I falsi agenti che trafficano giovani calciatori africani

Sono sempre di più, promettono di portarli in Europa. E il fenomeno sta aumentando.

Negli anni Novanta, Matthew Edafe Eseoghene sognava di diventare una star del calcio mondiale. Un giorno, un uomo che si spacciava per agente internazionale, lo raggiunse in Nigeria e gli prospettò l’opportunità di giocare in Inghilterra. Sfortunatamente per lui, però, si trattava di un truffa. Dopo aver chiesto un prestito alla famiglia, ed essersi sobbarcato le ingenti spese per il viaggio, il finto procuratore gli sequestrò i documenti e non si fece il minimo scrupolo ad abbandonarlo a Capo Verde. «Ho dovuto raccogliere fondi per un visto e per i voli», ha raccontato Eseoghene in una conferenza al Commonwealth Parliamentary Association. «All’epoca costava 350.000 Naira, che oggi sono meno di 1000 dollari ma erano un sacco di soldi. Mia madre ha dovuto contrarre un prestito con un alto tasso di interesse per permettermi di inseguire il mio sogno. Abbiamo viaggiato dalla Nigeria al Senegal. L’agente ha preso il mio passaporto, e siamo finiti ad allenarci lì per un paio di mesi, prima di trasferirci a Capo Verde. Abbiamo corso per chilometri sulla spiaggia ogni giorno. C’era mancanza di cibo, così tante persone hanno iniziato a lavorare al mercato locale».

Di storie come quella di Matthew, oggi ambasciatore di una ONG che cerca di combattere la piaga del Football Trafficking in Africa, se ne sono sentite parecchie negli ultimi anni. Il fenomeno è in espansione, anche se in Europa se ne parla poco. Il copione è sempre lo stesso: un giovane calciatore di talento viene avvicinato da un finto agente internazionale e viene invitato ad unirsi alla sua scuderia con la falsa promessa di essere ingaggiato da un club di un importante campionato europeo. I costi del viaggio, che in media si aggirano dai 3500 ai 5000 euro, sono totalmente a carico del giovane giocatore. Solo più tardi si scopre la truffa, con i giocatori solitamente abbandonati in Paesi esteri, da soli e lontani da casa.

«Il sogno comincia e poi finisce per essere un incubo, per questi giovani», ha dichiarato Didier Drogba al Guardian. Drogba non ha vissuto direttamente questa esperienza, ma l’ha toccata con mano nel corso della sua carriera: «Quando giocavo le gare internazionali con la Costa d’Avorio, proprio di fronte al nostro hotel c’erano giocatori della Costa d’Avorio, del Camerun o di un altro Paese, e noi li vedevamo vagabondare per le strade, abbandonati a sé stessi, senza soldi per sbarcare il lunario, senza casa e costretti diventare mendicanti». L’ex fuoriclasse del Chelsea è impegnato al fianco della ILO (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro) nel cercare di istruire i giovani giocatori africani sui pericoli del Football Trafficking; un’altra istituzione che cerca di cambiare le cose è la filiale africana della FIFPro, il sindacato globale dei calciatori, presieduta dal camerunense Geremi Njitap, anche lui con un passato al Chelsea. «Il nostro obiettivo è quello di informare i ragazzi affinché possano essere vigili e prendere scelte consapevoli», ha detto Geremi.

I Paesi della West Africa sono quelli più interessati dal problema, anche se ovviamente non sono i soli: «Normalmente si parla di quell’area perché è stata la più studiata, quella su cui si sono concentrate le inchieste giornalistiche, ma non bisogna dimenticare i molti casi segnalati anche in America Latina», spiega a Undici Daniele Canepa, autore del libro Fino a che punto? (2021, ed. Infinito), uno dei pochi volumi pubblicati nella nostra lingua sul tema del Football Trafficking. Secondo Foot Solidaire, una ONG francese impegnata sul fronte del traffico di calciatori, nel 2007 c’erano oltre 7.000 ragazzi africani alla ricerca di un club nel solo territorio francese. Un sondaggio della FIFPro, svolto in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ha svelato e quantificato statisticamente l’entità del problema: su un campione di 263 giocatori e giocatrici provenienti da Botswana, Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Kenya, Zambia e Zimbabwe, oltre il 70% di loro era stato contattato, senza richiesta, da qualcuno che sosteneva di poterli aiutare a trasferirsi in un altro club. Ovviamente europeo.

Raccogliere dati ed elaborare stime reali, però, è un’operazione assai complessa. «Le ragioni per cui è complicato avere numeri precisi sono molteplici», racconta  ancora Canepa. «In primo luogo, c’è sicuramente il fatto che molti ragazzi sono inconsapevoli di essere vittime di Football Trafficking. Inoltre, purtroppo, va detto che si tratta di un fenomeno poco raccontato e quindi poco conosciuto, anche se negli ultimi tempi se ne sta iniziando a parlare di più». Questo è ovviamente un aspetto positivo: «Di sicuro sta aumentando la consapevolezza del problema e ciò potrebbe far venire alla luce un numero sempre maggiore di casi. Inoltre, ultimamente se ne sta iniziando a parlare anche in merito ad altri sport, come il basket o il baseball, anche se le dinamiche sono molto diverse».

Lo sa bene anche Michel Veuthey, ambasciatore del Sovrano Ordine di Malta ed esperto in materia di traffico di essere umani: «Questo problema esiste da tempo e negli anni il numero di falsi agenti si è moltiplicato. Non si tratta solo di calciatori: stiamo parlando del benessere di giovani uomini e donne che sognano una carriera di successo all’estero». Ma la portata del fenomeno è decisamente ampia, e sfortunatamente non riguarda solo il campo da gioco: «Nel business sportivo globale, le moderne forme di schiavitù possono manifestarsi in modi diversi. Se pensiamo ai mega eventi sportivi e alle infrastrutture di cui hanno bisogno, alla ricerca di talenti sportivi, diventa presto chiaro che ci sono tante situazioni in cui esiste uno sfruttamento del lavoro», spiega ancora Veuthey.

Secondo i dati di Culture Foot Solidaire. una ONG fondata dall’ex calciatore professionista camerunese Jean-Claude Mbvoumin, ogni aspirante calciatore caduto nella rete del Football Trafficking ha pagato ai trafficanti una commissione tra i 3mila e i 7mila euro (Sia Kambou/AFP via Getty Images)

Gli strumenti di contrasto per porre freno al Football Trafficking, per il momento, sono pochi e inadeguati. C’è l’articolo 19 della FIFA – che vieta i trasferimenti internazionali ai minori di 18 anni – e, dal primo ottobre scoro, ogni agente sportivo dovrà essere autorizzato ad operare dall’organo dal governo del calcio globale dopo aver superato un esame. Ma tutto ciò non può essere sufficiente: «L’articolo 19 presenta comunque delle eccezioni», fa notare Canepa. «Ad esempio, se i genitori del minorenne trovano lavoro nel Paese di destinazione, il trasferimento si può comunque perfezionare. In ogni caso, tuttavia, va dato atto alla Fifa di aver intrapreso un azione di contrasto seria e concreta che nel corso degli anni ha comunque dato i suoi frutti. Molti club, alcuni dei quali molto blasonati, sono stati sanzionati per aver violato questo articolo. Vi ricorderete, per esempio, i casi di Barcellona e Chelsea, sanzionati con il blocco del mercato per una o due sessioni proprio per questo motivo».

Se si vuole provare a sradicare questo fenomeno criminale, o comunque assestare un duro colpo ai trafficanti di giovani calciatori, è necessaria un’azione congiunta e tra istituzioni sportive, statali e forze dell’ordine. «Le organizzazioni e le associazioni sportive», spiega Veuthey, «non hanno il potere di affrontare da sole la questione del traffico di sport, poiché il principale motore per contrastarlo deve provenire dai governi, in quanto sono gli unici che hanno giurisdizione per perseguire i criminali».

Anche Mission 89, un’organizzazione fondata nel 2017 e con base in Svizzera, è in prima fila nella lotta contro il traffico di esseri umani, specialmente bambini. Ispirata ai principi contenuti nelle Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo, approvata nel 1989, l’agenzia si propone di contrastare la tratta degli essere umani attraverso la ricerca, l’istruzione e l’attuazione di leggi e regolamenti. L’intento è quello di proteggere le persone più vulnerabili, istituendo un sistema di autorizzazioni, certificazioni e accreditamenti per facilitare la distinzione tra le istituzioni legittime e quelle fittizie. Per centrare i propri obiettivi, alcuni anche molto ambiziosi, Mission 89 può contare su una vasta rete di volontari disseminati in tutte le parti del mondo. Tra di loro c’è appunto anche Daniele Canepa, attivista sin dai tempi della fondazione. «Quello del traffico di giovani calciatori è un problema estremamente complesso. Bisogna puntare sempre di più sulla sensibilizzazione, che reputo in assoluto lo strumento più efficace per contrastare il Football Trafficking».

Negli ultimi anni, Mission 89 ha lanciato numerose campagne di sensibilizzazione e ha stretto accordi con le istituzioni locali, tra cui uno molto importante con l’Unione Africana, con lo scopo di istituire una road map che porti alla creazione di un vero e proprio regolamento in grado di disciplinare l’attività della accademie calcistiche. «La tratta di persone rimane il crimine in più rapida crescita nel mondo», conclude Lerina Bright, la fondatrice inglese di Mission 89. «La pretesa di una carriera professionistica nei campionati europei è spesso usata per reclutare giovani uomini, che poi vengono sfruttati per i motivi più diversi».