelle di Maldini erano delle eccezioni, mentre oggi Kroos, Modric e Benzema sono i pilastri intorno a cui si costruiscono le squadre che poi vincono la Champions League. È questa la grande differenza tra passato e presente, quindi non bisogna farsi abbagliare dalla luce emanata da Benzema o dagli altri campioni nati negli anni Ottanta. In futuro, anzi già tra qualche anno, avremo a che fare con dei giocatori in grado di garantire la stessa tenuta anche per più tempo, magari oltre i quarant’anni; non possiamo saperlo e quindi non possiamo mettere le mani avanti, ma la tendenza è quella. Insomma, la generazione di Benzema non è irripetibile e quindi insuperabile. Lo dicevamo anche delle medie realizzative di Messi e Ronaldo, poi è arrivato Erling Haaland. Il realismo, in quanto tale, non può mai trasformarsi in passatismo, in nostalgia. E non deve mai farlo, perché la realtà e il futuro poi riescono sempre a superarsi a vicenda.

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