Ángel Di María, anatomia di un gol gioiello

Contro il Nantes, il fuoriclasse argentino della Juventus ha riscritto il concetto di tiro a giro.
di Redazione Undici 24 Febbraio 2023 alle 12:26

Nella nostra mente c’è un software che funziona grazie a connessioni e rievocazioni semplici, rapide, e quindi il gol dopo un cosiddetto tiro a giro è fatto in un certo modo: palla giocata dal giocatore X al vertice dell’area, tre o quattro tocchi per disorientare l’avversario e poi la conclusione sul secondo palo. Su questo immaginario – condiviso e quindi trasversale – hanno pesato molto gli enormi contributi alla materia dati da Alessandro Del Piero e Lorenzo Insigne, poi è arrivato Arjen Robben a dare un tocco ulteriore di velocità e di muscolarità a questa giocata: non ne ha cambiato l’essenza, l’ha semplicemente resa più rapida e più prorompente, visto che il suo sinistro sul secondo palo di solito arrivava dopo un dribbling in velocità ed era decisamente meno arcuato, più potente, rispetto a quelli classici di Del Piero e di Insigne.

Forse è per via di tutto questo che, nel momento in cui Angel Di María ha portato la Juventus in vantaggio contro il Nantes, tutti siamo trasaliti: avevamo e abbiamo visto qualcosa di nuovo. Avevamo e abbiamo visto qualcosa che riscriveva una giocata assaporata già molte volte, un gesto tecnico che avevamo memorizzato in un certo modo e invece ora era diventato qualcosa di diverso. Forse anche più bello, ma questa è un’opinione e ognuno può condividere o meno. Resta il fatto che Angel Di María ha segnato un gol dopo un cosiddetto tiro a giro e la conclusione è stata scoccata di prima intenzione, tirando col sinistro dopo un passaggio che il 99,7% dei giocatori professionisti avrebbe fatto fatica anche solo a stoppare, a controllare, con quel piede, in quella zolla di campo. Basta rivederlo, il gol, per capire cosa stiamo dicendo:

A volte basta un solo tocco

Il fatto che Di María volesse tirare proprio così si evince chiaramente da come si coordina, da come inarca il corpo per fare sì che il suo piede sinistro colpisca la palla in un certo modo e le dia una certa traiettoria. Il fatto che riesca a pensare ed eseguire tutto questo mentre la sfera non è ancora definitivamente sua è la cosa che rende speciale, unico, nuovo – ma l’avevamo già detto – questo gol. Anche perché è come se fosse un’operazione di debunking per i più sospettosi: la coordinazione perfetta e quindi pensata di Di María sgombra il campo da tutte le ipotesi che contemplano la fortuna, il caso, nel senso che Di María aveva in mente di fare esattamente quello che ha fatto, di mettere il pallone in quell’angolo alto della porta. Il fatto che ci sia riuscito è legato alla sua qualità infinita, al suo status di campione riconosciuto, altro che fortuna e caso.

Detto questo, poi, si può iniziare a parlare di come il pallone viaggia – anzi: volteggia – verso la porta avversaria. Di come Di María, con quella sua conclusione, abbia letteralmente impedito l’intervento del difensore che si trovava davanti a lui – nella fattispecie, si tratta Pallois. Il tiro a giro, in questo caso, deve essere considerato esattamente come se fosse un dribbling, solo che viene effettuato solo dal pallone e non dal giocatore che lo conduce: la sfera si allarga al punto che Pallois non può raggiungerla, e poi curva verso l’interno quando entra nella proiezione dello specchio della porta. Insomma, l’elevatissima componente estetica è in realtà secondaria: la scelta di Di María è stata puramente funzionale, col suo tiro-gioiello ha tagliato fuori prima un difensore e poi il portiere, che giustamente era appostato verso la sua sinistra e invece il pallone era direzionato verso l’angolo più remoto dall’altra parte della porta. Il fatto che Lafont non tenti nemmeno il tuffo, il fatto che l’estremo difensore del Nantes dia l’impressione di cadere, e invece si arrende inginocchiandosi, è un’ulteriore certificazione di quello che è avvenuto: con la sua intuizione prima che arrivasse la palla, Di María ha messo fuori combattimento tutti i giocatori del Nantes che c’erano tra lui e il gol. La testa prima del piede. L’idea prima del gesto tecnico. Poi subentrano la classe e la precisione assoluta del Fideo, perché avere certe idee è per pochissimi, ma quelli che riescono a realizzarli sono ancora meno. Si chiamano fuoriclasse, e riescono a inventare e farci vedere cose nuove. Ad aggiornare il software che fa funzionare la nostra mente.

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