Il Chelsea non sta violando il fair play finanziario. Perché?

L'escamotage è quello di far firmare contratti lunghi, in modo da diluire i costi.
di Redazione Undici 24 Gennaio 2023 alle 12:13

Se c’è un club che ha attirato le attenzioni dell’ultimo mese, è il Chelsea. Più che per quanto fatto in campo – i Blues sono lontanissimi dal primo posto, più vicini alla metà classifica – per gli acquisti folli sul mercato: folli non tanto per la loro specificità, quanto per il fatto di essere arrivati tutti insieme, in una delle sessioni di mercato di gennaio – ai tempi si sarebbe detto di “riparazione”, e qui certamente il termine c’entra poco – più clamorose della storia. Madueke, Mudryk, Joao Felix, Badiashile, Andrey Santos, Fofana: tutti insieme, sono costati oltre 170 milioni di euro. E allora il dubbio sorge: come fa il Chelsea a spendere così tanto?

Non bisogna dimenticare, del resto, che non a questo mercato in grande stile c’è stata una finestra estiva altrettanto importante dal punto di vista economico – con gli arrivi di Cucurella, Wesley Fofana, Sterling, Koulibaly, Aubameyang, Chukwuemeka. Il conto spese dei Blues in questa stagione, considerando solo i cartellini, supera i 460 milioni di euro. D’accordo, la Premier League è una miniera d’oro che può permettersi spese di lusso, ma comunque i conti non tornano del tutto: l’ultima rilevazione della Deloitte Football Money League riporta in 568 milioni di euro il fatturato del club londinese, in base ai dati più recenti.

Quindi, bisogna cercare altrove, nelle pieghe di come funzionano i bilanci. Il Chelsea – chiariamolo subito, di questi tempi – non sta facendo nulla di scorretto, ma ha trovato un modo di aggirare il fair play finanziario e, più in generale, contenere le perdite di bilancio che, a questa velocità, sarebbero sesquipedali. Tutto sta nel far firmare contratti lunghi: come scrivevamo, «Badiashile ha firmato un accordo che scade a giugno 2030, quindi dura sei anni e mezzo, e si aggiunge ad altri sette giocatori in rosa con oltre cinque anni di contratto – Cucurella, Chalobah, James, Broja, Slonina e Chukwuemeka, tutti legati al Chelsea fino al 2028 e Fofana fino al 2029. Mudryk ha firmato fino al 2031. Una politica di reclutamento e di gestione della forza lavoro che Todd Boehly – già socio dei Los Angeles Dodgers – ha importato dal baseball, dove alcuni giocatori si legano alle franchigie anche per dieci, undici, dodici anni».

Al tempo stesso, far firmare contratti lunghi vuol dire ridurre i costi dei trasferimenti. I meccanismi dei bilanci consentono questo: i costi del cartellino non vengono riportati nel corso della stagione effettiva di acquisto, ma diluiti nel corso degli anni. Detto in soldoni: se il Chelsea spende ottanta milioni per un proprio giocatore ma gli fa firmare un contratto di otto anni, la spesa sull’anno di acquisto non sarà di ottanta, ma di dieci. Gli altri settanta milioni, facile capirlo, vengono iscritti a bilancio nel corso dei sette anni successivi. Perciò, prendendo in considerazione tutti i 460 milioni e oltre spesi nel corso di questa stagione, il Chelsea ne mette a bilancio soltanto una piccola parte: ipotizzando una durata media dei nuovi contratti di sei anni, il Chelsea non spenderà nel corso dell’anno più di 80 milioni di euro per i suoi nuovi acquisti. Viceversa, tutti i ricavi, che siano cessioni di giocatori, ma anche tutti quelli di altra natura, diritti tv, commerciali, botteghino e così via, vengono messi a bilancio nella propria interezza – facendo sì che squadre ricche come quelle inglesi possano spendere e spandere a piacimento.

Un modello sostenibile, o perlomeno legittimo? Al momento sì, anche se è evidente come sia uno dei tanti modi di aggirare la competizione economica in Europa, dopo le mosse non proprio limpide che abbiamo visto, negli scorsi anni, con Psg e Manchester City, per fare due esempi. A fronte di questo ricorso massiccio ai contratti lunghi, però, l’Uefa potrebbe prendere provvedimenti: come ha riportato il giornalista francese Pierre Rondeau, il massimo organismo europeo starebbe pensando di regolamentare la durata massima dei contratti, portandola a cinque.

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